mercoledì 29 dicembre 2010

GLI IMPERDIBILI DEL 2010

Se hai un blog devi fare il listone di fine anno, non si scappa, non importa di cosa, l'importante è fare una lista, ma vista la mia natura parecchio snob sono stato molto indeciso sul da farsi. Combattuto tra il mio lato maniacale al quale solamente l'idea di spuntare titoli in una lista scatena un bisogno quasi ossessivo compulsivo con annessa salivazione da Labrador e la mia voglia di distinguermi e fare lo stronzetto arrogante, alla fine, essendo questo il mio primo blog da parecchio tempo a questa parte, ho deciso di cedere a questa usanza. E ho pure esagerato come mio solito, questa è la lista dei film che mi sono piaciuti di più quest'anno, non è una classifica, li ho messi in fila a seconda di come mi venivano in mente (quindi beh, in effetti è una classifica, ok) e di film in mente me ne son venuti un frego, una volta arrivato a 30 ho deciso di darci un taglio anche se sicuramente ne ho scordati parecchi  e qualcuno avrebbe meritato una posizione diversa, ma ormai sono rincoglionito quindi le cose mi vengono in mente a episodi. 

INCEPTION

SCOTT PILGRIM VS. THE WORLD
THE SOCIAL NETWORK
TOY STORY 3
ANIMAL KINGDOM
UN PROPHÈTE
THE ROAD
VENGEANCE
L'UOMO CHE VERRÀ
THE GHOST WRITER
KICK-ASS
DOGTOOTH
RESTREPO
PORCO ROSSO
FANTASTIC MR. FOX
SHUTTER ISLAND
THE HOLE 3D
L'ILLUSIONISTE
AVATAR
WINTER'S BONE
LIFE DURING WARTIME
UP IN THE AIR
SOMEWHERE
LA BOCCA DEL LUPO
GREENBERG
LA PRIMA COSA BELLA
THE LOVED ONES
REVANCHE
DEFENDOR
THE EXPENDABLES
BONUS: anche se ormai gira da un po', rivederlo fa sempre bene! Un bel riassunto dei film di quest'anno in un montaggio con i controcazzi!

giovedì 23 dicembre 2010

GOTICO RURALE AMERICANO

WINTER'S BONE di Debra Granik, 2010

Ricordo chiaramente, subito dopo aver visto The Burning Plain, d'essermi fiondato di corsa sull'IMDb per controllare chi fosse quella giovane attrice che non avevo mai visto e tanto mi aveva impressionato per bellezza ma soprattutto bravura (non a caso la splendida interpretazione nel film di Arriaga le fece vincere il premio Marcello Mastroianni a Venezia). Era l'allora appena diciottene Jennifer Lawrence, e tra i film ai quali avrebbe lavorato appariva questo Winter's Bone, che cominciai ad attendere con una certa aspettativa, alimentata dai primi commenti letti e dalle più che positive recensioni d'oltreoceano nonchè dalla vittoria del Gran premio della Giuria come miglior film drammatico al Sundance di quest'anno. Ed il film della Granik è una folgorante conferma dello straordinario talento della Lawrence che regge quasi totalmente il film sulle spalle di una incredibilmente potente interpretazione, regalando una performance davvero memorabile nei panni della diciassettenne Ree Dolly. Tratto dal romanzo dallo stesso titolo dello scrittore di crime fiction Daniel Woodrell, Winter's Bone, ambientato nell'inospitale altopiano dell'Ozarks sul versante del Missouri, fotografa con nitidezza e realismo quasi dolorosi una parte della società americana che difficilmente viene rappresentata al cinema, quella di famiglie divise in clan che vivono anacronisticamente secondo ferree regole non scritte e proprie contorte direttrici morali, un'america fatta di volti scavati (come quello del quasi irriconoscibile John Hawkes, anch'egli di una bravura devastante nell'interpretare il cupo e violento Teardrop Dolly) dalla miseria, come fossero intagliati nella pietra e che paiono rispecchiare la spietata durezza del territorio,  di gente che ha imparato a destreggiarsi nell'illegalita per sopperire alla mancanza di un tessuto sociale adeguato. Raccontato con il ritmo del thriller (splendidamente punteggiato dalla malinconica e dolente voce di Marideth Sisco che appare anche in una sequenza) sfociando a tratti nell'orrore, quello vero, fatto d'indigenza e ignoranza profondamente radicata, dove l'atmosfera di pericolo è quasi palpabile, il film segue la parabola di Ree, adolescente che deve prendersi cura della madre, catatonica in seguito ad un esaurimento nervoso, e del fratello e della sorella minori in un percorso di formazione che la porterà sulle tracce del padre, piccolo criminale dedito alla produzione e allo spaccio di metanfetamina, la cui scomparsa rischia di mettere a repentaglio l'avvenire della famiglia. Un percorso difficile e spaventoso come il peso delle responsabilità che gravano sulle gracili ma forti spalle di Ree e che esplora vincoli familiari stretti come un cappio ma attraverso i quali si riesce a trovare un briciolo di speranza per il futuro.


mercoledì 22 dicembre 2010

ALL OUT WAR

RESTREPO di Tim Hetherington e Sebastian Junger, 2010

"The horror! The horror! " 
 Heart of Darkness - Joseph Conrad.

