giovedì 28 ottobre 2010

LO ZEN E L’ARTE DI GIRARE UN FILM D’AZIONE

THE LIMITS OF CONTROL di Jim Jarmusch, 2009

“La Vida No Vale Nada”

L’ultima fatica del cineasta newyorkese non è decisamente un film per tutti. Non lo dico per fare l’elitario damsiano bla bla bla wtf ma proprio perché qui l’auto indulgenza e la pretenziosità di Jarmusch toccano soglie che capisco possano urtare e infastidire lo spettatore facendogli schiacciare stop o guadagnare l’uscita subito dopo la citazione di Rimbaud posta in apertura. Se però riuscite a passar sopra all’arroganza ostentata dal regista quel che è certo è che vi troverete di fronte ad un film del tutto fuori dal comune. The Limits of Control vede protagonista un solitario personaggio, Lone Man appunto, interpretato da uno spigoloso Isaach De Bankolé, a cui viene assegnato in apertura un criptico compito che lo porterà in Spagna, dove tra peregrinazioni in musei e locali di flamenco, viaggi in treno da Madrid a Siviglia, incontrerà e raccoglierà indizi tramite strani personaggi senza nome (Tilda Swinton, Blonde, Paz de la Huerta, Nude e se avete un minimo di familiarità con l’attrice potete intuire il perché del nome, John Hurt, Guitar, Alex Descas, Creole, Youk Kudoh, Molecules, Gael García Bernal, Mexican e Bill Murray, American) fino ad arrivare a compimento della propria “missione”. Jarmusch riesce a girare un film d’azione senza azione, una lettera d’amore al cinema europeo degli anni ’60 (Antonioni, Melville e Godard su tutti) un noir ricco di colori che gioca con i clichè di genere, con il citazionismo e l’autocitazionismo postmoderno e dove tutto è ripetuto all’eccesso, le frasi, le situazioni, in una reiterazione forzata che in principio può risultare comica ma che con il procedere del film, complici gli scorci tutt’altro che da cartolina splendidamente fotografati da Christopher Doyle e le musiche ovattate e dilatate, diventa presto straniante. Le musiche meritano una menzione particolare in quanto prevedono brani, tra gli altri, dei giapponesi Boris, dei Sunn O))), degli Earth e della band di Jarmusch stesso, i Bad Rabbit e se conoscete questi gruppi potete capire subito qual è l’atmosfera della colonna sonora e il tono della pellicola. In The Limits of Control i silenzi sono importanti quanto se non più dei dialoghi, o meglio monologhi, che intercorrono tra i bizzarri personaggi, quello di Lone Man è un viaggio quasi metafisico dove parecchi spiragli vengono aperti senza però condurre a nulla di chiaro e intellegibile, (non è un caso se la tagline della splendida locandina recita: “For every way in, there is another way out”) posto che dovessero comunque condurre da qualche parte, come a nulla approda il finale. L’unico appunto che mi sento di fare alla pellicola è l’eccessiva lunghezza che data l’inconsistenza del plot tende a rendere difficoltoso restare concentrati sulla vicenda ma è una sottigliezza che si riesce facilmente a perdonare in un film che fa di tutto per non guidare le percezioni dello spettatore ma al contrario ha l’ambizione di volerne stimolare l’immaginazione. 

mercoledì 27 ottobre 2010

WHERE THE WILD THINGS ARE

ANIMAL KINGDOM di David Michôd, 2010

“There's no easy way, it gets harder each day. Please love me or I'll be gone, I'll be gone”

Madre e figlio seduti sul divano davanti alla televisione, lei pare addormentata, lui assorto, un tipico quadretto familiare che in una manciata di frame viene stravolto dall’arrivo di una squadra di paramedici che tenta di rianimare la donna in overdose, mettendo in chiaro sin da subito quanto la vicenda raccontata affondi le radici nell’orrore, quello vero, di vite allo sbando e senza via d’uscita. Questo il folgorante incipit di Animal Kingdom, acclamato vincitore dell’ultimo Sundance e solida opera prima dell’australiano David Michôd, sorta di storia di formazione del diciassettene J (che sebbene con una modalità e uno stile parecchio differente mi ha molto ricordato A Prophet, il capolavoro di Jacques Audiard) che dopo la morte per eroina della madre torna in seno alla propria disfunzionale famiglia di criminali in una Melbourne di metà anni '80 tratteggiata a tinte fosche, alimentate da violente vicende reali e dai ricordi dell'adolescenza del regista. J, un ottimo James Frecheville qui al debutto sullo schermo, è un adolescente confuso ed emotivamente danneggiato che si trova incastrato tra la lealtà alla propria famiglia e cio che è più giusto per lui, immerso in un mondo dove la violenza permea ogni istante come una sorta di vibrazione (resa in maniera eccellente dal bellissimo score di Antony Partos) pronta ad esplodere da un momento all'altro senza nessuna regione. Grazie ad un ottimo controllo della tensione Michôd dirige quella che sembra essere una tragedia greca sotto metanfetamina, delineando con una regia asciutta e potente, aiutato da un solido script (a cui lo stesso Michod ha lavorato per una decina d'anni) e dallo splendido cast, su tutti, oltre al già menzionato Frecheville, la Mama Smurf caratterizza da Jacki Weaver con un misto di raggelante viscidità e pericolosa dolcezza, il paranoico zio "Pope", Paul Benjamin Mendelson  maschio Alfa sinistro e violento e al veterano Pierce, un'ambiente familiare malsano dove l'intimidazione, l'uso della forza e la prevaricazione trovano una perfetta sintesi nel titolo del film. Non c'è nessuna romanticizzazione del criminale qui, la famiglia Cody viene descritta per quello che è, una mucchio selvaggio di animali guidati da una ferocia cieca che li porterà ad azioni disperate, in un crescendo di brutalità che sfocia nello splendido e ambiguo finale. Un film assolutamente da non perdere.

