giovedì 28 ottobre 2010

LO ZEN E L’ARTE DI GIRARE UN FILM D’AZIONE

THE LIMITS OF CONTROL di Jim Jarmusch, 2009

“La Vida No Vale Nada”

L’ultima fatica del cineasta newyorkese non è decisamente un film per tutti. Non lo dico per fare l’elitario damsiano bla bla bla wtf ma proprio perché qui l’auto indulgenza e la pretenziosità di Jarmusch toccano soglie che capisco possano urtare e infastidire lo spettatore facendogli schiacciare stop o guadagnare l’uscita subito dopo la citazione di Rimbaud posta in apertura. Se però riuscite a passar sopra all’arroganza ostentata dal regista quel che è certo è che vi troverete di fronte ad un film del tutto fuori dal comune. The Limits of Control vede protagonista un solitario personaggio, Lone Man appunto, interpretato da uno spigoloso Isaach De Bankolé, a cui viene assegnato in apertura un criptico compito che lo porterà in Spagna, dove tra peregrinazioni in musei e locali di flamenco, viaggi in treno da Madrid a Siviglia, incontrerà e raccoglierà indizi tramite strani personaggi senza nome (Tilda Swinton, Blonde, Paz de la Huerta, Nude e se avete un minimo di familiarità con l’attrice potete intuire il perché del nome, John Hurt, Guitar, Alex Descas, Creole, Youk Kudoh, Molecules, Gael García Bernal, Mexican e Bill Murray, American) fino ad arrivare a compimento della propria “missione”. Jarmusch riesce a girare un film d’azione senza azione, una lettera d’amore al cinema europeo degli anni ’60 (Antonioni, Melville e Godard su tutti) un noir ricco di colori che gioca con i clichè di genere, con il citazionismo e l’autocitazionismo postmoderno e dove tutto è ripetuto all’eccesso, le frasi, le situazioni, in una reiterazione forzata che in principio può risultare comica ma che con il procedere del film, complici gli scorci tutt’altro che da cartolina splendidamente fotografati da Christopher Doyle e le musiche ovattate e dilatate, diventa presto straniante. Le musiche meritano una menzione particolare in quanto prevedono brani, tra gli altri, dei giapponesi Boris, dei Sunn O))), degli Earth e della band di Jarmusch stesso, i Bad Rabbit e se conoscete questi gruppi potete capire subito qual è l’atmosfera della colonna sonora e il tono della pellicola. In The Limits of Control i silenzi sono importanti quanto se non più dei dialoghi, o meglio monologhi, che intercorrono tra i bizzarri personaggi, quello di Lone Man è un viaggio quasi metafisico dove parecchi spiragli vengono aperti senza però condurre a nulla di chiaro e intellegibile, (non è un caso se la tagline della splendida locandina recita: “For every way in, there is another way out”) posto che dovessero comunque condurre da qualche parte, come a nulla approda il finale. L’unico appunto che mi sento di fare alla pellicola è l’eccessiva lunghezza che data l’inconsistenza del plot tende a rendere difficoltoso restare concentrati sulla vicenda ma è una sottigliezza che si riesce facilmente a perdonare in un film che fa di tutto per non guidare le percezioni dello spettatore ma al contrario ha l’ambizione di volerne stimolare l’immaginazione. 

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