lunedì 29 novembre 2010

Mario Monicelli  (16 maggio 1915 – 29 novembre 2010)   

May The Force be with you Irvin Kershner (29 aprile 1923 – 29 novembre 2010)


Rest in peace Leslie Nielsen  (11 Febbraio 1926 – 28 Novembre 2010)
                                                    

domenica 28 novembre 2010

WEEK END TRAILER EXTRAVAGANZA #2

FASTER di George Tillman Jr. 2010

Ok, il trailer è di un mesetto fa ma dato che yahoo ha buttato su una clip estesa (che come pure il red band trailer spoilera come non ci fosse un domani) m'è risalita la fotta. Finalmente Dwayne Johnson The Artist Formerly Known as THE ROCK, smessi i panni da fata dentina (ma che davèro?) e intuendo forse che la commedia per ragazzi,  nonostante il buon vecchio Arnold abbia indubitabilmente regalato delle perle, non è roba per tutte le montagne di muscoli (come Vin Diesel ahìnoi insegna), torna a fare ciò che più gli si addice, l'action ignorante! Per la regia del trascurabilissimo George Tillman Jr. Dwaine, incazzato come una pantera,  pesta duro, spara a destra e a manca e se la bulleggia a bordo della sua Chevrolet Chevelle SS, che in caso non lo sappiate probabilmente e l'automobile più figa mai disegnata da essere umano dopo le Dodge Charger  & Challenger e la Mustang Mach II. Cosa volete di più? Ci son pure quella faccia da cinema di Billie Bob, Carla cugino e la biondina di Lost, quella che se la faceva con Sahyd, che scende le scale in bikini. Voci di corridio sostengono che  siccome l'avevano già scongelato per Inception si sia reso disponibile pure Tom Berenger. Cinque alto per te Dwayne, se con questo e Fast Five non fai cazzate, ti si perdona volentieri.



UNKNOWN di Jaume Collet-Serra, 2011

Il nuovo film di Collet-Serra, uno che il thriller ha dimostrato di saperlo maneggiare, e pure bene, vede protagonista Liam Neeson che, probabilmente per espiare il fatto d'aver dato la voce ad Aslan in quella porcata di trilogia di Narnia, viene messo in mezzo dalla presunta moglie, quella stronzetta di Betty Draper, in un gioco di specchi ad alto tasso di paranoia del tipo "oddio non sono pazzo devo provare di essere me stesso" che pare proprio niente male. Gli ingredienti sembano buoni, Liam ha dimostrato di saper menare le mani in maniera sgarbata ed efficace, ci sono sparatorie, macchine che si accartocciano o volano via o esplodono, siringate a tradimento e sequenze di numeri accaso, una bella spolverata di ansia e quelle gran cartole di Bruno Ganz e Frank Langella. In caso non foste ancora convinti, Diane Kruger fa la tassista. Venduto.



NO STRINGS ATTACHED di Ivan Reitman VS FRIENDS WITH BENEFITS di Will Gluck, 2011

Probabilmente si tratta di un caso di spionaggio industriale tra sceneggiatori o di una guerra tra produttori esecutivi, non lo so, quel che è chiaro è che ci troviamo di fronte a due commedie che partono dallo stesso presupposto e cioè che una coppia di amici single e strafighi diventino trombamici. In una lotta senza esclusione di colpi bassi, se da un lato abbiamo NSA che con la tagline pare entrare a gambatesa su FWB, dall'altro FWB ha fregato il working title a NSA, un parapiglia furioso che certamente lascerà qualcuno sul campo. Il confronto è durissimo, a dirigere il primo abbiamo nientemeno che Ivan Reitman che in caso fosse stati in criogenesi o chiusi in una camera iperbarica negli ultimi vent'anni è il regista dei due Ghostbusters, (e di un mucchio d'altra roba, ma prevalentemente dei due Ghostbusters) il secondo invece è diretto da un umile mestierante con all'attivo un film davvero orrendo nonostante la presenza di  quel fiore di Sarah Roemer, una roba che davvero non si può guardare, e un altro del quale si parla bene ma ancora non ho visto. Sul fronte del cast abbiamo quella faccia da schiaffi che prenderei volentieri a colpi di badile di Asthon Kutcher (recentemente sfuggito alle ire di sua madr... ops, moglie per aver fatto troppa baldoria non appena lei è uscita di casa) che si trova a dover fronteggiare quel birbante di Justin Timberlake (al quale saremmo tutti grati se la smettesse di cantare e si dedicasse definitivamente al cinema perchè quel falsetto è la roba più fastidiosa dai tempi dei Bee Gees)  che  fa molta più simpatia, la dolce Natalie Portman invece dall'altro lato del ring si trova Mila Kunis e questo è davvero un bel match, la prima ha partecipato alla trilogia non richiesta di Star Wars, l'altra è la voce di Meg Griffin nonchè comprimaria dello stesso Kutcher in The '70's Show. Roba da mal di testa.  In NSA poi c'è la regina del mumblecore e amore della mia vita Greta Gerwig che in praticamente ogni suo film non ha mai disdegnato di mostrarci le tette, abitudine che speriamo non abbandoni proprio qui, Olivia Thrilby che ha la faccia un po' strana ma in fondo ci piace e Kevin Kline mentre FWB risponde con l'artiglieria pesante schierando pezzi da novanta del calibro di Woody Harrelson, che non ha certo bisogno di presentazioni e mi è entrato nel cuore con Chi non salta bianco è per non uscirne mai più, Patricia Clarkson e Richard Jenkins, il papà della famiglia Six Feet Under ed Emma Stone la rossa più infocata di tutte dopo la Hendricks. Certo nel trailer di NSA in un vortice di autocitazionismo troviamo il poster di Meatballs ma subito dopo arriva in scivolata al minuto 1.34 una canzone vomitevole (che grazie a dio non riesco a riconoscere) a rovinare l'idillio, per non parlare del messaggio che traspare apertamente, cioè la solita vecchia tiritera da carie ai denti che Hollywood continua a spingere per cercare di rovinare le nostre vite , ovvero che se vai a letto con qualcuno prima o dopo sboccia l'amore (spoiler: non è vero manco per il cazzo). In quello di FWB invece c'è Closing Time dei Semisonic che mi scatena tutto un turbinio di ricordi adolescenziali e l'andazzo pare essere più cazzone e scanzonato e anche se c'è da scommetere poco sul fatto che pure qui finiranno happily ever after se non altro c'è un piccolo margine che può far sperare in qualcuno che si becchi la sifilide o che alla fine ognuno incontrerà un'altra persona e sticazzi. Personalmente propendo più per il secondo, in ogni caso chi pare guadagnarci in tutta questa sporca storia pare siano gli adattatori italiani che avranno di che sbizzarrirsi e di sicuro sputeranno fuori due titoli che certamente non deluderanno. Ho già paura.





JANE EYRE di Cary Fukunaga, 2011

Ok, ammetto che quando è sbucato fuori questo trailer ho pensato: ma che palle! Dal 1910 di adattamenti del romanzo della Brontë ce ne son stati un mucchio, il più recente quello di Zeffirelli con la Gainsbourg e Sookie Stackhouse che magari vi ricordate e che grosso modo m'era anche piaciuto, quindi non è che si sentisse proprio il bisogno di uno nuovo. Poi però ho cliccato play e devo ammettere che la faccenda m'ha intrigato. Fukunaga con alle spalle una manciata di corti e un film su una gang messicana che non ho visto (ma che non pare malaccio) ha lavorato prevalentemente come direttore della fotografia e direi che si vede parecchio, tecnicamente davvero nulla da dire ma la cosa migliore è che la vicenda sembra virare verso l'horror gotico imbastendo un'atmosfera torbida e malsana davvero niente male. Magari poi il film va in tutt'altra direzione ed è il trailer che cerca di fotterci ma pare valga la pena scoprirlo. Jane è interpretata dalla bella Mia Wasikowska mentre Rochester da Michael Fassbender che è sempre un piacere vedere anche se qui a quanto pare non tira nemmeno una spadata, ci sono pure Judi Dench e Jamie Bell che non balla (credo).