Restrepo è un pugno in faccia. Non per le immagini shockanti, che essendo un documentario girato in una zona di guerra tra le più calde del pianeta non mancano, ma per la maniera vivida con la quale una realtà come la guerra, tutto il carico d'orrore e insensatezza che la caratterizzano  toccano lo spettatore come nessun film di fiction, nemmeno capolavori come Apocalypse Now o Full Metal Jacket, sia mai riuscito a fare. I due autori ,  il giornalista americano Junger e il fotografo britannico Hetherington hanno seguito per un anno, in un totale di dieci viaggi  per conto di Vanity Fair e  ABC News, il Secondo Plotone della Battle Company, 173rd Airborne Brigade dell'esercito statunitense d'istanza nella Korangal Valley, in Afghanistan, quello che viene descritto come uno dei posti più pericolosi della terra. Una valle tra le montagne, tagliata di netto dal mondo, sperduta nel nulla, dove i conflitti a fuoco con i Talebani sono all'ordine del giorno. Restrepo è il nome che i commilitoni hanno dato all'avamposto che sono stati mandati a costruire e difendere sulle montagne, per commemorare Juan S. Restrepo, uno dei medici del Plotone, rimasto ucciso all'inizio della campagna. Quello che colpisce con violenza è proprio l'aspetto umano che traspare dalle immagini, i soldati sullo schermo sono ragazzi poco più che vent'enni della classe media che durante le interviste, condotte nella base della Compagnia in Italia, una volta tornati  dall'Afghanistan, appaiono profondamente segnati da quanto accaduto nella Korangal Valley, testimonianze particolarmente toccanti quando raccontano delle telefonate a casa e delle bugie raccontate per sdrammatizzare la propria situazione e non dare troppo pensiero ai propri cari, attimi che fanno pensare alle circostanze che hanno portato questi ragazzi in un luogo così orribile, sotto molti aspetti simile alle immagini  che tutti, sia attraverso documenti storici che attraverso i molti film che ne hanno fotografato l'orrore riconduciamo al Vietnam. Immagini di una guerra bloccata senza scopo tra le montagne, di soldati a torso nudo nel caldo e nel fango costretti a bruciare le proprie feci abbarbicati in un territorio ostile, la disumanizzazione del nemico, meccanismo che ti porta a sparare senza pensare o porti troppe domande, la botta d'adrenalina di uno scontro a fuoco che si sa già non potrà trovare nessun corrispettivo una volta tornati alla vita civile, come anche gli incontri con la Shura dove ai pastori della zona, vittime tra due fuochi ormai stremate e totalmente al di fuori e lontane dalla nostra maniera di vivere, le promesse di lavoro e progresso paiono vuote di fronte alla ben più pressante e tangibile perdita di una mucca utile alla sussistenza della propria famiglia, sono tutti aspetti che i due autori sono riusciti a restituire allo spettatore con una fotografia della guerra in Afghanistan, guerra che si sta combattendo nello stesso momento in cui io scrivo queste righe e voi le state leggendo, per quello che è, senza alcun filtro e proprio per questo in maniera così potente. Un film che dovrebbe essere proiettato nelle scuole.
  


ARMADILLO di Janus Metz Pedersen, 2010

Armadillo è il nome della base del contingente danese nella provincia di Helmand (una delle trentaquattro province dell'Afghanistan), luogo dove il documentario di Metz Pedersen, premiato come miglior film alla Settimana della Critica al Festival di Cannes di quest'anno,  è ambientato, seguendo un manipolo di soldati danesi, dalla festa per la partenza con spogliarelliste e shot di tequila, attraverso i  commossi saluti dei parenti all'aeroporto fino all'arrivo alla base che li ospiterà per sei mesi. La tesi che emerge da questo documentario è molto vicina  quella che traspare in The Hurt Locker, ovvero l'assuefazione alla guerra e all'adrenalina scatenata dal pericolo di scontri a fuoco e azioni di guerriglia condotti sul filo del rasoio. I soldati vengono infatti accolti alla base da un Caporale con la promessa di parecchia azione e dai dialoghi tra commilitoni traspare ampiamente che il motivo per il quale si sono offerti volontari per la Ferma è la voglia di provare qualcosa a loro stessi, con conseguenza, nelle giornate relativamente tranquille, di una palpabile impazienza nel cercare lo scontro con i Talebani. Il merito di Armadillo è quello di aprire uno squarcio su una delle molte realtà del conflitto afghano mostrando, attraverso l'oggettività dello sguardo di Metz Pedersen, come la guerra scavi profondamente nell'animo umano, spingendo dei ragazzini a commettere le peggiori atrocità senza batter ciglio, una realtà dove le perdite di civili vengono accettate senza porsi troppe domande e dove il nemico morto viene mostrato come un trofeo facendosi una risata (non è un caso se in Danimarca il documentario a scatenato aspre polemiche sulla violazione delle regole d'ingaggio e sul comportamento inadeguato da parte dei propri militari). Dove però Armadillo risulta debole è, nonostante la bellezza delle immagini sotto il  profilo di regia e fotografia, nell'utilizzo della grammatica cinematografica, nel montaggio, ad esempio in una sequenza di ricognizione un soldato sfonda la porta di una baracca e subito uno stacco ci fa vedere il suo pov dell'interno della stanza, o nell'utilizzo di musica extradiegetica, peraltro splendidamente composta da Uno Helmersson, che assieme alle riprese di alcuni dialoghi tra commilitoni che paiono fin troppo consci della presenza della macchina da presa e non naturali, smorzano i toni, la secchezza della vicenda e stridendo non poco con la realtà rappresentata, confinandola sotto certi aspetti in una dimensione più cinematografica che documentaristica. Questo senza nulla togliere all'importanza di una simile opera, capace di colpire come un pugno nello stomaco stimolando riflessioni su argomenti parecchio scomodi che toccano da vicino tutti noi, provocando domande sulla propria umanità, su cosa spinga un essere umano a voler tornare a tutti i costi a combattere in una zona di guerra o su cosa significhi davvero fare la differenza quando il confine  con l'insensatezza è così sottile.