martedì 26 ottobre 2010

CUORE DI TENEBRA

THE KILLER INSIDE ME di Michael Winterbottom, 2010

"I guess I kind of got a foot on both fences, Johnnie. I planted 'em there early and now they've taken root, and I can't move either way and I can't jump. All I can do is wait until I split. Right down the middle."

L’ultima pellicola di Michael Winterbottom è accompagnata sin dalla sua presentazione al Sundance da una pletora di accuse di misoginia ed eccessiva violenza nei confronti delle donne dalle quali è bene sin da subito sgombrare il campo. Il regista inglese si è difeso invocando la fedeltà al materiale d’origine, il romanzo di Jim Thompson del ’52 con lo stesso titolo, tesi che già di per se dovrebbe scagionarlo, (anche se qui ci sarebbe da aprire un grosso capitolo sull’adattamento che per quanto mi riguarda non deve necessariamente essere pedissequo, nel passaggio da un media all’altro ognuno dovrebbe essere legittimato a mettere del suo nell’opera, in barba ai fanboys che son sempre a guardare il pelo nell’uovo o ad autori chessò, come Alan Moore, che per carità stimo parecchio ma dovrebbe smetterla di pensare di essere in grado di camminare sull’acqua, in ogni caso, io ahimè il libro di Thompson ancora non l’ho letto quindi la questione sulla fedeltà o meno al testo d’origine non mi tocca) non fosse altro che le accuse non stanno davvero in piedi. Le scene incriminate, che vedono al centro Affleck e le due protagoniste femminili, Kate Hudson e soprattutto Jessica Alba, che qui coraggiosamente interpretano i personaggi completamente distanti da quanto fatto in precedenza nelle rispettive carriere, sono davvero violente e insistite (per stessa ammissione del regista l’ispirazione è la famigerata scena dell’estintore in Irréversible del pretenziosissimo Noé) e possono disturbare anche lo spettatore più avvezzo all’orrore proprio per la brutalità e il realismo con il quale sono state girate, che nascondano una velata misoginia di fondo però è per quanto mi riguarda fuori luogo, Winterbottom fa di tutto per evitare ci sia la minima empatia nei confronti dello sceriffo Ford, caratterizzato come personaggio deprecabile sotto ogni punto di vista, un folle sadico prevaricatore nei confronti dei più deboli con il quale soltanto una persona altrettanto malata potrebbe immedesimarsi. Sia la prostituta Joyce (la Alba) che la maestra Amy (la Hudson), fidanzata dello sceriffo, sono donne forti e con carattere il cui unico sbaglio è quello di innamorarsi di un pazzo e il fatto che si facciano coinvolgere da Ford in pratiche sconfinanti nel sadomaso o che pratichino sesso violento non è assolutamente un invito a farsi trattare come un punch ball, una tesi del genere è degna del peggior integralista cattolico della destra conservatrice ed infatti non c’è troppo da stupirsi che negli Stati Uniti si sia sollevato un vespaio (è quasi stupefacente invece che a quanto pare uscirà in sala anche da noi). Archiviata quindi la pratica "futili polemiche" veniamo al film in se che è uno dei ritratti di serial killer più efficaci, oscuri e taglienti degli ultimi anni. Questo grazie alla nemmeno troppo sorprendente, per chi ha visto le sue ottime prove in L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford e soprattutto in Gone Baby Gone (e lo aspetta al varco con la sua prima opera dietro la macchina da presa che pare parecchio promettente!), interpretazione di Casey Affleck che con la sua faccia da schiaffi e la sua vocetta sussurrata e strascicata da vita ad uno dei personaggi più viscidi e disturbanti mai visti e al talento di Winterbottom e di Marcel Zyskind, direttore della fotografia che ha fatto un lavoro ottimo al pari di tutto lo staff tecnico. L’autodistruttiva parabola discendente dello sceriffo Ford viene tracciata dal regista inglese  con asciuttezza e rigore, nessuna concessione a facili sensazionalismi che vista la materia trattata avrebbero potuto guidare la mano di più di un regista. La decadenza e la follia s’insinuano a poco a poco nelle pieghe di una tranquilla cittadina texana degli anni ’50 (dove già le prime battute con la voce fuoricampo di Ford inquadrano l’importanza delle buone maniere, la forma sulla sostanza ipocrita che è insita nella sociatà di ora come di allora)  per mano di quello che dovrebbe essere un integerrimo tutore della legge e gentiluomo del sud con un realismo che è il principale motivo di disturbo per lo spettatore, come fosse una secchiata di  vernice nera su un quadro di Edward Hopper. Una spirale che spinge Ford verso una catena di azioni sempre più eclatanti ed efferate giustificate in principio dall’istinto di autoconservazione per sfociare sempre più prepotentemente nel distacco dalla realtà e nel disturbo mentale fino allo splendido finale a metà tra sogno (incubo) e realtà distorta. Il pregio della pellicola di Winterbottom è quello di avvolgere con il suo cuore oscuro  lo spettatore, di entrargli dentro e nel bene e nel male di farlo pensare e discutere, la violenza nei confronti delle donne si vede, è dura, ma basta accendere la televisione per trovare situazioni molto più offensive e davvero degradandi nei confronti del gentil sesso.
 