MARS NEEDS MOMS di Simon Wells, 2011

Sono l'unico a pensare che la performance capture in un film d'animazione non abbia il minimo senso? A parte il creare un effetto schifoso e parecchio inquietante, se si hanno a disposizione degli attori tanto vale farli recitare dal vero davanti a uno schermo verde e poi sbizzarrirsi con la CGI come in Casshern o Sin City, altrimenti meglio il rotoscoping tutta la vita che diavolo. Ma chi sono io per rompere le uova nel paniere alla Disney e ai produttori di The Polar Express? Dato che hanno i soldoni sicuramente han ragione loro, in ogni caso a me pare una megacazzata, poi magari mi sbaglio ed è figo (ma anche no).



HOP di Tim Hill, 2011

Nonostante la Universal meriti di bruciare all'inferno (non me ne vogliano Dracula, Frankenstein, L'Uomo Lupo, La Mummia e Il Mostro della Laguna Nera) per lo scandaloso trattamento riservato alla distribuzione di Scott Pilgrim VS The World che se non l'avete ancora visto siete dei poveretti, cerca di rimediare buttando fuori questo teaser vagamente ricattatorio che è riuscito a strappare un sorriso anche ad un misantropo indurito dalla vita come il sottoscritto. Non che si veda molto ma è divertente e la canzone è la hit più commerciale di uno dei miei gruppi preferiti. Maledetta Universal tu si che sai come mettermi in ginocchio.


Come si fa a non volergli bene a sto coniglio? Ferma pure il crash con quella zampetta pacioccosa! Maledetti.

BONUS:

Questa settimana nella versione ipad di Wired è sbucato a tradimento questo viral teaser di un progetto di Neil (aspettate che copincollo) Blomkamp nominato AGM Heartland. Ancora non se ne sa un tubo se non che il mostriciattolo pare essere figlio del mostro di The Host e di un maiale e visto quel che il regista sudafricano ha combinato con District 9 (e con i corti su Halo) credo si possa ben sperare!



Questo invece è il secondo trailer del live action tratto da Rocky Joe, devo aggiungere altro?

venerdì 26 novembre 2010

INCANTO DOLCEAMARO D'UN TEMPO PASSATO

L'ILLUSIONISTA di Sylvain Chomet, 2010

Ne L'Illusionista, l'amore di Chomet per l'animazione di stampo classico, fatta di linee raffinate ed eleganti e di una caratterizzazione caricaturale, densa di particolari (figlia per stessa ammissione del regista dei classici Disney degli anni '60 e '70, Gli Aristogatti, La Carica dei 101 o Il Libro della Giungla), si sposa perfettamente con uno sguardo nostalgico al passato ormai perduto, quello del Café Chantant, dove lo stupore per la bellezza di un'intrattenimento semplice e a suo modo innocente ancora non era stato spazzato via dall'aggrassività smaliziata del più moderno show business. Chomet porta sullo schermo un soggetto dimenticato di Jacques Tati, ritrovato al Centre National de la Cinèmatographie, che egli non volle trasformare in film perchè troppo denso di riferimenti autobiografici (Tati stesso  infatti mosse i suoi primi passi proprio nel music-hall) siglando una lettera d'amore ad una maniera di fare cinema ormai perduta, quella fatta di gestualità e di simboli, tratteggiata come in un'acquerello dall'autore francese con  poesia e delicatezza.
L'attempato illusionista francese che oltre al vero nome di Tati, Tatischeff, è disegnato e animato ricalcandone la fisionomia e la mimica, (se già Appuntamento a Belleville, primo lungometraggio di Chomet, era pieno di riferimenti e di dettagli dedicati a Tati, rivelando il grande amore dell'autore per il maestro francese, qui l'omaggio si cristallizza nella splendida sequenza dell'incontro tra il protagonista e il Monsieur Hulot di Mon Oncle sullo schermo di un cinema) nel suo pellegrinaggio in giro per l'Europa in cerca d'ingaggi incontra, in un paesino scozzese, la giovane e dolce Alice, cameriera sola al mondo che decide di seguirlo ad Edimburgo. Chomet mette in scena un rapporto padre-figlia atipico (lo script era stato tra l'altro dedicato da Tati alla figlia Sophie, da poco scomparsa, omaggio che Chomet ha mantenuto dedicandole il film), fatto d'incanto e disillusione, dove il gesti sopperiscono splendidamente alle differenze linguistiche (e alla mancanza di dialoghi intelligibili) che può esser facilmente inteso come metafora della paternità di determinate forme di spettacolo di varietà, come ad esempio il Vaudeville o il  Café Chantant, incentrate sullo stupore e sulla meraviglia, nei confronti dell'arte cinematografica.
Cercando di sbarcare il lunario barcamenandosi tra i lavori più improbabili, mentre il presente bussa inesorabile alla porta, Tatisheff, oltre al fido coniglio che lo accompagna nei suoi scalcinati spettacoli, incontra un manipolo di personaggi memorabili e malinconici, dal ventriloquo petulante al pagliaccio alcolizzato fino ai tre gemelli saltimbanchi, tutti protagonisti di meravigliosi siparietti di una comicità gestuale e amara in totale contrapposizione con la moderna idea di cinema. L'Illusionista è come un epitaffio sulla pietra tombale che sugella la fine di un'epoca e sebbene Chomet con le splendide, struggenti sequenze finali, forse per modestia, cerchi di farci credere che i maghi non esistono, noi non ci caschiamo e speriamo non cessi d'intrattenerci con le sue meraviglie, come il protagonista della sua splendida, imperdibile pellicola.

lunedì 22 novembre 2010

IL PASSATO NON DIMENTICA

UNA VITA TRANQUILLA di Claudio Cupellini, 2010

Gran passo avanti per Claudio Cupellini che dall'esordio alla regia Lezioni di Cioccolato (a suo modo nemmeno malaccio) con questa nuova pellicola approda sui territori del thriller atipico e torbido venato di noir. Una vita tranquilla è incentrato sull'impossibilità di redimersi e voltare pagina, sull'ineluttabilità del destino, sul fare i conti con i propri sbagli e le propie colpe. Rosario è un immigrato italiano che ha aperto un ristorante in un paesino tedesco, ha una bella moglie e un figlio piccolo, tutto scorre serenamente finchè alla sua porta non bussano Edoardo e Diego, giovani malavitosi con un'oscura missione da compiere sputati fuori dal proprio passato. Questa visita inaspettata innesca tutta una serie di dinamiche che porteranno ad un inevitabile sconvolgimento nella "vita tranquilla" del titolo costruita con parecchi sacrifici dal ristoratore. Sebbene lo sviluppo della narrazione non sia dei più originali, Cupellini riesce a mantenere le redini della vicenda creando una sottile tensione che cresce esponenzialmente mentre le radici di Rosario lo avvolgono sempre più finendo per stringerlo in una spietata morsa. Il giovane regista riesce quindi a creare una buona atmosfera senza prendersi però troppi rischi, lasciando poco spazio al non detto e continuando come in un rimpiattino a suggerrire per poi subito chiarire, tracciando le coordinate di una vicenda familiare che di atipico ha solo l'involucro. La triangolazione emotiva e psicologica tra Rosario, Edoardo e Diego è il fulcro del film e convince soprattutto grazie alla bravura dei tre attori. I giovani esordienti Marco D'AmoreFrancesco Di Leva regalano una prova convincente sebbene a causa della sceneggiatura l'Edoardo di Di Leva ricada spesso in una rappresentazione macchiettistica e stereotipata. La vicenda però poggia prevalentemente sulle spalle di Toni Servillo che, senza nulla togliere alla grandezza che tutti gli riconosciamo, qui spesso gioca a fare il DeNiro, gigioneggiando un po' troppo ed andando in un paio di sequenze completamente sopra le righe (quella dell'ospedale, assolutamente inutile, sbagliata a livello di sceneggiatura e quella della cena) offrendo comunque, nonostante queste sbavature, un'ottima prova. La regia di Cupellini risulta abbastanza solida (non si fa fatica a perdonare ad un regista alla seconda prova un utilizzo del dolly spesso a sproposito) fatta di volti e sguardi, indugiando sui primi piani del protagonista, ben conoscendone la forte (sebbene qui un po' troppo ostentata) espressività e rivelando un buon senso del ritmo, caratteristica che in un thriller non può che giovare. Ottima la colonna sonora, davvero d'atmosfera, composta dal veterano Teho Teardo, fondatore dei Meathead e pioniere della scena industrial italiana, impreziosita dalla profonda e inimitabile voce di Blixa Bargeld, fondatore degli Einstürzende Neubauten e vera e propria leggenda che collabora in una traccia.
Si è parlato di Una vita tranquilla come di un A History of Violence all'italiana ma il paragone non sta in piedi, il film italiano con la pellicola di Cronemberg condivide soltanto l'idea di un passato che ritorna a chiedere il conto. Cupellini, più che alle esplosioni improvvise di violenza care al regista canadese, che in tutta onestà probabilmente avrebbero giovato alla pellicola rendendola più solida, è interessato ad affrontare gli aspetti intimi e psicologici di una situazione di questo tipo, disegnando una storia di camorra da una prospettiva che che ha il pregio di sfuggire dai soliti clichè. Questo uno dei punti a favore del film che nonostante qualche stonatura risulta davvero godibile e offre parecchi spunti, bisogna riconoscere inoltre a Claudio Cupellini il coraggio d'aver imboccato la strada del genere, strada (ahimè) attualmente non troppo battuta in italia, scelta che da sola dovrebbe renderlo meritevole di plauso e sostegno.