Ho deciso di parlare di questi due documentari nello stesso post perchè, oltre alle ovvie affinità tematiche, per quanto mi riguarda rappresentano le due facce della stessa medaglia e sebbene emotivamente risulti abbastanza faticoso consiglio caldamente la visione di entrambe i film magari in una double feature.

domenica 19 dicembre 2010

WEEK END TRAILER EXTRAVAGANZA #5

FAST FIVE di Justin Lin, 2011

Quinto capitolo della saga di F&F che si va a inserire tra Fast & Furious (da noi intitolato Fast & Furious - Solo parti originali totalmente a caso, anche se per una volta bisogna concedere ai nostri adattatori che qua la colpa non è tutta loro, tra i titoli tutti uguali e una linea temporale che manco Primer con gente che prima crepa, poi ritorna, tenere il passo è un gran casino) e  The Fast and the Furious: Tokyo Drift che da quel che ho capito dovrebbe essere il capitolo finale. Non che di queste menate me ne fotta qualcosa, io ai tempi vidi il primo e nemmeno m'aveva fatto schifo, una specie di Point Break dei poveretti con i tamarri delle giostre di Quarto Oggiaro, quelli che fanno un casino brutto, al posto dei surfisti fighi, mentre gli altri episodi, visto l'esubero di macchine fosforescenti e con le lucine tutte matte che manco i presepi di San Gregorio Armeno, ho passato volentieri la mano. Qua invece la storia pare un po' diversa, intanto è tornato Vin Diesel nei panni di Dominic Toretto, fiancheggiato da Dwayne Johnson,  nome d'arte di The Rock quando vuol fare il serio (che con Faster richia di infilare la doppietta), al timone il veterano della serie Lin (al quale si deve la regia di una manciata di episodi di Community tra il quale l'incredibile "Modern Warfare" uno dei migliori della serie che se malauguratamente non sapete di cosa stia parlando fossi in voi correrei a recuperare correndo sulle mani) pare aver tenuto la CGI a freno e gli stunts sembrano essere parecchio old school (che i semi gettati da The Expandebles comincino a dare i propri frutti?), le macchine sono in tinta unita, niente colori psichedelici che provochino epilessia, e se non v'infocate con roba tipo quello che succede al 1.05 o con macchine che esplodono da tutte le parti e gente che salta a destra e a manca sui tetti è un problema vostro. Certo c'è pure quella cosa della macchina, del treno e di angolazioni pazze e la storia del caveau, ma son sottigliezze che si fan perdonare se vien fuori che il film è bello solido. Ah beh, dimenticavo, c'è pure quel quadrupede di Paul Walker, questa invece sì che è pesa.



SNOWTOWN di Justin Kurzel, 2011

Questo è un film del quale se devo esser sincero non sapevo nulla fino a 10 minuti fa, poi grazie al cielo mi ha dato una mano l'internet e ho scoperto che: a) è un film australiano, cinema che mi sta dando parecchie soddisfazioni ultimamente b) è tratto dalla vera storia di un serial killer della zona di Adelaide, tale John Justin Bunting e della ghenga di stronzi che gli ha dato una mano a steccare un fottio di gente c) è dannatamente cupo e pare promettere parecchio bene! Il trailer l'han mandato in onda durante l'AFI Awards e sa il cazzo perchè han deciso di lasciare il lancio fatto da un tipo grassoccio che non ho la minima idea chi sia.


LIMITLESS di Neil Burger, 2011

Nuovo film di Neil Burger, regista di The Illusionist (e che in mezzo ha girato un altro film che non ho visto e non ho mai sentito nominare nonostante Robbins e la McAdams, quindi non esiste) che non m'era neppure dispiaciuto, quello con Norton, Giamatti, Marsan e la Biel, non quello disegnato, che è proprio tutto un altro campionato e con questa ultima fatica ha deciso di correre a perdifiato sul sottile filo del rasoio che separa il film WOW! dalla megacazzata. Per intenderci, Bradley Cooper è uno scrittore fallito (e qui ci sarebbe da aprire una parentesi, che in effetti ho aperto, su come ad Hollywood per far apparire uno/a sfigato/a sono convinti basti spettinarlo/a o mettergli/le gli occhiali, mah) che in seguito a non so quali circostanze entra in possesso di una droga il cui trip lo fa diventare un super bomber, intelligentissimo, carismatico, che tipo finisce il libro in quattro giorni e s'impara l'italiano così a sfregio per fare il bulletto con Abbie Cornish (e come dargli torto). Ovviamente la faccenda attira della gente losca che ci vuol lucrare, tipo Robert De Niro che fa le faccette e per il buon Bradley si profilano gran cazzi amari. Ok, adesso che ho messo la trama nero su bianco l'ipotesi megacazzata guadagna decisamente terreno, comunque, dal trailer pare una specie di 21 senza quella cartola di Jim Sturgess e con una colonna sonora molto più fastidiosa, se poi ci mettiamo che il romanzo dal quale è tratto, un techno-thriller (qualsiasi cazzo di cosa significhi), è adattato dalla sceneggiatrice che ha curato lo screenplay di roba tipo Quel pazzo venerdì, Un sogno per domani, Questo pazzo sentimento o Senti chi parla adesso, qualche piccolo dubbio sulla piena riuscita del film direi che è lecito.



