venerdì 12 novembre 2010

SCATOLE CINESI

SHANGHAI di Mikael Håfström, 2010

L'ultima fatica dello svedese Håfström, regista dell'interesante Evil (e dei molto meno interessanti 1408 e Derailed) ha avuto sin da subito vita difficile, le riprese sono state bloccate dalle autorità cinesi ad una settimana dall'inizio della produzione, i set sono così dovuti essere ricollocati a Londra e Thailandia, il film è stato due anni al montaggio e ancora non ci sono date di uscita per il mercato occidentale. Scritto da Hossein Amini, Shanghai è un omaggio al noir della golden age hollywoodiana, tra l'immancabile voce fuori campo, i fedora e gli impermeabili, le strade bagnate e la pioggia incessante la pellicola inanella tutti i clichè del genere narrando una storia di spie alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. La vicenda è ambientata nel '41, quando la città che ha saputo fondere la tradizione asiatica con il glamour europeo veniva considerata un porto sicuro per i profughi dei paesi occupati dai nazisti sebbene fosse stretta nella morsa giapponese e fulcro delle manovre della resistenza cinese del dopo Nanchino nonchè fondamentale chiave di volta nei loschi traffici tra oriente e occidente. John Cusack è una spia americana che lavora sotto copertura come giornalista che indagando sul misterioso omicidio di un amico, (Jeffrey Dean Morgan) anch'egli agente americano, si trova invischiato in un gioco di specchi tra Germania, Giappone e Cina. Le relazioni politiche tra le potenze in gioco e la guerra vengono però tenute sullo sfondo privilegiando i rapporti e le dinamiche che si vengono ad instaurare tra i diversi personaggi, interpretati egregiamente da un cast internazionale che prevede oltre ai già citati Cusak e Morgan, Gong Li nel ruolo di splendida dark lady che tira i fili della resistenza, Chow Yun-Fat, importante membro delle triadi locali e suo marito, Ken Watanabe, l'ufficiale giapponese a capo dell'intelligence di istanza nella città, David Morse, capo di quella americana  e Franka Potente, moglie di un importante ingegnere tedesco (Il film è quindi recitato in quattro lingue, inglese, mandarino, giapponese e tedesco, purtroppo io ho visto la versione cinese che è doppiata e perde un po' del respiro internazionale). Anche dal punto di vista produttivo davvero nulla da eccepire, le scenografie ricreate in studio e aiutate qua e là da una CGI non troppo invasiva riescono a rendere al meglio l'atmosfera hard-boiled da film noir degli anni '40, così come inquadrature sghembe e giochi d'ombra. Pur procedendo per stereotipi Shanghai resta comunque distante dai film ai quali si ispira ma sebbene non sia certo indimenticabile o troppo originale offre 105 minuti di intrattenimento old fashioned, ed il vero peccato è che forse, visto lo sforzo produttivo in gioco, con una spinta in più, si sarebbe potuti arrivare ad un risultato decisamente più alto, benché la gioia di vedere Chow Yun Fat con un'automatica in mano dopo così tanto tempo sia indescrivibile.

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