domenica 21 novembre 2010

WEEK END TRAILER EXTRAVAGANZA

THE MECHANIC di Simon West, 2011

Simon West, che ci piace ricordare per Con Air e nient'altro, dato che da lì in poi la sua carriera è stata tutta un'amarezza (tra l'altro pure Con Air l'ho visto a sedici anni e non son troppo sicuro che rivedendolo mi gaserebbe ancora, maledetta vecchiaia) dirige quel gran manzo di Jason Statham (santo subito!) nel ruolo che fu di Charles "Faccia di Cuoio" Bronson nell'omonimo film del '72. Immagino l'ansia del povero Jason per il confronto con una simile icona ma tanto lui è un duro e non si scompone, a dargli una mano c'è quella simpatica faccia da schiaffi di Ben Foster, il papà di Jack Bauer e il cattivo che viene portato via dalle ombre (cosa che da piccolo un po' m'inquietava) di Ghost che però non è accreditato quindi magari gli tagliano la parte. Nonostante la musica schifosissima  pare fico, c'è anche una macchina che entra dentro un autobus.



THE WARRIOR'S WAY di Sngmoo Lee, 2010

Tamarrata senza se e senza ma questo The Warrior's Way è una produzione americana affidata alle sapienti mani di Sngmoo Lee (chiii?) regista coreano di cui nessuno ha mai sentito parlare. La commistione western/ninja sulla carta non pare proprio delle migliori ma il trailer ha quel non so che di caciara ignorante, tra ninja che volano, cowboy che sparano, spadate, Kate Bosworth (che nemmeno mi fa impazzire ma di certo non butterei) e green screen alla Casshern come non ci fosse un fottuto domani che tutto sommato potrebbe essere divertente, come anche una poverata unica.



RED RIDING HOOD di Catherine Hardwicke

La Hardwicke era pure partita bene con un paio di film nemmeno malaccio poi ha deciso di gettare la carriera alle ortiche associando il proprio nome a quella zozzeria di Twilight, come anche questo trailer non manca di farci notare. Giudicare un film dal trailer pare brutto e insensato ma io me ne fotto e dico che la cosa che fa più paura è il robertpattisonwannabe al minuto 1.23, per il resto pare uno spin-off di questo che, tutto sommato, forse regalava qualche brivido in più. Bisogna però ammettere che nel reparto topa la cara vacchia Catherine ha sempre regalato grandi emozioni, da Evan Rachel Wood passando per Laura Ramsey e Kristen Stewart a sto giro ha deciso di giocare davvero pesante sfoderando nientemeno che Amanda Seyfried (ti amo) che è riuscita ad annichilire pure quella stronzetta di Megan Fox in quella mezza boiata di Jennyfer's Body. Resta da chiedersi cosa diavolo passi per la testa di Gary Oldman quando accetta copioni come questo. Perchè Gary?



David Gordon Green ha esordito nel 2000 con quella piccola perla di George Washington, ha proseguito con un altro paio di film indipendenti poi a quanto pare ha capito che con quella roba da intellettuali con gli occhiali non ci faceva un soldo e siccome il mutuo non si paga da solo ha deciso di svoltare saltando sul carrozzone di Jude Apatow e della sua maniera sgarbatissima di fare commedia. Nel 2008 gira così Pineapple Express, (sarcasm on) da noi tradotto in maniera letterale Strafumati (sarcasm off), una manciata di episodi di quella genialata di Eastbound & Down (che se non l'avete visto siete dei poveretti) e questo Your Highness che già mi fa ridere. Ci sono pure James Franco che è tanto bello e anche se fa lo scemo ha appena scritto un libro quindi è intelligente, Danny McBride che è un po' meno bello però fa riderissimo (ed è pure il produttore e lo sceneggiatore) e poi Zooey Deschanel che con quegli occhi lì può fare tutto quello che le pare e ha un marito che lèvati e Natalie Portman che io amo tantissimo perchè è una stronzetta vegana e ci fa pure vedere il suo bel culetto.



GREEN LANTERN di Martin Campbell, 2011

Lanterna Verde è uno dei pochi supereroi che non mi sono mai cagato, non che sia una discriminante, pur non conoscendo il personaggio ci si può benissimo divertire con il film, non fosse altro che per divertirsi con il film il film dev'essere divertente, questo pare una porcata e sfoggia pure la peggior CGI dai tempi di Wolverine - mioddiodatemideiferridacalzachemicavogliocchi - Origins, una poverata unica. Reynolds non mi sta nemmeno troppo antipatico sebbene non possa perdonargli il fatto di dormire al fianco di Scarlett Johansson e in ogni caso l'abbiamo capito che ha la fisicata, non c'è bisogno di fargli togliere la maglietta ogni due minuti. Comunque gli occhi troppo ravvicinati sono sinonimo di ritardo mentale, tiè! Poi dai, Blake Lively che pilota un F22 Raptor anche no, cazz'è, vabbè che siamo nel campo della fantascienza ma qui mi pare si stia esagerando.



Se prima avete pensato "ninja nel west che cazzata", beh preparate i sali perchè questo potrebbe stendervi:

COWBOYS & ALIENS di Jon Favreau, 2011

Come suggerisce il sibillino titolo qua ci sono cowboys che se la  vedono con degli alieni, praticamente il peggior accostamento dai tempi di... mmm... non mi viene in mente niente, forse dei vichinghi con gli alieni.
Gli effetti speciali sembrano essere una bomba e ci sono Olivia Wilde, Daniel Craig, Indiana Jones (o forse vista l'aria che tira Han Solo) Sam Rockwell e Olivia Wilde che sembrano prendersi parecchio sul serio nonostante si parli di cowboys che sparano agli alieni, è prodotto da Spielberg quindi da quel lato siamo a posto però cowboy e alieni? Seriously? Il 2011 pare sarà l'anno del "facciamo un western buttandoci dentro roba accaso" e di questo passo entro la fine dell'anno ci sarà un film con cowboys che cavalcano dinosauri (che spero facciano sceneggiare a Lansdale) e in caso lo facciano rivendico l'idea, siete tutti testimoni, che ho appena visto The Social Network e sono pronto a citare in giudizio pure mia madre. 
Se non altro c'è Olivia Wilde.