PAUL di Greg Mottola, 2011

Simon Pegg e Nick Frost di nuovo insieme ha ha ha ho ho ho (batte le mani e saltella per la stanza), se non sapete cosa significa vuol dire che non avete mai visto Shaun of the Dead e Hot Fuzz, e se avete ancora un briciolo di dignità dovete rimediare al più presto. Questa volta dietro la macchina da presa non c'è Edgar Wright, ma Greg Mottola, il regista al quale si deve la commedia americana più divertente degli ultimi dieci anni, Superbad, roba che la prima volta che l'ho vista dal ridere avevo la bava alla bocca e a momenti mi dovevano ricoverare e pure le volte dopo ho rischiato (true story!) ed è appena stata raggiunta sul podio da Scott Pilgrim vs. The World, che, invece sì, è di Wright, quindi è un po' tutta una grande famiglia di mattacchioni, Frost è pure il best man di Pegg, fate voi che tenerezza. Qua si parla di due comic-book geeks (cosa che Pegg è davvero, tra l'altro Garth Ennis e Darick Robertson nel loro ignorantissimo The Boys han deciso di omaggiarlo dando a uno dei personaggi, Hughie, la sua fazza, non è meraviglioso tutto ciò?) che mentre sono in pellegrinaggio all'Area 51, incontrano un alieno con la voce di Seth Rogen che tra l'altro è uno dei due sceneggiatori di Superbad, e qui il cerchio si chiude e mi esplode la fottuta testa.



WATER FOR ELEPHANTS di Francis Lawrence, 2011

Lawrence è colui al quale si devono i due adattamenti criminali di Constantine (uno dei miei fumetti preferiti) e Io Sono Leggenda (un libro della madonna), uno con la mano leggera quanto il granito che non mi pare proprio la persona più indicata a dirigere una roba come questa, ennesimo adattamento, questa volta di un romanzo che non ho mai sentito ma che al New york Times pare sia garbato un monte nonostante il titolo del cazzo. Si vede che cerca di rifarsi una verginità cinematografica dopo le due porcate sopracitate. Dal trailer non pare nemmeno tutto da buttare, qualche immagine d'effetto c'è ma l'idea che ne salta fuori è di una specie di Big Fish wannabe molto più da carie ai denti, vedremo (probabilmente no). Nel cast ci sono Reese Witherspoon, Christoph Waltz quel vecchino davvero simpa di Hal Holbrook che ha un résumé lungo da qui a laggiù e pure Ken Foree che non c'è nemmeno bisogno di dire dove ha recitato. Su Robert Pattison invece, durezza senza eguali.


THE TREE OF LIFE di Terrence Malick, 2011

Trailer del nuovo film di Malick, null'altro da aggiungere. Non so di cosa parli nello specifico e non mi interessa saperlo, voglio arrivare in sala, sedermi comodo e godermelo. Perchè è sicuro che me lo godrò.


PIRATES OF THE CARIBBEAN: ON STRANGER TIDES di Rob Marshall, 2011

I primi tre capitoli me li son visti e mi pare mi fossi anche divertito ma il fatto che non mi ricordi minimamente di cosa parlassero (e dire pirati non credo valga, dato che c'è scritto nel titolo) immagino sia il prezzo da pagare per aver tratto il soggetto da un'attrazione di Disneyland. Probabilmente poi, quando si  inizia a girare film tratti dalle giostre forse è il caso l'industria cinematografica cominci a farsi qualche domanda e pure noi spettatori, dato che sono stati tre blockbuster e non c'è troppo da scommettere sul fatto che lo sarà anche questo. Silurato Verbinski, alla regia è subentrato Rob "faccia di plastica" Marshall, del quale non ho mai visto nemmeno un film, nulla di personale Rob ma proprio it's not my cuppa, e cambio della guardia anche nel cast, dentro Penélope Cruz, fuori Orlando Bloom e quel fiore di Keira Knightley. Per quel che mi riguarda, con tutto il bene che posso volere a Johnny Depp, bravissimo e tutto quanto, forse è arrivato il momento di dire basta.



RANGO di Gore Verbinski, 2011

Verbinski appunto, invece di impegolarsi nel quarto capitolo di quella menata dei piarati, ha pensato bene di dedicarsi ad un progetto dal respiro un po' più ampio. Ideato e co-sceneggiato dal regista stesso, Rango segna il debutto dell'Industrial Light & Magic nel campo dell'animazione digitale e da quel che si può vedere direi sta facendo un ottimo lavoro. Character design ultra accattivante e curato, ambientazione western fighissima e un inizio slapstick che omaggia i cartoon classici da applauso. Le voci, che tanto qui in italia non sentiremo mai, sono tra gli altri di Johnny Depp, Timothy Olyphant, Alfred Molina, Harry Dean Stanton e Isla Fisher. Potrebbe davvero essere niente male.



