giovedì 4 novembre 2010

LASCIATE OGNI SPERANZA O VOI CHE ENTRATE

VAN DIEMEN'S LAND di Jonathan auf der Heide, 2009

"If You have no Scars, the Crows will come for Your Eyes"

C'è decisamente qualcosa che bolle in pentola in Australia, e sebben sia ancora presto per definire un movimento, film come Animal Kingdom, The Loved Ones, The Square o questo Van Diemen's Land, (ci sarebbe anche Last Ride di Glendyn Ivin che ancora non ho visto ma conto di recuperare al più presto) interessanti opere prime di cineasti sotto la quarantina che spesso collaborano tra loro, sono qui a dimostrarlo. La pellicola di Auf Der Heide si apre con un manipolo di galeotti che fugge dalla colonia penale di Macquarie Harbour la più dura dell'Impero Inglese nella Tasmania del 1822 (la Van Diemen's Land del titolo) tra i quali il taciturno e realmente esistito Alexander Pearce (interpretato magnificamente da Oscar Redding, anche sceneggiatore assieme al regista), incarcerato per aver rubato sei paia di scarpe. Il gruppo di detenuti di varie nazionalità, ed è formidabile e d'atmosfera il lavoro sugli accenti e l'utilizzo del gaelico in alcuni dialoghi, dopo il fallimento del tentativo di evasione si vede costretto a ripiegare nell'entroterra per sfuggire al cappio delle guardie inglesi trovandosi ben presto immerso in una landa sconosciuta ed inospitale con scarsità di provviste e senza sapere dove andare. La natura selvaggia della Tasmania è qui protagonista al pari degli attori e per mezzo della fotografia desaturata di Ellery Ryan assume toni cupi e ostili accentuati dall'evocativa colonna sonora di Jethro Woodward, tutta minacciosi archi dissonanti (mi ha ricordato molto quella di There Will Be Blood di Jonny Greenwood) contribuendo lentamente a creare un clima di tensione e paranoia che corrode la coesione fondata dal condiviso desiderio di libertà del gruppo fino a sfociare in brutali episodi di disturbante violenza. Il dualismo uomo-natura viene portato da Auf Der Heide alle estreme conseguenze in una parabola discendente verso l'orrore, quello reale, dove i veri mostri sono un branco di uomini ridotti a bestie prive di morale disposte a qualsiasi cosa pur di sopravvivere. Nonostante la drammaticità del tema trattato la regia non cede al facile sensazionalismo e le lente panoramiche, i lunghi momenti privi di dialoghi o la voce fuori campo che eviscera i flussi di coscienza di Pearce, accostano inevitabilmente la pellicola, facendo le dovute proporzioni e senza che ne raggiunga la profondità, a La Sottile Linea Rossa e Il Nuovo Mondo di Malick ma anche, viste le improvvise esplosioni di violenza brutale e incontrollata a Valhalla Rising di Refn (che a sua volta sembra un The New World completamente in acido). Forse il punto debole è proprio nel non esser riuscito a scavare a fondo dentro i personaggi per esplorare il perchè delle scelte disperate a cui sono portati o i propri dilemmi morali ma è comunque un piccolo appunto ad una sorprendente opera prima che nel bene e nel male non lascia indifferenti. Jonathan auf der Heide non è forse il più facile dei nomi da ricordare ma è certamente un giovane talento da tenere d'occhio.

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