THE GREEN HORNET di Michel Gondry, 2011

The Green Hornet è il nuovo film di Gondry e francamente spero abbia preso una valanga di soldi per girare 'sta roba, anzi spero che i produttori gli abbiano consegnato una valigetta piena di denaro perchè lui gli concedesse di utilizzare il suo nome mentre se ne stava a bordo piscina a sorseggiare coctails e loro facevano girare il film a un mestierante random perchè francamente di Gondry qua pare esserci davvero poco. Lasciamo pur stare il fatto abbiano dato la parte che lanciò in occidente Bruce Lee ad un cantante neomelodico taiwanese buono per tutte le stagioni che è già tanto non si sia impiccato con i cavi, anzi, non lasciamo stare. A Rogen voglio anche bene e mi fa tanta simpatia ma francamente qua pare esserci stampato EPIC FAIL in ogni fotogramma. C'è pure quella protomilf ormai buona per il brodo della Diaz. Appunto.



SOURCE CODE di Duncan Jones, 2011

Nuovo film di Jones che per essere il figlio di David Bowie e aver girato quella perla di Moon ha infiniti crediti da riscuotere con il sottoscritto. Spero non cali le braghe alle lusinghe di hollywood e oltre alle esplosioni e ai tricche tracche ci metta una storia degna dei miei otto euro, io nel ragazzo ho fiducia e da quel che si vede potrebbe essere una bella bombetta. In effetti son già schiavo dell'hype e per di più con Michelle Monaghan (che iddio la benedica) e Vera Farmiga (che ancora sto male quando penso a lei in The Departed) ci sono già ottimi presupposti. Ah beh c'è pure Jake Gyllenhaal a cui si vuol sempre bene nonostante debba farsi perdonare quella roba inutile di Prince of Persia. Duncan io al cinema a vederlo ci vengo, poi però sbrigati a finire la trilogia di Moon eh!



giovedì 18 novembre 2010

AZIONE & CUORE

GOLDEN SLUMBER di Yoshihiro Nakamura, 2010

“Once there was a way to get back home.”

La terza collaborazione di Nakamura con lo scrittore di detective fiction Kotaro Isaka (i primi due sono rispettivamente The Foreign Duck, the Native Duck and God e Fish Story) è stata davvero una bella sorpresa. Golden Slumber inizia come un thriller canonico, l'ingenuo Aoyagi (splendidamente caratterizzato da Masato Sakai) viene contattato da un vecchio amico dei tempi dell'università per andare a pescare e da un momento all'altro si trova al centro di una cospirazione ordita da poliziotti corrotti e deviati che cercano di incastrarlo per un delitto che non ha commesso. Braccato da una caccia all'uomo tesissima, per il giovane capro espiatorio che si ritrova a Sendai, città che lo lega in maniera particolare al proprio passato, comincia una fuga disperata che lo porterà ad incontrare tutta una serie di personaggi splendidamente bizzarri tra i quali i suoi vecchi compagni d'università compreso il suo primo amore, mai dimenticato, ed è qui che lentamente il film si trasforma da un film "uomo in fuga" ad un delicato e nostalgico viaggio nella memoria. Golden Slumber è il pre finale di due minuti che anticipa il medley che conclude Abbey Road dei Beatles e  che fa qui da leitmotiv alla pellicola ricollegandosi, oltre ai trascorsi universitari di Ayoagi e alla sua relazione con la ora sposata e madre di una bimba Higuchi anche alla voglia di ritorno a casa assumendo il controrno di un ritorno al passato, quando tutto era più spensierato e le possibilità parevano essere infinite e a portata di mano. Quasi diviso in episodi, ogni nuovo passo avanti nella fuga di Ayoagi viene scandito dall'incontro o il ritrovamento di svariati personaggi, dall' allegro serial killer all'ex collega rockabilly passando attraverso ufficiali di polizia e assassini che non sfigurerebbero in un film dei Coen fino a vecchi amici e familiari, tutti splendidamente caratterizzati, surreali  ma funzionali allo sviluppo della storia che procede ad incastro in un perfetto meccanismo a orologeria ottimamente oliato come, se non meglio, in parecchi crime movie duri e puri. Pur a tratti perdendosi un po', soprattutto nell'epilogo, avrebbe probabilmente giovato una sforbiciata qua e là a ritmo e compattezza della pellicola (le due ore e venti si fanno sentire), Nakamura mescola magistralmente azione, commedia e dramma utilizzando le convenzioni di genere per parlare d'altro (chi tiri le fila della cospirazione non diviene mai un punto centrale nella trama) regalandoci uno di quei film che una volta finiti ti fa sentire in pace con il mondo e magari ti fa venir voglia di chiamare un vecchio amico che si è perso di vista da un po'. Consigliatissimo.

mercoledì 17 novembre 2010

COSI' SI RISOLVE LA GENTRIFICAZIONE AD HONG KONG

DREAM HOME di Pang Ho-Cheun, 2010

Dietro un titolo che lascerebbe presagire quantomeno una commedia romantica si nasconde uno degli slasher più violenti, brutali e senza dubbio intelligenti degli ultimi anni. Dopo un incipit folgorante e degli splendidi titoli di testa ci troviamo catapultati nella grigia vita di Cheng Lai Sheung (Josie Ho, anche produttrice che ha tra l'altro ingaggiato con il regista una battaglia legale per chi dovesse siglare il final cut) una mite ragazza che lavora al call center di una banca ad Hong Kong, vive in un piccolo appartamento mantenendo il fratello e il padre malato e frequenta un uomo sposato, rinuncia a svaghi e divertimenti con i colleghi per risparmiare il più possibile in modo da potersi comprare l'appartamento con vista sulla baia che sogna da sempre, una vita quindi che nulla lascia presagire della spirale di follia della quale la ragazza si farà vettore.   Attraverso una narrazione destrutturata fatta di flashback e continui cambi di prospettiva spaziale e temporale Pang racconta, utilizzando gli stilemi del genere, quello che gli preme di più, la situazione in cui vivono i giovani Hong Konghesi, tra lavori privi di prospettive e con orari eccessivi, vite amorose disfunzionali e poco denaro a disposizione in un sistema economico in piena crisi. Le motivazioni che spingono Cheung alla carneficina sono l'inevitabile valvola di sfogo alla costante pressione alla quale è sottoposta, le responsabilità che la opprimono scatenano un'escalation di violenza irrefrenabile in pieno contrasto con l'innocente bellezza di Josie Ho. Dream Home non è il tipico slasher dove il bodycount avviene in maniera esponenziale per il mero gusto dell'accumulo, qui la violenza esplode ipebolica e permeata di humor nero ma tra le sue trame c'è una storia importante quanto, se non più, della creatività negli omicidi (che di certo al regista non manca) e un intento satirico nei confronti dell'attuale società Hong Kongese che potrebbe peraltro facilmente attagliarsi alla generale situazione giovanile contemporanea. Pang dimostra di conoscere appieno i meccanismi del genere, gli omaggi ai classici non mancano (la mattanza avviene alla viglilia di Halloween e il coltello utilizzato ad un certo punto da Sheung non sfigurerebbe in mano a Michael Mayers mentre una sequenza che vede coinvolta una testa e una tazza del cesso sembra gridare Argento a pieni polmoni come pure la splendida locandina) e il sangue scorre copioso, (il film è stato scorciato di una trntina di secondi per permetterne l'uscita sebbene con visione vietata ai minori di 18 anni e a quanto pare ha fatto vomitare lo stesso regista, che lo so, messa così suona un po' male ma tant'è) sfociando in più d'un caso in sequenze pienamente splatter davvero disturbanti, assolutamente da evitare per i deboli di stomaco ma imperdibili per gli appassionati del genere, regalando situazioni al limite del culto istantaneo. Girato nell'alta definizione ultra nitida che solo la Red One Camera può permettere, già da sola in grado di dare agli scorci cittadini e ai paesaggi un'impatto straniante, il film,  anche grazie all'ottima fotografia e alla precisa regia di Pang, attentissimo e rigoroso nella composizione dell'inquadratura, si mantiene sul lato tecnico ben al di sopra delle media rendendo la pellicola una vera e propria gioia per gli occhi oltre che una festa di sangue che, anche grazie alla solidissima prova attoriale della Ho, di certo non scontenterà gli amanti del genere.
Molti hanno trovato stridenti e male amalgamate le due anime del film, la parte più critica e politica con quella prettamente horror ma per quanto mi riguarda ho trovato Dream Home ben bilanciato e originale (basti pensare alle motivazioni che spingono la protagonista, una delle idee più geniali e malate mai viste) un'ottimo esempio di film "divertente" che allo stesso tempo fotografa lucidamente i nostri tempi, un piccolo gioiello davvero imperdibile.