TAKE ME HOME TONIGHT di Michael Dowse, 2011

Vedendo il poster (orripilante) ero già pronto a sputar veleno sul film (essì, son fatto così, sono un superficiale) ed invece dopo il trailer mi sono proprio dovuto ricredere (tiè!). Passando sopra il fatto che praticamente è un riassunto del film, l'atmosfera che si respira in questi 2 minuti e 29 secondi mi ha riportato a roba tipo (prendendo questa cosa con le presine del forno) le commedie di John Hughes. Sarà l'ambientazione anni '80, sarà questa storia di rivalsa del giovane sfigato che deve conquistare la strafiga del paese ma subito mi sono venuti in mente Sixteen candles, Ferris Bueller's Day Off, il capolavoro della premiata coppia Haim / Feldman, Licenza di guida o Say Anything con John Cusack (che non sono di Hughes ma s'inseriscono a pieno titolo nel filone della commedia adolescenziale di fine 80's da lui plasmato) e questo non può che essere un bene. Dowse non l'avevo mai sentito nominare ma spulciando la sua pagina di IMDb ho scoperto queste due perle che tipo se non le vedo al più presto muoio e nel cast ci sono quella simpatica faccia da schiaffi di Topher Grace, un nome così figo che sembra quello di una star di finti film d'azione anni '80, Teresa Palmer che è praticamente Kristen Stewart bionda, Michelle Trachtenberg e Anna Faris che lèvati e nientepopodimenochè Michael Biehn, SBEM!



EXIT di Marek Polgar, 2011

Film australiano di cui ancora si sa poco se non che gli autori citano tra le proprie ispirazioni i lavori di David Lynch, Darren Aronfosky, and Hal Hartley (quindi direi che, se non altro, han fatto il pieno di ambizione) e la cui trama racconta di gente che comincia a sbiellare mollando lavoro, affetti e sfanculando la propria vita perchè convinti che la città sia un labirinto e non fanno altro che girare come delle biglie impazzite cercando una porta andata perduta da migliaia di anni, l'uscita. Mi rendo conto che messa così non suona benissimo ma il trailer è fico e parecchio d'atmosfera, io ero già convinto ad "australiano".



BONUS:

BKO: BANGKOK KNOCKOUT di Panna Rittikrai, 2011

Se c'è una cosa che sanno fare i thailandesi è prendersi a schiaffi in maniera creativa e tra tutti Rittikrai è un vero maestro, stunt coordinator, prima che regista, di perle come Chocolate, Ong-Bak, The Protector, Ong Bak 2 e vero e proprio padre putativo di Tony Jaa, questa volta ha deciso di esagerare alla grande, questo BKO sembra essere la summa della sua opera, il suo Quarto Potere, un North By Northwest delle mazzate. Vedendo cosa diavolo combinano questi pazzi pazzi thailandesi in questo dietro le quinte, se sto giro qualcuno non ci lascia la buccia è un miracolo.



SUCKER PUNCH di Zack Snyder, 2011

Featurette del film che Snyder ha deciso di girare per convincere il mondo (e probabilmente se stesso) di non essere omosessuale, il regno del green screen, storie mattissime!

venerdì 17 dicembre 2010

BRINGING OUT THE DEAD

CARANCHO di Pablo Trapero, 2010

Dietro ogni tragedia c'è una fiorente industria che se ne nutre. Questo l'assunto alla base del nuovo film di Trapero, giovane cineasta argentino esploso nel 1999 con Mondo Grua e ora alla sesta prova. Da sempre interessato a descrivere la società del proprio paese, anche qui non rinuncia alle tematiche sociali declinandole nei colori del noir, raccontando il sottobosco criminale generato attorno alle frodi assicurative. Carancho, in argentino avvoltoio, qui non è riferito all'uccello da preda ma al dispregiativo nomignolo che viene dato agli avvocati che bazzicano le Emergency Room in cerca di vittime di incidenti stradali di cui approfittare, assumendone i casi in modo da  poter frodare, grazie all'aiuto decisivo di alti funzionari corrotti della polizia, sia loro che le assicurazioni. E' il lavoro che è costretto a fare Sosa (la certezza Ricardo Darín), per riuscire a riavere la propria licenza, lavoro che lo costringe a frequentare il pronto soccorso del quartiere La Matanza (lo stesso di Trapero) di Buenos Aires facendogli incontrare Luján (Martina Gusman moglie del regista nonchè produttrice della pellicola) una giovane dottoressa che si porta dietro un lungo e pesante strascico di problemi. Nonostante sia scritto e strutturato come un noir della Golden Age Hollywoodiana, più della componente prettamente crime a Trapero interessa esplorare il dramma di due persone alla deriva  e alla disperata ricerca della felicità, abbandonate ad una relazione disfunzionale che li rende complici, spingendoli lungo il franoso terreno di una dissoluzione morale sempre più profonda. Carancho è un film cupissimo dove il mondo notturno della capitale argentina sembra avvolgere l'anima di chiunque entri nel campo della macchina da presa, non c'è un barlume di speranza  nello squarcio di Buenos Aires descritto da Trapero, tutti sono corrotti o guidati dal proprio tornaconto, muovendosi in uno squallore degli ambienti specchio di quello interiore. Nonostante sia splendidamente interpretato e ineccepibile sotto il profilo tecnico, dal lavoro superbo e privo di sbavature di Trapero alla regia, al montaggio serrato e ben ritmato (il regista è anche montatore) fino all'ottima fotografia notturna di Julián Apezteguia, proprio queste due anime del film, quella nera e criminale e quella disperata e romantica, risultano non perfettamente amalgamate, quasi stridenti in alcuni passaggi, rischiando di arrivare alla frattura. La girandola di eventi riesce comunque a mantenere alto l'interesse dello spettatore trascinandolo in una spirale drammatica sempre più vertiginosa culminante nel piano sequenza finale il quale innesca un effetto domino, che seppur di sicuro effetto e ottimamanete girato, risulta in definitiva ridondante. Carancho, sebbene non convinca appieno, resta comunque un film al di sopra della media ed è un ennesimo tassello a testimonianza della vitalità del cinema argentino.