lunedì 25 ottobre 2010

ROBERT PERDONALI PERCHE' NON SANNO QUELLO CHE FANNO!

HOT TUB TIME MACHINE di Steve Pink, 2010

In tutta sincerità non ho idea del perchè nutrissi delle aspettative nei confronti di questo film, avevo visto il trailer girare sull'ESPN e m'era parso divertente, magari sarà stata la presenza di John Cusack che dopo la serie di commedie adolescenziali interpretate negli anni 80 (roba tipo Better Off Dead, Say Anything o Sixteen Candles del mai troppo compianto John Hughes) si è conquistato per sempre un posto nel mio cuore. Quello che invece so è che alla fine del film avrei tanto voluto avere una macchina del tempo nella vasca da bagno per poter riavere indietro gli ultimi 100 minuti della mia vita. Per il povero Cusack la giornata era partita già malissimo, nel pomeriggio mentre lavoravo avevo visto a spezzoni quella porcheria totale di 2012 e non nego che l'amarezza montata a seguito della visione di tale abominio (roba che Méliès si sta ancora rivoltando nella tomba battendosi il petto e gridando: "Perchè? Mio dio perchè? Avessi saputo saremmo arrivati a tanto avrei bruciato le mie pellicole, maledetto me!"), potrebbe aver intaccato il mio spirito critico e il fatto di ritrovarmi  davanti  il buon John in serata nel film di Pink possa aver funzionato da valvola di sfogo nei confronti di Roland Emmerich, le esplosioni, la CGI, il green screen, il cinema, il mondo, la vita e tutto il resto. Devo comunque dire che Pink ce l'ha messa tutta per farmi scendere la catena e arrivato alla scena che vede protagonista  Rob Corddry, uno scoiattolo e del vomito ho capito dove sarebbe andata a parare tutta la baracca ma ormai era tardi. Tra gag insistiti sull'amputazione del braccio del facchino (il mitico Crispin "toc toc, c'è qualcuno in casa" Glover) , una rappresentazione degli 80's che a confronto "Notte prima degli esami" è un capolavoro neorealista e un Chevy Chase buttato a caso nella vicenda e davvero sprecato (visto il suo Pierce Hawthorne in Community, direi che il buon vecchio Chevy di cartuccie da sparare ne ha ancora parecchie) il film si trascina per più di un'ora e mezza divertendo davvero poco. Ovviamente non tutto è da buttare, ad esempio c'è Lizzy Caplan (ti amo), Lyndsy Fonseca di How I Yet Your Motheriana (e Kick-Assiana) memoria e un gran bel front boobs di Jessica Paré che nel 2001 in combutta con Piper Perabo e una ancora giovane Marissa di O.C. turbò parecchio le mie zone birichine con quella zozzeria pruriginosa pseudo lesbo soft core di "L'altra metà dell'Amore" (spoiler: I N G U A R D A B I L E !) e che adesso da vita alla splendida Megan in Mad Men. Di buono c'è anche la citazione da Sixteen Candle e i giochi di parole nel finale con il nome di Lou che culminano nella vera perla del film, i titoli di coda, che vi ho linkato così potete evitare di sprecare tempo guardando il resto (e queste sono le tette della Paré, così non avrete proprio nessun rimpianto). John, non prendertela, ti voglio ancora bene, lo so che mica tutte le commedie posso uscire come Superbad!