martedì 16 novembre 2010

MODERN FAMILY

THE KIDS ARE ALL RIGHT di Lisa Cholodenko, 2010

Comincia un film con due adolescenti in giro a far danni su uno skate e una bmx usando questa canzone come sottofondo e di sicuro avrai la mia attenzione. Strizzate d'occhio a certo cinema indipendente (non a caso al Sundance di quest'anno s'è fatto un gran parlare di The Kids Are All Right che ha portato a casa anche un Teddy come miglior film a Berlino) a parte, la dramedy diretta dalla Cholodenko, regista prevalentemente televisiva, racconta la storia di una famiglia che farebbe prendere un colpo secco (ma magari) a Fred Phelps con un naturalismo e un realismo invidiabili. Joni (la dolcissima Mia Wasikowska che faremo finta di scordare essere stata suo malgrado protagonista dell'immane porcata Alice in Wonderland) e Laser (giuro! interpretato da Josh Hutcherson) sono due fratelli adolescenti che decidono di voler incontrare il proprio padre biologico all'insaputa delle madri. Già, madri. I due ragazzi sono figli concepiti tramite inseminazione artificiale grazie allo stesso donatore, Paul (Mark Ruffalo), di una coppia gay della classe media di Los Angeles, la pragmatica ginecologa Nic (Annette Bening) e la più giovane e insicura Jules (Julianne Moore). Come nella migliore tradizione l'arrivo di Paul fa da elemento perturbante, esacerbando tensioni pregresse e scuotendo come un terremoto le certezze maturate in seno alla famiglia con il suo modo di fare schietto e la sua attitudine "vivi e lascia vivere" (coltivatore entusiasta di verdure biologiche Paul è proprietario di un ristorante chiamato WYSIWYG, acronimo di what you se is what you get, e guida una moto come un novello Steve McQueen). La semplicità dello script deve la buona riuscita del film alle performance più che convincenti di tutto il cast, dalla mascolina maniaca del controllo Nic caratterizzata ottimamente da una Bening in stato di grazia, alla fragile Jules splendidamente interpretata della Moore fino all'immaturo e scanzonato Paul  del sempre grandissimo Ruffalo, senza dimenticare i due adolescenti confusi portati sullo schermo dalla Wasilowska e da Hutcherson. Alternado momenti divertenti (i dubbi sulla sessualità di Laser) ad altri più amari, la Cholodenko, che sa bene di cosa parla in quanto lei stessa madre lesbica rimasta incinta grazie all'inseminazione artificiale, è riuscita, proprio in virtù della propria esperienza personale, assieme allo sceneggiatore Stuard Blumberg, a rendere la storia il più verosimile possibile e cosa ancora più importante, universale. Il principale risultato dell'autrice è infatti quello di aver costruito una vicenda convenzionale facendola interpretare da un famiglia allargata, moderna e non convenzionale, mostrando che il buon funzionamento di un nucleo familiare non ha nulla a che vedere con questioni di preferenze sessuali o di genere e rendendo il fatto che la coppia protagonista sia formata da due donne una cosa completamente normale (come peraltro dovrebbe essere) e quasi irrilevante ai fini della storia. La Cholodenko riesce a gestire il tutto con tocco lieve e senza calcare la mano nonostante determinati temi la tocchino in prima persona costruendo una commedia divertente ma con qualcosa d'interessante da dire, cosa che non accade troppo spesso.
Possiamo anche ritenerci fortunati per una volta il titolo in italiano sia stato tradotto letteralmente, la presenza di una coppia lesbica e un donatore di sperma mi faceva già tremare le gambe. 

lunedì 15 novembre 2010

JEE-WOON KIM IS BACK WITH A VENGEANCE

I SAW THE DEVIL di Ji-woon Kim, 2010

"Quando guardi a lungo nell'abisso l'abisso ti guarda dentro" 
                                          Friedrich Nietzsche

E' una tranquilla notte innevata, una bella ragazza ha una ruota a terra ed è al telefono con il proprio fidanzato, i due si scambiano tipiche frasi da innamorati, si accosta all'auto un uomo che si offre di aiutarla, lei dopo aver attaccato gentilmente declina, l'uomo la aggredisce rapace, la rapisce e la ammazza in maniera brutale. Questo il violento incipit che fa da motore alla narrazione di I Saw the Devil. Joo-yeon, la ragazza uccisa, era la fidanzata di Dae-hoon (Byung-hun Lee, attore feticcio del regista, visto anche in The Good, the Bad, the Weird e soprattutto in quello splendido noir che è A Bittersweet Life), agente della sicurezza nazionale che aiutato dal padre di lei, un ex capo della polizia in pensione, comincia una caccia all'uomo senza tregua e senza esclusione di colpi nei confronti di Kyung-chul (Min-sik Choi , indimenticabile protagonista di Old Boy tornato qui a recitare dopo una parentesi di quasi cinque anni) il serial killer psicopatico che l'ha uccisa. I Saw the Devil è una lenta discesa nei gironi infernali della follia, uno spietato gioco al gatto col topo dove i ruoli vengono continuamente ribaltati e le distinzioni tra bene e male sfumano tra loro perdendo sempre più in nettezza con il procedere della storia. Kim, grazie a un superbo lavoro di regia (basti pensare all'incredibile carrello circolare nella scena del taxi, alla macchina da presa che segue la testa di Kyung-chul dentro la vetrina o la tesissima sequenza d'azione dentro lo chalet) ad un comparto tecnico mirabile, su tutto la stupenda fotografia (che mi ha ricordato parecchio nei toni lo Zodiac di Fincher) curata dallo stesso regista, un production design cupissimo e a un montaggio teso e controllato confeziona un thriller visivamente potente e altrettanto violento (il film per esser distribuito ha dovuto subire svariati tagli, restando comunque vietato ai minori di 18 anni) come non se ne vedevano da anni. Sebbene la presenza di Min-sik Choi potrebbe far pensare ad un quarto capitolo apocrifo alla trilogia della vendetta di Chan-wook Park, I Saw The Devil, attraverso il tocco grafico e visionario del regista, spesso più incline allo stile (e di stile qui ce n'è davvero parecchio) che alla sostanza e per questo più volte tacciato di manierismo, non ne raggiunge la profondità e nemmeno si affanna a porre troppi dilemmi morali nei confronti della folle sete di vendetta di Dae-hoon, perpretata in maniera cieca e ad ogni costo portando conseguenze disastrose per chiunque venga coinvolto. Confesso in effetti d'esser rimasto per il primo terzo del film abbastanza interdetto, senza riuscire a intuire dove Kim volesse andare a parare ma una volta partita la caccia all'uomo, grazie anche alle splendide e vibranti performance dei due attori pricipali, è stato come salire su un treno lanciato in una disturbante e oscura corsa di 144 violentissimi e quasi ipnotici minuti con un capolinea magistrale che manda a casa con un calcio in faccia quella vaccata di Saw dal primo all'ultimo fottuto film. Da vedere assolutamente.

