mercoledì 10 novembre 2010

BURNING TOKYO

TETSUO: THE BULLET MAN di Shinya Tsukamoto, 2009

Non ricordo che anno fosse quando vidi per la prima volta Tetsuo e Tetsuo II: Body Hammer, ricordo solo che con gli amici ci passavamo la vhs sulla quale erano stati registrati da Fuori Orario come fosse una reliquia e soprattuto ricordo la violenza con la quale mi colpirono i due film. La ferocia del montaggio unita all'utilizzo della pellicola 16mm fotografata in un bianco e nero sporchissimo, cupo, una colona sonora industriale, martellante e ipnotica, l'atmosfera malsana, psicotica, tutto schizofrenicamente fuso insieme al pari della carne del protagonista con il metallo, come nemmeno Cronemberg nei suoi peggiori incubi era riuscito a fare, indubbiamente mi trovavo di fronte a qualcosa mai visto prima. Fu subito amore incondizionato. Ora, dopo vent'anni, Tsukamoto torna al personaggio che ha dato un'innegabile (e meritatissima) spinta alla sua carriera e attorno al quale si è creato un culto consolidato con questo nuovo capitolo nella saga dell'uomo d'acciaio, una coproduzione americana dove per la prima volta in un suo film gli attori recitano in inglese. e parto da qui per muovere, ahimè, la prima critica. La scelta di usare l'inglese, probabilmente nel tentativo di dare maggior visibilità all'opera, si è rivelata totalmente controproducente, aggiungendo una nota stridula alla recitazione già di per sè enfatica e sopra le righe, cosa con ogni probabilità voluta e figlia della lunga militanza nel teatro sperimentale del regista ma che nel complesso convince poco. Altro punto debole della pellicola è l'eccessivo didascalismo, dove nei primi capitoli della saga la mutazione avveniva in chiave metaforica come conseguenza all'alienante vita nelle grandi città e alla massificazione della società , qui è scatenata dalla rabbia esplosa nel protagonista in seguito alla morte del figlio e sebbene da un lato possa innestare un'interessante discorso sull'elabotrazione del lutto, dall'altro vengono messi in campo oscuri esperimenti e un terribile passato che paiono tirati per i capelli e non necessari. L'ambiguità e lo spazio lasciato aperto all'interpretazione che caratterizzava i primi due capitoli (come anche la tensione sessuale che li permeava) vengono quindi a mancare in favore di una spiegazione del perchè della trasformazionre di Anthony decisamente povera e insoddisfacente. Visivamente, sebbene il passaggio all'alta definizione si collochi dall'altro lato dello spettro rispetto ai primi due capitoli (caratterizzati da una pellicola sgranata e da una sporcizia nell'immagine che perfettamente sposavano le sconvolgenti mutazioni nel corpo del protagonista) Tsukamoto grazie ad una fotografia dai colori cupi in grado di creare un'atmosfera opprimente, alla consueta regia vibrante e ad un montaggio frenetico, tagliente come un rasoio, unito ad un magistrale uso del sonoro (lo stesso regista intervistato al Tribeca Film Festival ha ammesso di dar maggior importanza agli effetti sonori, cercando di ricreare l'effetto di un concerto dal vivo, rispetto alla storia) il quale come punta di diamante prevede lo splendido tema composto per l'occasione dai Nine Inch Nails (cosa che non accadeva dalla colonna sonora di Quake) e all'utilizzo di effetti speciali volutamente artigianli confeziona, nonstante tutto, un'opera di rara violenza visiva e completamente fuori dagli schemi nel panorama attuale. Resta comunque innegabile che il linguaggio cinematografico del regista giapponese, deflagrato come una bomba atomica nell'89, sia stato successivamente rimasticato e fagocitato dall'industria mainstream negli ultimi vent'anni, soprattuto nel campo del videoclip, smorzandone inevitabilmente potenza e freschezza. Tetsuo: The Bullet Man, pur non essendo un brutto film, rimane comunque un'occasione sprecata, più un remake a budget elevato dei primi due capitoli che il concreto tentativo di salire sul gradino successivo che come estimatore di Tsukamoto avrei auspicato.

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