martedì 14 dicembre 2010

A NOT SO PERFECT WORLD

LAST RIDE di Glendyn Ivin, 2009

Sin dai primi minuti del film è subito chiaro che quella formata da Kev (uno stratosferico Hugo Weaving) e Chook (il giovanissimo ma talentuoso Tom Russell) non è la tipica coppia padre e figlio. Kev è un piccolo criminale ed ex galeotto braccato dalla polizia e costretto a portare con sè il figlio di dieci anni in una fuga senza speranza nell'aspra natura dell'Outback australiano, ripercorrendo i luoghi della propria tormentata infanzia nel disperato tentativo di lasciarsi alle spalle un passato problematico e fitto di sbagli e cercando, alla maniera maldestra di chi è stato profondamente danneggiato dalla vita, la possibilità di un nuovo inizio. Tratto dal romanzo di Denise Young dallo stesso titolo, Last Ride è il primo lungometraggio di Glendyn Ivin, vincitore al festival di Cannes nel 2003 con la sua prima prova, il corto Cracker Bag, che con mano solida e con straordinaria grazia e delicatezza tratteggia, in totale cotrapposizione con la crudezza e il cupore della vicenda, un impianto visivo potente ed emozionante dominato da paesaggi poetici e allo stesso tempo duri e minacciosi come la catena delle Flinders Ranges sa essere magistralmente incorniciato da una colonna sonora dissonante ed elettrica. Più che i motivi della fuga, i quali vengono rivelati in fulminei flashback che squarciando il tessuto narrativo centellinano gli indizi sulle circostanze che lo hanno spinto e sulle motivazioni di Kev lungo tutta la durata del film, Ivin e Mac Gudgeon, lo sceneggiatore, sono interessati al rapporto padre e figlio, eviscerato durante le peregrinazioni dei due protagonisti. Il rapporto d'amore e odio di Chook nei confronti del padre, un uomo completamente autodistruttivo e dominato da impulsi violenti, assolutamente non adatto alla paternità ma al contempo capace di piccoli gesti di tenerezza, è il motore della pellicola, ed il viaggio, metafora probabilmente non troppo originale ma davvero toccante ed intensa della crescita, assume i contorni di una profonda e disperata ricerca d'affetto.

domenica 12 dicembre 2010

WEEK END TRAILER EXTRAVAGANZA #4

THOR di Kenneth Branagh, 2011

Qualcosa davvero non è andata come sarebbe dovuta andare nella carriera del povero Kenneth, lui ci teneva un sacco a fare l'intellettuale ma chissà come (il mutuo?) è finito a dirigere un film di supereroi. Povero, povero Kenneth. Thor è uno di quei supereroi che quando li incontravo in qualche crossover non vedevo l'ora se ne tornasse nella sua serie regolare senza rompere troppo le palle tanto era il tedio, sarà che tendevo più ad identificarmi in adolescenti sfigati che si ritrovavano per le mani superpoteri strafighi e cercavano goffamente di conquistare le ragazze dei loro sogni piuttosto che nei panni di un dio (ti piace vincere facile eh?) che gira vestito come il cantante di un gruppo epic metal brandendo un martello, quindi per quel che mi riguarda questo non è certo il film più atteso del 2011. Poi beh, quando scassa il pavimento a colpi di Mjolnir gasa pure eh, ma tutto il resto, Portman a parte, convince poco, sembra un guazzabuglio di CGI parecchio plasticona, dialoghi non proprio di alto livello e Chris Hemsworth sarà pure un manzo pompatissimo alto cinque metri ma pare davvero ingiocabile (un po' come il fulmine che fa esplodere la scritta 3D). Con buona pace per la Dennings, Hopkins, Skarsgård, Elba (ok Idris, dato che in The Wire e Luther c'eri anche te ti abbuono Obsessed, ti tengo d'occhio però, vedi di rigar dritto) che è tutta gente a cui si vuol bene e Jaimie Alexander che proprio non ho idea da dove salti fuori ma è certo che la cotta di maglia le dona proprio parecchio.
Che poi è inutile faccia tanto lo schizzinoso perchè lo sapete voi e lo so pure io che me lo andro a vedere. Damn you Kenneth Branagh! (“YOU’RE AN OLD MAN AND A FOOL!" dovevo dirlo, è più forte di me)