venerdì 12 novembre 2010

SCATOLE CINESI

SHANGHAI di Mikael Håfström, 2010

L'ultima fatica dello svedese Håfström, regista dell'interesante Evil (e dei molto meno interessanti 1408 e Derailed) ha avuto sin da subito vita difficile, le riprese sono state bloccate dalle autorità cinesi ad una settimana dall'inizio della produzione, i set sono così dovuti essere ricollocati a Londra e Thailandia, il film è stato due anni al montaggio e ancora non ci sono date di uscita per il mercato occidentale. Scritto da Hossein Amini, Shanghai è un omaggio al noir della golden age hollywoodiana, tra l'immancabile voce fuori campo, i fedora e gli impermeabili, le strade bagnate e la pioggia incessante la pellicola inanella tutti i clichè del genere narrando una storia di spie alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. La vicenda è ambientata nel '41, quando la città che ha saputo fondere la tradizione asiatica con il glamour europeo veniva considerata un porto sicuro per i profughi dei paesi occupati dai nazisti sebbene fosse stretta nella morsa giapponese e fulcro delle manovre della resistenza cinese del dopo Nanchino nonchè fondamentale chiave di volta nei loschi traffici tra oriente e occidente. John Cusack è una spia americana che lavora sotto copertura come giornalista che indagando sul misterioso omicidio di un amico, (Jeffrey Dean Morgan) anch'egli agente americano, si trova invischiato in un gioco di specchi tra Germania, Giappone e Cina. Le relazioni politiche tra le potenze in gioco e la guerra vengono però tenute sullo sfondo privilegiando i rapporti e le dinamiche che si vengono ad instaurare tra i diversi personaggi, interpretati egregiamente da un cast internazionale che prevede oltre ai già citati Cusak e Morgan, Gong Li nel ruolo di splendida dark lady che tira i fili della resistenza, Chow Yun-Fat, importante membro delle triadi locali e suo marito, Ken Watanabe, l'ufficiale giapponese a capo dell'intelligence di istanza nella città, David Morse, capo di quella americana  e Franka Potente, moglie di un importante ingegnere tedesco (Il film è quindi recitato in quattro lingue, inglese, mandarino, giapponese e tedesco, purtroppo io ho visto la versione cinese che è doppiata e perde un po' del respiro internazionale). Anche dal punto di vista produttivo davvero nulla da eccepire, le scenografie ricreate in studio e aiutate qua e là da una CGI non troppo invasiva riescono a rendere al meglio l'atmosfera hard-boiled da film noir degli anni '40, così come inquadrature sghembe e giochi d'ombra. Pur procedendo per stereotipi Shanghai resta comunque distante dai film ai quali si ispira ma sebbene non sia certo indimenticabile o troppo originale offre 105 minuti di intrattenimento old fashioned, ed il vero peccato è che forse, visto lo sforzo produttivo in gioco, con una spinta in più, si sarebbe potuti arrivare ad un risultato decisamente più alto, benché la gioia di vedere Chow Yun Fat con un'automatica in mano dopo così tanto tempo sia indescrivibile.

giovedì 11 novembre 2010

TAMARRAGGINE CHE SI TAGLIA A FETTE

MACHETE di Robert Rodriguez & Ethan Maniquis, 2010

Se siete amanti del cinema di genere degli anni ’70 Machete è come fosse il vostro compleanno e Natale messi insieme, una vera e propria pacchia insomma. Al contrario di robetta da due soldi tipo Bitch Slap o Nude Nuns with Big Guns , tentativi maldestri di saltare sul carrozzone del vincitore del dopo Grindhouse (che tra l’altro in patria è stato un flop, quindi mah… In compenso è appena uscito il Blu-ray definitivo, abbiamo dovuto aspettare solo tre anni) il film di Rodriguez (e del suo montatore di fiducia Ethan Manquis che francamente non so che apporto abbia dato alla pellicola e non credo qualcuno se la prenderà se considero Machete un film di Rodriguez, Ethan non restarci troppo male, lo so che c'eri anche tu), come del resto tutta la sua filmografia più adulta (non il ciclo Spy Kids, per intenderci) trasuda amore per l’exploitation in ogni singolo fotogramma. Non che Machete sia scevro da furberie, se devo essere sincero trovo molto più onesta un’operazione tipo The Expandables, dove sullo schermo viene portato un tipo di azione anni '80 senza ricalcarne a tutti i costi l'estetica,  piuttosto degli ammiccamenti al mainstream di Rodriguez  che in ogni caso non mi sento di condannare finchè sforna film divertenti come un giro sull'ottovolante. Il regista Texano (assieme al fido compare Tarantino) ha capito che c’è una bella fetta di pubblico che ancora rimpiange quel sano intrattenimento di una volta, fatto di artigianato, effettacci  sgarbatissimi e testosterone a secchiate ed essendo in prima persona un amante di certo cinema sa bene cosa vuole il pubblico e pesta a fondo sul pedale spingendo l’iperbole a pieni giri. La trama è una classica storia di vendetta,  ma questa volta Rodriguez fa un passo in più inserendo una sottotrama “politica” sulla questione dell’immigrazione clandestina tra Messico e Stati Uniti che, sebbene venga trattata in maniera superficiale (com’è giusto che sia, Machete è pur sempre un film d’azione) con qualche stoccata qua e là pone comunque qualche interrogativo interessante (e che potrebbe benissimo essere applicato anche a casa nostra, chi ha orecchie per intendere intenda). E’ chiaramente l’azione a farla però da padrone in un tripudio di sparatorie, amputazioni, inseguimenti, donne nude, preti, suore, iconografia cristiana tanto cara al regista, muscle cars da lowriding e ignorantissime punchline come piovessero. Il tutto  miscelato con un cast di tutto rispetto capitanato da un Danny Trejo che con una faccia del genere poteva solo fare del cinema o finire in galera (ops, ha fatto anche quello), un Robert DeNiro che avevamo ormai dato per disperso e che non azzeccava un personaggio da nemmeno mi ricordo quanto, le bellissime Alba e Rodriguez (e la stronzetta Lohan), gli immancabili Savini e Marin, un Don Johnson  tirato fuori dal freezer e salvato da robacce indefinibili tipo Bastardi o Torno a vivere da solo (WHAT THA FUCKIN' FUCK Don!)  e uno Steven Seagal gonfio come una zampogna e che a quanto pare s'è fatto fare il trapianto di capelli dal medico di Berlusconi ma che fa sempre piacere rivedere. Nonostante a tratti il film paia avere un po’ il fiato corto e il sangue in CGI sia sempre duro da digerire, in definitiva Machete fa il suo sporco dovere nell'intrattenere e divertitre il pubblico nel suo giro di giostra da 105 min, ora non resta che aspettare, con un misto di esaltazione e paura, per quel che mi riguarda, i prossimi due capitoli della trilogia.
 


Bonus, in caso non abbiate capito di cosa si sta parlando:

mercoledì 10 novembre 2010

BURNING TOKYO

TETSUO: THE BULLET MAN di Shinya Tsukamoto, 2009

Non ricordo che anno fosse quando vidi per la prima volta Tetsuo e Tetsuo II: Body Hammer, ricordo solo che con gli amici ci passavamo la vhs sulla quale erano stati registrati da Fuori Orario come fosse una reliquia e soprattuto ricordo la violenza con la quale mi colpirono i due film. La ferocia del montaggio unita all'utilizzo della pellicola 16mm fotografata in un bianco e nero sporchissimo, cupo, una colona sonora industriale, martellante e ipnotica, l'atmosfera malsana, psicotica, tutto schizofrenicamente fuso insieme al pari della carne del protagonista con il metallo, come nemmeno Cronemberg nei suoi peggiori incubi era riuscito a fare, indubbiamente mi trovavo di fronte a qualcosa mai visto prima. Fu subito amore incondizionato. Ora, dopo vent'anni, Tsukamoto torna al personaggio che ha dato un'innegabile (e meritatissima) spinta alla sua carriera e attorno al quale si è creato un culto consolidato con questo nuovo capitolo nella saga dell'uomo d'acciaio, una coproduzione americana dove per la prima volta in un suo film gli attori recitano in inglese. e parto da qui per muovere, ahimè, la prima critica. La scelta di usare l'inglese, probabilmente nel tentativo di dare maggior visibilità all'opera, si è rivelata totalmente controproducente, aggiungendo una nota stridula alla recitazione già di per sè enfatica e sopra le righe, cosa con ogni probabilità voluta e figlia della lunga militanza nel teatro sperimentale del regista ma che nel complesso convince poco. Altro punto debole della pellicola è l'eccessivo didascalismo, dove nei primi capitoli della saga la mutazione avveniva in chiave metaforica come conseguenza all'alienante vita nelle grandi città e alla massificazione della società , qui è scatenata dalla rabbia esplosa nel protagonista in seguito alla morte del figlio e sebbene da un lato possa innestare un'interessante discorso sull'elabotrazione del lutto, dall'altro vengono messi in campo oscuri esperimenti e un terribile passato che paiono tirati per i capelli e non necessari. L'ambiguità e lo spazio lasciato aperto all'interpretazione che caratterizzava i primi due capitoli (come anche la tensione sessuale che li permeava) vengono quindi a mancare in favore di una spiegazione del perchè della trasformazionre di Anthony decisamente povera e insoddisfacente. Visivamente, sebbene il passaggio all'alta definizione si collochi dall'altro lato dello spettro rispetto ai primi due capitoli (caratterizzati da una pellicola sgranata e da una sporcizia nell'immagine che perfettamente sposavano le sconvolgenti mutazioni nel corpo del protagonista) Tsukamoto grazie ad una fotografia dai colori cupi in grado di creare un'atmosfera opprimente, alla consueta regia vibrante e ad un montaggio frenetico, tagliente come un rasoio, unito ad un magistrale uso del sonoro (lo stesso regista intervistato al Tribeca Film Festival ha ammesso di dar maggior importanza agli effetti sonori, cercando di ricreare l'effetto di un concerto dal vivo, rispetto alla storia) il quale come punta di diamante prevede lo splendido tema composto per l'occasione dai Nine Inch Nails (cosa che non accadeva dalla colonna sonora di Quake) e all'utilizzo di effetti speciali volutamente artigianli confeziona, nonstante tutto, un'opera di rara violenza visiva e completamente fuori dagli schemi nel panorama attuale. Resta comunque innegabile che il linguaggio cinematografico del regista giapponese, deflagrato come una bomba atomica nell'89, sia stato successivamente rimasticato e fagocitato dall'industria mainstream negli ultimi vent'anni, soprattuto nel campo del videoclip, smorzandone inevitabilmente potenza e freschezza. Tetsuo: The Bullet Man, pur non essendo un brutto film, rimane comunque un'occasione sprecata, più un remake a budget elevato dei primi due capitoli che il concreto tentativo di salire sul gradino successivo che come estimatore di Tsukamoto avrei auspicato.

lunedì 8 novembre 2010

PIOVONO SPADE

REIGN OF ASSASSIN di Su Chao-Pin e Jhon Woo, 2010

Jhon Woo è stato il regista che a fine anni '90 mi ha spalancato il meraviglioso mondo della cinematografia di Hong Kong (e più in generale asiatica) facendomi sentire come uno scolaretto nel paese dei balocchi, dando nuova linfa alla mia passione per il cinema con scenari totalmente nuovi ed eccitanti e fino a quel momento impensabili per il sottoscritto. The Killer, A Better Tomorrow e Hard Boiled sono pellicole che hanno lasciato un segno profondissimo e indelebile nel mio immaginario, potete benissimo intuire quindi come possa accogliere ogni suo nuovo lavoro, soprattutto ora che il regista ha chiuso la sua non troppo felice parentesi hollywoodiana (che ha regalato però quella perla di Face/Off del quale in Reign of Assassins c'è più di un richiamo). Sebbene Woo, qui anche in veste di produttore, si sia "limitato" a consigliare Chao-Pin nell'ideazione, nelle coreografie e nelle sequenze d'azione (che pare abbia anche contribuito a girare), è innegabile il film abbia la sua impronta, soprattutto per quel che concerne il montaggio, dove non mancano freeze frame e slowmotion sue riconoscibili cifre stilistiche, e nelle sfaccettature della storia d'amore tra i protagonisti. Reign of Assassin è un wuxiapian che affonda le sue radici nei classici del genere dei '60 e dei '70 con i quali ha parecchie affinità strutturali e tematiche, è la storia della lotta senza quartiere tra gilde di assassini per impossessarsi dei resti di un antico maestro di Kung Fu al fine di carpirne attraverso le spoglie la mirabolante tecnica di combattimento. Tra maghi, prostitute ninfomani e assassine, killer appassionati di noodles, tecniche segrete di Kung Fu coreografate come nemmeno Stanley Donen avrebbe saputo fare e gente che si arrampica sui muri o vola tra i tetti dei palazzi, i personaggi cercano, ognuno a suo modo, di sfuggire al proprio passato per tentare di trovare un nuovo inizio, in un tripudio di doppi e tripli giochi, tradimenti e colpi di scena. La cura messa nel delineare le sfaccettature e le motivazioni dei protagonisti nella prima parte del film paga nella convergenza delle dinamiche e nella conseguente conflagrazione dei conflitti tra essi ottimamente riuscita nella seconda. Questo per merito anche del mirabile cast di stelle del cinema asiatico capitanato dalla malese Michelle Yeoh, atleta e marzialista dall'austera bellezza che ritorna al genere dieci anni dopo Crouching Tiger, Hidden Dragon e dal coreano Woo-sung Jung , il Buono di The Good, the Bad, the Weird (di Ji-woon Kim che con il bellissimo A Bittersweet Life s'è guadagnato la mia imperitura stima) coadiuvati dal cinese Wang Xueq, dai taiwanesi Barbie Hsu e Leon Dai e dall'hong kongese Shawn Yue. Come nella maggior parte dei colossal cinesi del dopo Crouching Tiger, Hidden Dragon la strizzatina d'occhio all'occidente e gli ammiccamenti commerciali non mancano, sebbene con la presenza di Woo a timone della produzione si tenda a prediligere la sostanza alla mera riproposizione di immagini da cartolina smorzando al contempo l'utilizzo della computer grafic, donando così alla pellicola un tocco "artigianale" che non può che dar corpo all'atmosfera di un film di questo tipo. Reign of Assassins magari non brilla per originalità ma certamente quel che fa lo fa bene, intrattenendo per 117 minuti e infondendo nuova linfa in un genere che rischia la stagnazione. Se non vi attira l'idea di assistere a un dramma d'altri tempi intervallato da gente che vola a destra e a manca prendendosi a spadate con impeccabile stile, stategli pur lontani , mi domando però cosa ci voglia per appassionarvi.

REBEL REBEL

AMERICAN: THE BILL HICKS STORY di Matt Harlock e Paul Thomas, 2010

"Comedy is the greatest job in the world. It's not the sharing of laughter and all that horse shit... It's the fact that I don't have a boss. Picture that... And envy me"

