martedì 26 ottobre 2010

CUORE DI TENEBRA

THE KILLER INSIDE ME di Michael Winterbottom, 2010

"I guess I kind of got a foot on both fences, Johnnie. I planted 'em there early and now they've taken root, and I can't move either way and I can't jump. All I can do is wait until I split. Right down the middle."

L’ultima pellicola di Michael Winterbottom è accompagnata sin dalla sua presentazione al Sundance da una pletora di accuse di misoginia ed eccessiva violenza nei confronti delle donne dalle quali è bene sin da subito sgombrare il campo. Il regista inglese si è difeso invocando la fedeltà al materiale d’origine, il romanzo di Jim Thompson del ’52 con lo stesso titolo, tesi che già di per se dovrebbe scagionarlo, (anche se qui ci sarebbe da aprire un grosso capitolo sull’adattamento che per quanto mi riguarda non deve necessariamente essere pedissequo, nel passaggio da un media all’altro ognuno dovrebbe essere legittimato a mettere del suo nell’opera, in barba ai fanboys che son sempre a guardare il pelo nell’uovo o ad autori chessò, come Alan Moore, che per carità stimo parecchio ma dovrebbe smetterla di pensare di essere in grado di camminare sull’acqua, in ogni caso, io ahimè il libro di Thompson ancora non l’ho letto quindi la questione sulla fedeltà o meno al testo d’origine non mi tocca) non fosse altro che le accuse non stanno davvero in piedi. Le scene incriminate, che vedono al centro Affleck e le due protagoniste femminili, Kate Hudson e soprattutto Jessica Alba, che qui coraggiosamente interpretano i personaggi completamente distanti da quanto fatto in precedenza nelle rispettive carriere, sono davvero violente e insistite (per stessa ammissione del regista l’ispirazione è la famigerata scena dell’estintore in Irréversible del pretenziosissimo Noé) e possono disturbare anche lo spettatore più avvezzo all’orrore proprio per la brutalità e il realismo con il quale sono state girate, che nascondano una velata misoginia di fondo però è per quanto mi riguarda fuori luogo, Winterbottom fa di tutto per evitare ci sia la minima empatia nei confronti dello sceriffo Ford, caratterizzato come personaggio deprecabile sotto ogni punto di vista, un folle sadico prevaricatore nei confronti dei più deboli con il quale soltanto una persona altrettanto malata potrebbe immedesimarsi. Sia la prostituta Joyce (la Alba) che la maestra Amy (la Hudson), fidanzata dello sceriffo, sono donne forti e con carattere il cui unico sbaglio è quello di innamorarsi di un pazzo e il fatto che si facciano coinvolgere da Ford in pratiche sconfinanti nel sadomaso o che pratichino sesso violento non è assolutamente un invito a farsi trattare come un punch ball, una tesi del genere è degna del peggior integralista cattolico della destra conservatrice ed infatti non c’è troppo da stupirsi che negli Stati Uniti si sia sollevato un vespaio (è quasi stupefacente invece che a quanto pare uscirà in sala anche da noi). Archiviata quindi la pratica "futili polemiche" veniamo al film in se che è uno dei ritratti di serial killer più efficaci, oscuri e taglienti degli ultimi anni. Questo grazie alla nemmeno troppo sorprendente, per chi ha visto le sue ottime prove in L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford e soprattutto in Gone Baby Gone (e lo aspetta al varco con la sua prima opera dietro la macchina da presa che pare parecchio promettente!), interpretazione di Casey Affleck che con la sua faccia da schiaffi e la sua vocetta sussurrata e strascicata da vita ad uno dei personaggi più viscidi e disturbanti mai visti e al talento di Winterbottom e di Marcel Zyskind, direttore della fotografia che ha fatto un lavoro ottimo al pari di tutto lo staff tecnico. L’autodistruttiva parabola discendente dello sceriffo Ford viene tracciata dal regista inglese  con asciuttezza e rigore, nessuna concessione a facili sensazionalismi che vista la materia trattata avrebbero potuto guidare la mano di più di un regista. La decadenza e la follia s’insinuano a poco a poco nelle pieghe di una tranquilla cittadina texana degli anni ’50 (dove già le prime battute con la voce fuoricampo di Ford inquadrano l’importanza delle buone maniere, la forma sulla sostanza ipocrita che è insita nella sociatà di ora come di allora)  per mano di quello che dovrebbe essere un integerrimo tutore della legge e gentiluomo del sud con un realismo che è il principale motivo di disturbo per lo spettatore, come fosse una secchiata di  vernice nera su un quadro di Edward Hopper. Una spirale che spinge Ford verso una catena di azioni sempre più eclatanti ed efferate giustificate in principio dall’istinto di autoconservazione per sfociare sempre più prepotentemente nel distacco dalla realtà e nel disturbo mentale fino allo splendido finale a metà tra sogno (incubo) e realtà distorta. Il pregio della pellicola di Winterbottom è quello di avvolgere con il suo cuore oscuro  lo spettatore, di entrargli dentro e nel bene e nel male di farlo pensare e discutere, la violenza nei confronti delle donne si vede, è dura, ma basta accendere la televisione per trovare situazioni molto più offensive e davvero degradandi nei confronti del gentil sesso.
 

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