CINQUE RAGAZZI VANNO IN MONTAGNA AKA RICETTA HORROR PER IL DISASTRO

VERTIGE di Abel Ferry, 2009

Onesto. Penso sia l'aggettivo più calzante per l'opera prima di Abel Ferry, giovane regista francese approdato al lungometraggio dopo un paio di corti. Non originale ne particolarmente innovativo (se avessi avuto un centesimo ogni volta che ho visto un film horror iniziare con un gruppo di amici che vanno - inserite qui un luogo a scelta - a quest'ora starei scrivendo questa roba sdraiato al sole nel bordo piscina della mia villa ai caraibi) ma un film che dimostra quanto non sia necessario, sebbene auspicabile, riscrivere le regole del genere per girare un horror thriller che faccia il suo sporco lavoro. Vertige è ambientato sulle magnifiche alpi croate  e anche solo gli impressionanti paesaggi contribuisco non poco alla bellezza visiva della pellicola,  paesaggi che Ferry riesce a sfruttare al meglio con una regia precisa ed efficace, ricca di carrelli e soggettive che nelle sequenze più adrenaliniche fanno salire alta la tensione, e unita a un’ottima  gestione del ritmo, un po' lento nelle battute iniziali ma con un'accelerazione esponenziale man mano il gruppo sale di quota, non fatica a tenere lo spettatore incollato alla sedia in più di un'occasione. La nota dolente è lo sviluppo della trama che pesca a piene mani nel territorio del clichè, se stai scalando una montagna e a un certo punto trovi un cartello che ti sconsiglia di procedere ma te ne freghi e continui a salire, il minimo che ti puoi aspettare è che tutto vada per il peggio (e, SPOILER: ti meriti di morire della peggior morte!). Nessun particolare guizzo sul piano del plot e una linea narrativa gestita in maniera parecchio approssimativa (una delle protagoniste ha dei flashback smarmellatissimi dei quali non ho capito il senso) uniti ad un villain di poco spessore sono i punti deboli del film, che si risolleva però grazie a una buona caratterizzazione dei personaggi, del tutto funzionale all'azione, e a un cast azzeccato che riesce a garantire una performance abbastanza realistica e credibile nel portare sullo schermo panico e terrore.
Vertige si attesta quindi come un survival horror vecchia scuola con il giusto livello di sangue e tensione, una pellicola (nell'era del digitale ha ancora senso usare temini come film o pellicola?  mmm... mi sa che sto divagando...) che certo non resterà negli annali del cinema di genere ma ha il pregio di rivelare un regista che con il giusto script potrebbe regalare in futuro qualche sorpresa e che, visto l’arrivo dei primi freddi, per una serata senza troppe pretese, divano, plaid e Ciobar va più che bene, non dura troppo ed è pur sempre meglio che rincoglionirsi davanti a merda come il Grande Fratello o X-Factor.

venerdì 22 ottobre 2010

DISAGIO E DELIRIO A LENINSK

CARGO 200 di Aleksei Balabanov, 2007

Mai locandina è stata più esplicativa del contenuto di una pellicola come quella del film di Balabanov. La vicenda narrata dal regista russo, prendendo come spunto una storia realmente accaduta, è un gigantesco pugno nello stomaco, una storia di orrore morale e umano consumata in un paesino della provincia industriale di metà anni ottanta, in piena campagna militare in Afghanistan (il titolo fa riferimento agli aerei carichi delle bare dei soldati uccisi nel conflitto che in un’agghiacciante sequenza non fanno in tempo svuotarsi delle casse che subito vengono riempiti di nuove reclute) e alla vigilia della Perestroika. Acclamato in patria come il più sincero e onesto film sulla Russia degli ultimi anni, Balabanov descrive nel suo racconto ampiamente metaforico l’inesorabile declino dell’Unione Sovietica filtrato attraverso la storia di Angelika (Agniya Kuznetsova) giovane figlia di un funzionario del Partito Comunista rapita e seviziata da un folle e corrotto Capitano di Polizia (uno spaventoso Aleksei Poluyan). La dissoluzione dell’era comunista, parzialmente basata sulle reali esperienze dell’epoca di Balabanov, è anche e soprattutto dissoluzione morale, morte e decadenza non sono solo quelle che colpiscono i corpi dei soldati ma permeano ogni strato della società in un panorama industriale grigio e in rovina, completamente oppressivo, dove si muovono personaggi violenti e degenerati, privi di ogni speranza in un futuro che marcisce lentamente. Cargo 200 è un’opera durissima e crudele, lo sbilanciamento e la perdita di una direttrice da parte dei personaggi (e della nazione) è totale, il tradimento, l’abuso di alcool per sopportare la realtà, l’impotenza sessuale sublimata nello stupro, la perdita della fede o l’abiura delle proprie ideologie, l’assuefazione alla violenza, la catatonia di fronte al televisore sempre acceso su un mondo che sta cambiando e che non si riconosce più, l’indifferenza, sono tutti sintomi di una società e di esistenze allo sfascio. Balabanov ha più volte sostenuto di non aver pensato ad un’allegoria della Russia attuale mentre girava la pellicola ma è quasi impossibile non rendersi conto che i due giovani che chiudono la pellicola progettando traffici di dubbia legalità forieri di facili guadagni in barba all’ideologia o alla morale abbiano oggi la stessa età della classe dirigente che guida il paese. 


giovedì 21 ottobre 2010

INDOVINA CHI VIENE A CENA?