Se non sapete chi sia Bill Hicks correte a cospargervi il capo di cenere ma soprattutto a recuperare i suoi spettacoli perchè vi siete persi uno degli stand-up comedian più rivoluzionari e visionari di sempre. Non credo vi siano dubbi nell'attestare l'importanza e l'influenza del comico texano sul mondo della commedia, la sua irrefrenabile energia, la sua mimica potente, la corrosività e incisività  delle battute hanno ispirato una moltitudine di stand-up comedians  e ancora oggi, a sedici anni dalla prematura morte, si possono ravvisare gli echi della sua eredità sui palchi di tutto il mondo. American è del resto rivolto proprio ai neofiti, ai nuovi adepti di Hicks, chi lo conosce da tempo e l'ha sempre amato e seguito non troverà molto di nuovo nel documentario se non qualche filmato dell'infanzia e molte foto di famiglia del comico.  La forza del film di Harlock e Thomas sta proprio nell'aver instaurato un'intensa collaborazione con la famiglia di Hicks, la quale ha quindi concesso ai due registi di utilizzare parecchio materiale inedito inerente agli aspetti più intimi e privati della vita dell'artista, dai filmati di gite in campagna alle foto degli allenamenti di football. Un aspetto davvero interessante è che questo materiale non viene mostrato in maniera tradizionale ma montato in una sorta di animazione digitale che dando vita alle fotografie, quasi fossero lo stesso Hicks e le persone che gli sono state vicino a recitare la parte di se stessi, infonde più ritmo e profondità al racconto. I due registi ripercorrono la vita dell'artista texano dalla nascita in una famiglia molto religiosa che gli andava un po' stretta, passando per l'incontro e la prolifica e duratura amicizia con Kevin Booth e Dwight Slade con il quale, ancora adolescente, scoprirà l'amore per la commedia e incrocerà più d'una volta il proprio percorso artistico attraverso gli alti e bassi della  propria carriera. Dai primi successi alla dipendenza da droga e alcol, dalla dura lotta per tornare sobrio alla presa di coscienza di un nuovo tipo di comicità molto critica nei confronti del governo e del sogno americano, con la conseguente censura in patria a far da contraltare al riconoscimento della propria grandezza nel Regno Unito e in Canada, fino alla scoperta della malattia, il percorso di Hicks viene scandito da aneddoti di amici e familiari , rivelando il film  per quello che è, l'opera di due fan del comico, un tributo e un atto d'amore nei suoi confronti ad esclusivo consumo di altri suoi fan. Il punto debole del documentario è proprio questo, non c'è nessuna analisi critica o disamina profonda nei confronti della vita dello Stand-up Comedian texano ma solo la storia,  la leggenda di un grande artista, narrata da chi gli è stato vicino e gli ha voluto bene, per chi gli vuole bene. Il film quindi è un buon punto di partenza per chi comincia a conoscere Hicks, sebbene il modo migliore per avvicinarcisi resti sempre quello di vedere spettacoli come Relentless o Revelation, è innegabile infatti che la parte più riuscita del documentario sia quella finale, dove il graffiante genio comico dell'artista, capace non soltanto di far ridere ma, quel che è più importante, di far pensare, (al pari di un'altra leggenda, George Carlin) esplode prepotentemente in tutta la sua grandezza nei monologhi che l'hanno reso famoso. Per chi invece conosce e custodisce gelosamente le registrazioni delle esibizioni dal vivo del comico, American: the Bill Hicks Story è un'opportunita per nulla sgradita di ritrovare un vecchio amico e di rendergli omaggio, è un documento da guardare con un pizzico di nostalgia e malinconia nei confronti di un grande artista che ci ha lasciato troppo presto e che indubbiamente avrebbe avuto ancora molto da darci.



"I left in love, in laughter, and in truth and wherever truth, love and laughter abide, I am there in spirit." 
Bill Hicks

giovedì 4 novembre 2010

LASCIATE OGNI SPERANZA O VOI CHE ENTRATE

VAN DIEMEN'S LAND di Jonathan auf der Heide, 2009

"If You have no Scars, the Crows will come for Your Eyes"

C'è decisamente qualcosa che bolle in pentola in Australia, e sebben sia ancora presto per definire un movimento, film come Animal Kingdom, The Loved Ones, The Square o questo Van Diemen's Land, (ci sarebbe anche Last Ride di Glendyn Ivin che ancora non ho visto ma conto di recuperare al più presto) interessanti opere prime di cineasti sotto la quarantina che spesso collaborano tra loro, sono qui a dimostrarlo. La pellicola di Auf Der Heide si apre con un manipolo di galeotti che fugge dalla colonia penale di Macquarie Harbour la più dura dell'Impero Inglese nella Tasmania del 1822 (la Van Diemen's Land del titolo) tra i quali il taciturno e realmente esistito Alexander Pearce (interpretato magnificamente da Oscar Redding, anche sceneggiatore assieme al regista), incarcerato per aver rubato sei paia di scarpe. Il gruppo di detenuti di varie nazionalità, ed è formidabile e d'atmosfera il lavoro sugli accenti e l'utilizzo del gaelico in alcuni dialoghi, dopo il fallimento del tentativo di evasione si vede costretto a ripiegare nell'entroterra per sfuggire al cappio delle guardie inglesi trovandosi ben presto immerso in una landa sconosciuta ed inospitale con scarsità di provviste e senza sapere dove andare. La natura selvaggia della Tasmania è qui protagonista al pari degli attori e per mezzo della fotografia desaturata di Ellery Ryan assume toni cupi e ostili accentuati dall'evocativa colonna sonora di Jethro Woodward, tutta minacciosi archi dissonanti (mi ha ricordato molto quella di There Will Be Blood di Jonny Greenwood) contribuendo lentamente a creare un clima di tensione e paranoia che corrode la coesione fondata dal condiviso desiderio di libertà del gruppo fino a sfociare in brutali episodi di disturbante violenza. Il dualismo uomo-natura viene portato da Auf Der Heide alle estreme conseguenze in una parabola discendente verso l'orrore, quello reale, dove i veri mostri sono un branco di uomini ridotti a bestie prive di morale disposte a qualsiasi cosa pur di sopravvivere. Nonostante la drammaticità del tema trattato la regia non cede al facile sensazionalismo e le lente panoramiche, i lunghi momenti privi di dialoghi o la voce fuori campo che eviscera i flussi di coscienza di Pearce, accostano inevitabilmente la pellicola, facendo le dovute proporzioni e senza che ne raggiunga la profondità, a La Sottile Linea Rossa e Il Nuovo Mondo di Malick ma anche, viste le improvvise esplosioni di violenza brutale e incontrollata a Valhalla Rising di Refn (che a sua volta sembra un The New World completamente in acido). Forse il punto debole è proprio nel non esser riuscito a scavare a fondo dentro i personaggi per esplorare il perchè delle scelte disperate a cui sono portati o i propri dilemmi morali ma è comunque un piccolo appunto ad una sorprendente opera prima che nel bene e nel male non lascia indifferenti. Jonathan auf der Heide non è forse il più facile dei nomi da ricordare ma è certamente un giovane talento da tenere d'occhio.

mercoledì 3 novembre 2010

"ANYTHING THAT CAN GO WRONG, WILL GO WRONG".

THE SQUARE di Nash Edgerton, 2008

Il primo lungometraggio dello stunt man australiano Nash Edgerton (dopo una manciata di corti tra i quali Spider, spesso  proiettato prima del film e scritto da Michôd, regista rivelazione di Animal Kingdom) su sceneggiatura del fratello Joel, che recita la parte del criminale Billy, è stato spesso paragonato al lavoro di un'altra coppia di fratelli ben più famosa, i Coen. Se da un lato la vicenda potrebbe avere parecchi punti in comune soprattutto con pellicole come Blood Simple o Fargo, film dove gente comune cerca la svolta nella vita attraverso azioni criminali senza però averne le capacità o i mezzi, d'altro canto dove il cinema dei Coen è sempre permeato di ironia e humor nero il film degli Edgerton è un noir puro, cupo e durissimo. Una girandola di avvenimenti prende l'avvio dalla relazione extraconiugale tra Raymond (David Roberts), il titolare di un'impresa di costruzioni e Carla (la bella Claire van der Boom) giovane parrucchiera sposata ad un piccolo criminale, ed è proprio Carla, nel tipico ruolo da dark lady che ha fatto la fortuna del genere a spingere Raymond a fregare il proprio marito dando il là ad un vertiginoso gioco di specchi nella piccola comunità cresciuta sulle sponde del fiume che porta a sospettare di tutto e tutti. Avidità e tradimento sono quindi i motori della pellicola che con un ottimo ritmo, svariati colpi di scena ed efficaci trovate visive (il Babbo Natale Vigile del Fuoco o il continuo pellegrinaggio del cane di Carla verso la cagnetta di Ray, protagonista di una sequenza davvero geniale) macina un plot che sembra un saggio sulla prima legge di Murphy e che trova piena esemplificazione nel doppio significato del titolo. Un casting azzeccatissimo, il montaggio adrenalinico e una colonna sonora d'atmosfera (che nel far montare la tensione mi ha ricordato quella di Carter Burwell del magnifico Before the Devil Knows You're Dead) fanno il resto. Se avete voglia di vederlo vi consiglio di evitare di guardare il trailer o di leggere la trama ma di gettarvi dentro il film a mente fresca avendo meno informazioni possibili, così da godere a pieno del meccanismo a orologeria di uno script ad alta tensione che non si svende cercando l'effetto suspance a tutti i costi e fine a se stesso ma capace di tenere lo spettatore incollato alla poltrona fino all'amarissimo ed esplosivo finale.