KILL THE IRISHMAN di Jonathan Hensleigh, 2011

Hensleigh, al terzo tentativo dopo l'infamissimo The Punisher, sul quale non val la pena spendere nemmeno mezza parola e Welcome to the Jungle (che no, non ha nulla a che vedere con questo) un Cannibal Holocaust wannabe che non ho visto ma che se possibile pare addirittura più infame del debutto e con il suo 4.6 sull'IMDb parla chiarissimo, pare finalmente averne azzeccata una! Se c'è una cosa che m'ingassa di più dei film sulla mafia italoamericana sono i film di gangsters irlandesi e questo Kill the Irishman parla giust'appunto di tale Danny Green (Ray Stevenson, proprio il califfo che ha messo una pezza al fallimento di Hensleigh impersonando Frank Castle nell'ignorantissimo e finalmente ultraviolento Punisher: War Zone) un irlandese che il trailer ci dice realmente esistito a cui viene la bella pensata di dichiarare guerra alla mafia di Cliveland. A parte l'orrenda canzone rap metal che parte allo 0.58 che in un film ambientato negli anni 70 ci sta come i Nine Inch Nails in un film ambientato al tempo degli antichi greci (però mi venga un colpo se Just Like You Imagined non gasa, diavolo di uno Snyder!) pare niente male, storie ghetto di regolamenti mafiosi come se piovessero e a dar manforte a Stevenson ci sono un Val Kilmer gonfio come un otre, il buon vecchio Christopher Walken, Vincent "palla di lardo" D'Onofrio, Vinnie Jones, che iddio lo benedica e quella patata di qualità di Laura Ramsey. Sulla carta quindi i numeri per tirar fuori un bel filmettino dignitoso ci sono, vediamo se Hensleigh riesce a mandare tutto a puttane pure a sto giro.

 
I AM NUMBER FOUR di D.J Caruso, 2011

Ammetto che nonostante il nome da resident Dj al Dance at Arena di Hollywood assieme a Dj Paparazzi, D.J. Caruso con The Salton Sea (onestissimo noir con un Kilmer dall'aspetto ancora umano) e Disturbia (che con il colpo basso di inserire nel casting Sarah Roemer mi ha attirato come una falena alla fiamma) m'aveva intrigato, poi è uscito Eagle Eye e nonostante lo spiegamento di forze dell'accoppiata Monaghan / Dawson ho cercato di vederlo due volte e la prima mi sono addormentato, la seconda mi sono dimenticato di starlo a guardare ritrovandomi a fissare la parete (SPOILER: non è un buon segno). Con questa sua ultima fatica Caruso entra in scivolata nel regno delle cazzatissime, adattando per il grande schermo un libro che francamente non piazzerei nemmeno sotto la gamba zoppicante del tavolo per metterlo in piano. Scritto sotto pseudonimo (Pittacus Lore che, cazzo, sembrava proprio un nome vero e comunque il fatto non ci voglia metter la faccia nemmeno lui la dice lunga) da quel vigliacco farabutto di  James Fray e da un altro tipo che non so chi sia e nemmeno me ne fotte qualcosa, I Am Number Four narra di un adolescente che blah, blah, blah, arriva in città e si mette con la più figa della scuola blah, ma ovviamente la storia d'amore viene ostacolata dal fatto che lui  c'ha i probblemi perchè alieno dotato di superpoteri ma soprattutto perchè degli scarichissimi pseudo Romulani  gli dan la caccia per fargli staccare il biglietto. Personalmente mi attira come una colonscopia e il fatto che alla produzione ci sia Michael Bay non mi rincuora nemmeno un po'.
Ah, e Timothy, invece di perder tempo con queste stronzate, dacci dentro con Justified che qua si aspetta la nuova stagione!



TRANSFORMERS: DARK OF THE MOON di Michael Bay, 2011

Questa settimana è sbucato il teaser del terzo capitolo della saga che ha stuprato i ricordi della nostra infanzia, presumibilmente intitolato così per evitare di sentir bussare gli avvocati dei Pink Floyd alla porta, e devo dire che, nonostante il mio odio profondo nei confronti di Bay e del suo cinema tutto tricche e tracche e bombe a mano, non mi dispiace. E' che le stronzate lunari sono un po' il mio tallone d'Achille, son fatto così, fammi vedere un modulo Apollo e non capisco più niente. Certo il mecha design del robottone è sempre la solita fuffa dei primi due  capitoli ma peggio di Revenge of the Fallen mi pare difficile poter arrivare, a meno di un subentro di Emmerich dietro la macchina da presa. Sono fiducioso, certo bisogna vedere come Bay si gioca i restanti 118 (se va bene) minuti e la possibilità che finisca tutto in vacca è sempre dietro l'angolo ma se non altro quella stronza di Megan Fox è stata spesata in favore di Rosie Huntington-Whiteley, la super modella di Victoria Secret che nonstante abbia la pagina di IMDb più amara di tutto l'internet pare decisamente avere altre skills tra le sue doti e se non sapete chi sia vuol dire che siete morti. Ma non fatevi strane idee perchè se l'è già accaparrata quello smilzino di Shia, li mortacci sua.