CHERRY TREE LANE di Paul Andrew Williams, 2010

Williams è il regista di The Cottage, crime story con un gigantesco Andy Serkis che con un twist pazzesco diventa uno slasher movie ultra gore, il tutto condito da una spruzzata di humor nero che più british non si può, e lo sceneggiatore di The Children, uno degli horror più cattivi e provocatòri della passata stagione. Questo per dire che le attese per il suo terzo lungometraggio (il primo è London to Brighton che ancora non ho visto ma conto di recuperare) erano abbastanza alte. Cherry Tree Lane si apre con in primo piano un pentolino con dell'acqua che bolle, in sottofondo la voce della protagonista (Rachael Blake, attrice australiana già vista in Lantana) è appena udibile mentre fuori fuoco sullo sfondo parla al telefono e la macchina da presa avanza con un carrello lentissimo, millimetrico. Questo incipit nella sua quasi asetticità racchiude in se l'essenza della pellicola che mantenendo un approccio quasi documentaristico e chirurgico sia nella regia che nella costruzione della tensione cerca di sfruttare appieno la potenza del non visto e del fuoricampo. Di li a poco la cena casalinga che la donna stava preparando per lei e il marito, una coppia medio borghese londinese che un rapido scambio di battute suggerisce avere qualche problema, verrà sconvolta dall'irruzione di tre "chavs" (più o meno il corrispettivo inglese dei nostri tamarri delle giostre, quelli sempre in tuta che ballano sulla pedana al centro degli autoscontri) che li sequestrano  mentre aspettano il figlio torni a casa, in un crescendo ti tensione e violenza più suggerita che mostrata. Qualcuno potrebbe pensare di trovarsi di fronte ad una copia di Funny Games ma sarebbe decisamente fuoristrada, il capolavoro di Haneke oltre a essere senza dubbio più efferato, disturbante e sadico, aveva come fulcro un intento satirico nei confronti dei meccanismi della suspance e della complessa relazione del pubblico con questi meccanismi in modo che le aspettative create dallo sviluppo della trama venissero puntualmente ignorate o frustrate (la scena del telecomando ne è esempio lampante) mentre Cherry Tree Lane si avvicina di più a una pellicola come il francese Them (che però gioca decisamente in un altro campionato) mettendo in scena un’intrusione e la violazione della sfera privata di una famiglia borghese da parte di ragazzini violenti, totalmente privi di rispetto e valori morali. Il problema delle nuove generazioni, il teppismo giovanile, il bullismo, sembrano destare particolare preoccupazione in Inghilterra, tanto da essere un tema centrale di parecchia cinematografia inglese contemporanea, film come Harry Brown, Kidulthood, Eden Lake o il serial di E4 Misfits, partono, seppur prendendo poi strade parecchio diverse, da questi presupposti. Il punto di forza del film è proprio qui, nel descrivere questi giovani londinesi per quello che sono, ragazzi “normali” non assassini psicopatici, teppisti che fanno quel che fanno perché è il loro modo di vivere, le motivazioni del gruppo non vengono mai chiarite apertamente ma assumono il contorno di un regolamento di conti tra spacciatori. Rian, Asad e Teddy sono ragazzi totalmente estranei alla borghesia e al modo di vivere della classe media, emblematiche in questo senso le scene dove Asad non riesce a capire il funzionamento del telecomando della televisione o dove dice di non conoscere metà dei film che la coppia ha in dvd. Williams però fallisce nel percorre la strada dell’attrito di classe a causa di una caratterizzazione approssimativa dei personaggi che non vengono approfonditi abbastanza da suscitare interesse o immedesimazione, cercando invece di spingere sulla tensione generata dall’impotenza di Mike (Tom Butcher, il marito), il cui punto di vista veicola quello dello spettatore, la pellicola infatti si svolge quasi esclusivamente nel soggiorno della coppia dove egli è stato buttato a terra e legato, delegando spesso al comparto sonoro di illustrare quanto accade al di fuori della stanza. Anche sul piano della tensione però Williams gioca la carta sbagliata inserendo nella vicenda, in prossimità del finale, tre nuovi personaggi, la ragazza di uno dei tre chavs con al seguito il fratellino e un’amica, che sebbene trovino giustificazione negli ultimi minuti di pellicola forzano violentemente la sospensione dell’incredulità spezzando la suspance e rovinando irrimediabilmente l’atmosfera. In definitiva Cherry Tree Lane suona un po’ come un’occasione sprecata, un film incompiuto più che un brutto film che con qualche aggiustamento sarebbe potuto essere una buona fotografia delle tensioni generazionali e di classe nell’Inghilterra contemporanea.

mercoledì 20 ottobre 2010

CAN YOU DIG IT?

