mercoledì 20 ottobre 2010

CAN YOU DIG IT?

BURIED di Rodrigo Cortés, 2010

Se mi avessero detto che era possibile fare un film di novantacinque minuti tutto ambientato all’interno di una bara interrata e con solo un protagonista e un cellulare, senza flashback, senza sequenze in superficie e senza nessun controcampo, probabilmente avrei alzato scettico il sopracciglio. Poi ho visto Buried. Cortés confeziona un piccolo gioiello di suspance, roba che a confronto In linea con l’assassino, Open Water o il più recente Frozen, sono una passeggiata di salute. Già l’incipit, con lo schermo nero per un paio di minuti e solo suoni a riempire il buio della scena, mette subito le cose in chiaro, nessun compromesso verrà concesso nei confronti dello spettatore che viene catapultato nella vicenda di Paul Conroy, interpretato da un Ryan Reynolds in gran forma, senza sapere nulla, trovandosi nelle stesse condizioni del protagonista e dando subito il via al processo d’immedesimazione che rende la visione della pellicola un’esperienza quasi fisica. Il regista ha in varie interviste affermato di essersi ispirato ad Hitchcock ed è innegabile che l’influenza del maestro del brivido sia palpabile, sia per quel che concerne il plot, Conroy è un uomo qualunque che si ritrova suo malgrado catapultato in una vicenda mortalmente pericolosa e completamente al di fuori del proprio controllo, che nella messa in scena, Buried è un I Prigionieri dell’Oceano o un Nodo alla Gola all’ennesima potenza, dove il singolo set viene spinto all’ estremo diventando una bara di legno 213x75x58. Sono convinto il vecchio Hitch avrebbe più che apprezzato il film (nella seconda stagione di The Alfred Hitchcock Hour William Witney ha diretto Final Escape, un episodio che ha più di un punto di convergenza con la pellicola del regista spagnolo) ma al di là di influenze e debiti Cortés si è dimostrato a sua volta un maestro nella costruzione della tensione, grazie ad un magistrale utilizzo della macchina da presa che a dispetto dello spazio ristretto all’osso si muove in maniera virtuosa con carrelli, vertigo effect e sfruttando il punto di vista del protagonista, aumentando così l’empatia  nei suoi confronti al punto che spesso durante la visione ci si ritrova a cambiare posizione sulla poltrona talmente è alto il senso di claustrofobia, ansia e impotenza trasmesso dalla pellicola. Ed è proprio grazie all'utilizzo di un grimaldello come l'ancestrale paura del buio, accoppiata a quella di restare rinchiusi in spazi angusti, motori qui di una immedesimazione pressochè istantanea, che unito al proprio talento permette al regista spagnolo di riuscire in un’impresa che ha dell’incredibile, e che probabilmente non ha pari nella storia del cinema, girare delle sequenze d’azione all’interno dello spazio ristretto di una bara che riescano a mantenere alto il ritmo del film dall’inizio alla fine. La "provocazione", oltre che sul piano visivo, viene inoltre spinta, grazie allo script kafkiano di Chris Sparling, anche su un altro livello, il motivo per il quale Paul Conroy si trova in quella situazione (che non sto a rivelarvi) stimola, seppur in maniera approsimativa, diverse domande sullo stato dell'occidente moderno, spingendosi fino a una riflessione sulla tragica morte del sogno americano per mano delle multinazionali nello splendido dialogo tra il protagonista e il proprio datore di lavoro. Direi che per un film di un'ora e mezza interamente ambientato in uno spazio più che ridotto di stimoli ce ne sono parecchi, molti diranno che Buried è un mero esercizio di stile, io non credo, in ogni caso averne di stile come quello dimostrato da Rodrigo Cortés.

2 commenti:

  1. Ma non sei il "lenny nero" di http://lennynero.wordpress.com/ ?

    Gianluca

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  2. No, sono nuovo in città, non sapevo ci fosse un altro Lenny :)

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