venerdì 26 novembre 2010

INCANTO DOLCEAMARO D'UN TEMPO PASSATO

L'ILLUSIONISTA di Sylvain Chomet, 2010

Ne L'Illusionista, l'amore di Chomet per l'animazione di stampo classico, fatta di linee raffinate ed eleganti e di una caratterizzazione caricaturale, densa di particolari (figlia per stessa ammissione del regista dei classici Disney degli anni '60 e '70, Gli Aristogatti, La Carica dei 101 o Il Libro della Giungla), si sposa perfettamente con uno sguardo nostalgico al passato ormai perduto, quello del Café Chantant, dove lo stupore per la bellezza di un'intrattenimento semplice e a suo modo innocente ancora non era stato spazzato via dall'aggrassività smaliziata del più moderno show business. Chomet porta sullo schermo un soggetto dimenticato di Jacques Tati, ritrovato al Centre National de la Cinèmatographie, che egli non volle trasformare in film perchè troppo denso di riferimenti autobiografici (Tati stesso  infatti mosse i suoi primi passi proprio nel music-hall) siglando una lettera d'amore ad una maniera di fare cinema ormai perduta, quella fatta di gestualità e di simboli, tratteggiata come in un'acquerello dall'autore francese con  poesia e delicatezza.
L'attempato illusionista francese che oltre al vero nome di Tati, Tatischeff, è disegnato e animato ricalcandone la fisionomia e la mimica, (se già Appuntamento a Belleville, primo lungometraggio di Chomet, era pieno di riferimenti e di dettagli dedicati a Tati, rivelando il grande amore dell'autore per il maestro francese, qui l'omaggio si cristallizza nella splendida sequenza dell'incontro tra il protagonista e il Monsieur Hulot di Mon Oncle sullo schermo di un cinema) nel suo pellegrinaggio in giro per l'Europa in cerca d'ingaggi incontra, in un paesino scozzese, la giovane e dolce Alice, cameriera sola al mondo che decide di seguirlo ad Edimburgo. Chomet mette in scena un rapporto padre-figlia atipico (lo script era stato tra l'altro dedicato da Tati alla figlia Sophie, da poco scomparsa, omaggio che Chomet ha mantenuto dedicandole il film), fatto d'incanto e disillusione, dove il gesti sopperiscono splendidamente alle differenze linguistiche (e alla mancanza di dialoghi intelligibili) che può esser facilmente inteso come metafora della paternità di determinate forme di spettacolo di varietà, come ad esempio il Vaudeville o il  Café Chantant, incentrate sullo stupore e sulla meraviglia, nei confronti dell'arte cinematografica.
Cercando di sbarcare il lunario barcamenandosi tra i lavori più improbabili, mentre il presente bussa inesorabile alla porta, Tatisheff, oltre al fido coniglio che lo accompagna nei suoi scalcinati spettacoli, incontra un manipolo di personaggi memorabili e malinconici, dal ventriloquo petulante al pagliaccio alcolizzato fino ai tre gemelli saltimbanchi, tutti protagonisti di meravigliosi siparietti di una comicità gestuale e amara in totale contrapposizione con la moderna idea di cinema. L'Illusionista è come un epitaffio sulla pietra tombale che sugella la fine di un'epoca e sebbene Chomet con le splendide, struggenti sequenze finali, forse per modestia, cerchi di farci credere che i maghi non esistono, noi non ci caschiamo e speriamo non cessi d'intrattenerci con le sue meraviglie, come il protagonista della sua splendida, imperdibile pellicola.

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