BURIED di Rodrigo Cortés, 2010

Se mi avessero detto che era possibile fare un film di novantacinque minuti tutto ambientato all’interno di una bara interrata e con solo un protagonista e un cellulare, senza flashback, senza sequenze in superficie e senza nessun controcampo, probabilmente avrei alzato scettico il sopracciglio. Poi ho visto Buried. Cortés confeziona un piccolo gioiello di suspance, roba che a confronto In linea con l’assassino, Open Water o il più recente Frozen, sono una passeggiata di salute. Già l’incipit, con lo schermo nero per un paio di minuti e solo suoni a riempire il buio della scena, mette subito le cose in chiaro, nessun compromesso verrà concesso nei confronti dello spettatore che viene catapultato nella vicenda di Paul Conroy, interpretato da un Ryan Reynolds in gran forma, senza sapere nulla, trovandosi nelle stesse condizioni del protagonista e dando subito il via al processo d’immedesimazione che rende la visione della pellicola un’esperienza quasi fisica. Il regista ha in varie interviste affermato di essersi ispirato ad Hitchcock ed è innegabile che l’influenza del maestro del brivido sia palpabile, sia per quel che concerne il plot, Conroy è un uomo qualunque che si ritrova suo malgrado catapultato in una vicenda mortalmente pericolosa e completamente al di fuori del proprio controllo, che nella messa in scena, Buried è un I Prigionieri dell’Oceano o un Nodo alla Gola all’ennesima potenza, dove il singolo set viene spinto all’ estremo diventando una bara di legno 213x75x58. Sono convinto il vecchio Hitch avrebbe più che apprezzato il film (nella seconda stagione di The Alfred Hitchcock Hour William Witney ha diretto Final Escape, un episodio che ha più di un punto di convergenza con la pellicola del regista spagnolo) ma al di là di influenze e debiti Cortés si è dimostrato a sua volta un maestro nella costruzione della tensione, grazie ad un magistrale utilizzo della macchina da presa che a dispetto dello spazio ristretto all’osso si muove in maniera virtuosa con carrelli, vertigo effect e sfruttando il punto di vista del protagonista, aumentando così l’empatia  nei suoi confronti al punto che spesso durante la visione ci si ritrova a cambiare posizione sulla poltrona talmente è alto il senso di claustrofobia, ansia e impotenza trasmesso dalla pellicola. Ed è proprio grazie all'utilizzo di un grimaldello come l'ancestrale paura del buio, accoppiata a quella di restare rinchiusi in spazi angusti, motori qui di una immedesimazione pressochè istantanea, che unito al proprio talento permette al regista spagnolo di riuscire in un’impresa che ha dell’incredibile, e che probabilmente non ha pari nella storia del cinema, girare delle sequenze d’azione all’interno dello spazio ristretto di una bara che riescano a mantenere alto il ritmo del film dall’inizio alla fine. La "provocazione", oltre che sul piano visivo, viene inoltre spinta, grazie allo script kafkiano di Chris Sparling, anche su un altro livello, il motivo per il quale Paul Conroy si trova in quella situazione (che non sto a rivelarvi) stimola, seppur in maniera approsimativa, diverse domande sullo stato dell'occidente moderno, spingendosi fino a una riflessione sulla tragica morte del sogno americano per mano delle multinazionali nello splendido dialogo tra il protagonista e il proprio datore di lavoro. Direi che per un film di un'ora e mezza interamente ambientato in uno spazio più che ridotto di stimoli ce ne sono parecchi, molti diranno che Buried è un mero esercizio di stile, io non credo, in ogni caso averne di stile come quello dimostrato da Rodrigo Cortés.

martedì 19 ottobre 2010

WORDS SPOKEN IN BOSTON ARE WRITTEN IN STONE AND I'VE NEVER HAD A FRIEND THAT I'VE LEFT ALONE

THE TOWN di Ben Affleck, 2010

Nei confronti di Ben Affleck ho sempre avuto una sorta di amore/odio. Amore perchè nonostante la sua ascesa allo stardom ha continuato a partecipare a pellicole indipendenti come quelle di Kevin Smith (che adoro) dimostrando un certo attaccamento alle proprie radici e di essere un ragazzo con i piedi per terra, odio perchè proprio non posso perdonargli roba come Armageddon, Pearl Harbor (chissà quand'è che si decideranno a dare a Michael Bay un'ordinanza restrittiva nei confronti della macchina da presa) o Daredevil, giusto per citare una manciata di pellicole della cui partecipazione si è macchiato. Ho però cominciato a prenderlo sul serio grazie alla sua amarissima interpretazione nei panni di George Reeves in Hollywoodland, piccola perla di Allen Coulter (che ha pensato bene di smentirsi subito con il successivo Remember Me che non ho visto e non intendo vedere dato che so che razza di finale ha) che non a caso gli ha fatto vincere la Coppa Volpi alla 63ª Mostra di Venezia nel 2006 ma soprattutto per lo splendido Gone Baby Gone, il suo primo film da regista. Ammetto che non avrei scommesso un centesimo sulle capacità in questo ambito del povero Affleck ma fortunatamente sono stato smentito su tutta la linea, Gone Baby Gone è stato un'incredibile sorpresa, un crime drama bostoniano dalle profonde venature etiche, ambiguo ed emozionante che va a scavare in zone profonde dentro lo spettatore e non molla la presa per giorni (mi ricordo che dopo averlo visto era subito scattato il dibattito con gli amici su quale sarebbe stata la cosa migliore da fare in un contesto come quello descritto dal film, su chi tra Kenzie e Doyle fosse nel giusto etc etc e già questo depone a favore della pellicola). Le aspettative per questa opera seconda erano quindi alle stelle, soprattutto dopo la release del bellissimo trailer, e rompo subito gli indugi dicendo che nonostante sia davvero un buon film mi ha lasciato con l'amaro in bocca. Per la seconda volta Affleck mette in scena una parabola criminale profondamente drammatica anche qui ambientata nella Boston a lui cara , nello specifico all'interno della malavita di origine irlandese del quartiere di Charlestown, "The Town", come viene appunto chiamato dai locals, che una didascalia in apertura ci informa essere la capitale americana delle rapine in banca. E il buon Ben non perde tempo schiacciando subito sull'acceleratore, catapultandoci  nel pieno dell'azione con una sequenza di rapina davvero tesa e adrenalinica che fa da motore alla pellicola. Affleck dirige con mano ferma, la regia è solida e   potente come anche nelle due successive sequenze d'azione, il magnifico inseguimento centrale, con auto lanciate a folle velocità tra i vicoli come forse non si vedeva da Ronin, in un montaggio alternato ipercinetico che si chiude con una scena davvero memorabile e in quella dell'ultimo colpo che avvia il film alla conclusione. L'impianto drammatico poggia su un cast davvero stellare, il sanguigno Jeremy Renner,  Jon Hamm (che spero venga sdoganato al cinema prima di finire prigioniero del suo seppur splendido personaggio in Mad Men) il gigantesco Pete Postlethwaite, Chris Cooper, sempre ottimo anche nel poco minutaggio a sua disposizione, la bravissima e splendida Rebecca Hall e la sorpresa Blake Lively che nonostante sia nota grazie alla sua partecipazione ad uno dei serial più trash di sempre, regala una performance davvero credibile. Ottimi attori che fanno da spalla al Doug MacRay interpretato magistralmente da Affleck stesso, un loser senza speranza che nella vita non ha avuto nessuna possibilità di scegliere da che parte stare, abbandonato dalla madre tossica e rimasto alle "amorevoli" cure di un padre più occupato a rapinare furgoni portavalori che a prendersi cura del figlio. Ed è nel tentativo di sfuggire al proprio tremendo passato per cercare un futuro migliore, divincolandosi e tranciando le propie radici e i propri legami che risiede il nocciolo del film ed è proprio qui che per quanto mi riguarda il film ha riservato una piccola delusione, perchè con un pizzico di cinismo in più la pellicola sarebbe potuta davvero essere uno dei migliori affreschi sulla periferia statunitense negli anni duemila e avrebbe guadagnato in complessità morale, la stessa che ha fatto la fortuna dell'opera prima del regista. Resta comunque un buon film ed è probabilmente il sottoscritto che una volta assaggiato il cinema del primo Woo e di Johnnie To non è più riuscito a scendere a compromessi in materia di gangster movie, quindi non resta che attendere la prossima prova del regista che potrebbe confermarsi come uno degli sguardi pià interessanti del cinema a stelle e strisce contemporaneo.

lunedì 18 ottobre 2010

UN GIORNO DI STRAORDINARIA FOLLIA

MY SON, MY SON, WHAT HAVE YE DONE di Werner Herzog, 2009

Confesso d’aver fatto, come immagino sarà successo a parecchi appassionati di cinema, un salto sulla sedia quando lessi della collaborazione tra due mostri sacri come Herzog e Lynch, rispettivamente regista e produttore del film. L’idea di due personalità così forti al lavoro sullo stesso progetto ha subito mandato in cortocircuito il mio cervello affannato nell’immaginare che film sarebbe potuto venir fuori dalla comunione tra i due autori. Ed è proprio di comunione che bisogna parlare, la vicenda del matricida Brian McCullum, interpretato magnificamente da Michael Shannon (che ormai non ha più bisogno di alcuna conferma e in caso non stiate seguendo Boardwalk Empire correte subito al torrente o a caricare il mulo perché vale la pena vederlo anche solo per il suo agente Van Alden!), è profondamente immersa nel tessuto suburbano americano, culla di psicosi e terreno fertile per dinamiche familiari disfunzionali ampiamente esplorato da Lynch ma con al centro un folle profeta Herzoghiano al pari di un Brian Sweeney Fitzgerald o di un Don Lope de Aguirre. Nulla a che vedere quindi con il tipico poliziesco o thriller, cosa per il quale tra l'altro l'orribile trailer cercava di spacciarlo, il film utilizza le regole base del genere per sovvertire le aspettative del pubblico che si trova di fronte una pellicola dove le cifre autoriali di entrambe i registi si fondono in un matrimonio perfetto, quasi come Lynch avesse preparato la scenografia mentre Herzog si fosse occupato di plasmare i personaggi le cui storie avrebbero preso vita al suo interno. Nonostante la presenza di un produttore con una personalità così "ingombrante", My Son, My Son What Have Ye Done resta comunque a tutti gli effetti un film del regista teutonico, il vortice di follia che inghiotte McCollum, folgorato nella foresta pluviale peruviana e punto di partenza di un cammino visionario alla ricerca disperata della verità, attraversando miti greci e rivelazioni ai fiocchi d'avena, è una parabola profondamente Herzoghiana. L'utilizzo di una stupenda musica invasiva ed inquietante assieme ad una direzione del gigantesco cast (nel quale spiccano Udo Kier e Brad Dourif, attori cari al regista e una disturbante Grace Zabriskie, la madre di Laura Palmer nell'immenso Twin Peaks) che spinge verso una recitazione completamente sopra le righe contribuiscono al senso di straniamento necessario per giungere allo scoperchiamento della realtà che è il fulcro del film e per estensione della radicale visione del cinema e del mondo da parte dei due autori. Resta solamente da sperare che questa proficua collaborazione non resti un caso unico ma che le strade di Lynch ed Herzog tornino presto ad incrociarsi.

THE AUSSIE DRILLER MASSACRE

THE LOVED ONES di Sean Byrne, 2009

The Loved Ones è il primo lungometraggio di Sean Byrne, trentasettenne regista australiano con alle spalle una manciata di corti e un documentario, che da più un anno sta girando per festivals rastrellando consensi più o meno unanimi.
Proprio a causa di tutto questo hype festivaliero era un pezzo che aspettavo di vedere questo film  e sono molto contento di affermare  che l’attesa è stata ampiamente ripagata. La storia è una strana sorta di teen movie nel quale un’adolescente disturbata ricrea nel proprio soggiorno un Prom casalingo con tanto di Re del ballo prontamente rapito per l’occasione. Il giovane regista grazie ad un’ottima capacità nel saper costruire la tensione e al netto contrasto tra una fotografia dai colori accesissimi, quasi patinati, e l’orrore della vicenda raccontata ci fa piombare all’improvviso nel più completo terrore con la  forza e la violenza di uno schiaffo. Byrne dice di aver trovato l’idea per il film domandandosi cosa sarebbe accaduto fondendo Carrie e The Evil Dead ma più che il capolavoro (uno dei miei horror preferiti in assoluto) di Raimi mi ha parecchio ricordato, soprattutto nelle malsane atmosfere familiari, un altro capolavoro, (che va a braccetto con The Evil Dead nelle mie preferenze personali) The Texas Chainsaw Massacre di Hooper. Il paragone potrebbe far storcere il naso a molti ma c’è almeno una scena (e non sto a spoilerare, ma è sicuro che se avete visto il film di Hooper la noterete, se invece non l’avete visto che cavolo ci fate ancora qui? Correte a recuperarlo e guardatelo in ginocchio sui ceci cospargendovi il capo di cenere, ADESSO!) che è chiaramente una diretta citazione delle spassose riunioni famigliari di casa Hewitt e l’atmosfera di follia e morbosità che permeano entrambe le pellicole sono parecchio affini. Ed è per mano della superlativa coppia John Brumpton e Robin McLeavy, i quali danno vita sullo schermo ad un duo di psicopatici come non se ne vedevano da parecchio, che questa atmosfera malata e super ansiogena prende forma, soprattutto grazie alla davvero grandiosa prova della McLeavy, per il contrasto tra l’immagine da timida teenager e il sadismo e la follia di quel che è in grado di compiere senza battere ciglio, dando al contrario l’idea di divertirsi un mondo. Gli amanti (come il sottoscritto) del sangue infatti non resteranno certamente delusi, di efferatezze sia psicologiche che fisiche se ne vedono parecchie andando a sfociare nel vortice di sangue, violenza e delirio puro al confine con lo splatter dell’ultima mezz’ora il cui  ritmo è talmente elevato che il ritrovarsi a fissare i titoli di coda al sicuro sul proprio divano fa tirare un sospiro di sollievo. In caso vi fosse venuta voglia di vederlo vi sconsiglio caldamente di guardare il trailer che spoilera a destra e a manca come non ci fosse un domani, siete avvisati!

ECCO L'ENNESIMO INUTILE CINEBLOG!

Direte voi, e non posso certo darvi torto, non foss'altro che in questo caso il blog in questione è il mio, quindi per il sottoscritto è tutt'altro che inutile (almeno credo) e spero serva a coniugare due tra le mie più grandi passioni, il cinema e la scrittura. La spinta per iniziare è venuta dalle richieste di consigli cinematografici che a volte gli amici mi pongono, eccomi quindi qui a stilare delle "recensioni", totalmente non professionali e sgarbate, di tutto quello che mi passa davanti agli occhi, sia esso sullo schermo di una sala cinematografica o su quello di un salotto, senza troppa voglia di prendermi sul serio e senza nessun tipo di restrizione in quanto a genere, qualità, formato, incassi, budget, attori o anno di produzione. Nessun filo conduttore se non quello di titoli o autori (o semplici artigiani) che destano la mia vorace curiosità e se lungo la strada questo blog risulterà utile a qualcun'altro oltre che a me, tanto di guadagnato.
Ma bando alle ciance, andiamo a cominciare!