REAL STEEL di Shawn Levy, 2011

Girato usando gli scarti di CGI di Transformers processati con un Amiga 500 (perchè Spielberg non è uno che butta via niente) da Levy, regista tra l'altro della doppietta ambientata al Museo che non ho proprio la minima intenzione di vedere dato che l'unico suo film che ho mai visto è Just Married, mentre ero in aereo, e a momenti preferivo schiantarmi nell'oceano, questo Real Steel avrà sicuramente fatto saltare più di una testa tra gli sceneggiatori di Bollywood per non essersi fatti venire questa meravigliosa idea dei robot che si picchiano prima dei ricchi cugini americani. In effetti la storia è presa da un racconto del '56 di Richard Matheson (già adattato tra l'altro in un episodio di The Twilight Zone) che non ho letto ma sono più che certo abbia infinitamente più classe di questa puttanata, non che ci voglia poi molto, e visto che ci sono altre quattro persone accreditate nel reparto scrittura immagino abbiano fatto un bel po' fatica a cavare da un racconto  breve  abbastanza materiale per raggiungere l'ora e mezza canonica. Probabilmente poi a Jackman l'esperienza con quello scempio di X-Men Origins: Wolverine (film che ci piace ricordare così) non è bastata, ha deciso quindi di buttarsi a capofitto nel ruolo di un ex pugile che allena un robot radiocomandato (se qualcuno mi spiega il senso di questa cosa gliene sarei profondamente grato) a fare a mazzate. Nel cast anche Evangeline Lilly che vabbè, dopo (l'amarissima) fine di Lost, non ha più niente da fare a parte le pubblicità dello shampoo ma potrebbe pure scegliersi copioni migliori.



EVIDENCE di Howie Askins, 2011

Ok, lo so, ormai ne abbiamo tutti un po' piene le palle dei film che hanno la pretesa d'esser basati su materiale ritrovato e nonostante al tempo gli sia voluto parecchio bene cominciamo ad augurare a Myrick e Sànchez di schiattare della peggior morte per aver messo in piedi tutta questa faccenda. Evidence racconta di quattro ragazzi che tanto per cambiare vanno in giro per i boschi finchè non trovano una creatura a quanto pare parecchio incazzosa. Nonostante il plot non sia propio dei più originali da quel che si può vedere il film sembra ben girato e recitato in maniera convincente, a me intriga e mette pure un po' d'ansia, vedremo, per segnare Askins sul libro nero c'è sempre tempo.



THE TUNNEL di Carlo Ledesma, 2010

Nuovo teaser per l'australiano The Tunnel, film anche questo basato sulla manfrina del materiale ritrovato che però ha nei metodi produttivi un grosso punto d'interesse. Il film è stato girato grazie ai soldi raccolti vendendo i singoli frame (questo lo splendido poster con i nomi di tutti coloro hanno contribuito finanziariamente), un po' come stanno facendo i team di Iron Sky e Pioneer One, e una volta ultimato verrà rilasciato gratuitamente via torrent. Se quando ero ragazzino facendo la colletta ci si comprava il vino per andare in manifestazione, adesso ci si girano film e serie, di questo passo entro breve marceremo sui grandi studios dando tutto alle fiamme per costruire un futuro migliore, dove ci produrremo i nostri film a vicenda facendo girare le monetine da un euro, un futuro dove il sogno dei Duplass Bros e di Joe Swamberg diventerà realtà! La storia è quella di una giornalista che si avventura nei tunnel sotto Sydney a cercar rogna e a quanto pare la trova.



VANISHING ON 7th STREET di Brad Anderson, 2011

Nuova prova per Anderson, che se con quel gioiellino di Session 9 mi aveva impressionato, con The Machinist mi fece proprio esplodere la testa, qui alle prese con un horror thriller che a quanto si legge nell'internet è roba abbastanza trasversale e intelligente, una storia metafisica non per tutti i palati, cose di ombre alle quali è meglio non rompere le palle, insomma.  A me non so perchè ma ricorda parecchio Identity, che m'era pure piaciuto un bel po', forse sarà la scenografia un po' posticcia e di derivazione televisiva (Anderson tra l'altro sono anni che sfuria tra le serie più fighe mai prodotte, The Wire, The Shield, Fringe, Treme, Boardwalk Empire e la mai troppo compianta Rubicon) forse per i personaggi che gravitano  tutti attorno allo stesso luogo, forse perchè mi sono svegliato presto e non connetto. Spero solo che la presenza di quel notorio cane maledetto di Hayden Christensen non affossi la pellicola, oltre a lui ci sono John Leguizamo e Thandie Newton, incrociamo le dita.



THE DAY di Douglas Aarniokoski, 2011

Io sono uno che alla mattina quando si sveglia, guardando fuori dalla finestra, spera sempre di trovare gente in avanzato stato di decomposizione che ciondola a destra e a manca nel pieno di una bella zombie outbreak (dove probabilmente finirei morso nel giro di 30 secondi netti) oppure uno scenario post  nucleare con macerie fumanti e gente che s'arrabatta per tentare di salvare la buccia (dove probabilmente finirei stuprato dai predoni o creperei della peggior morte o entrambe le cose nel giro di 30 secondi netti) quindi Aarniokoski, con questo thriller apocalittico, sul sottoscritto ha gioco facilissimo. Mettici poi che c'è Shannyn Sossamon, la musica nel teaser è degli Explosions in the Sky (che se non conoscete siete dei poveri e dovete quantomeno recuperarli subito!) e di sicuro avrai la mia attenzione. Ah, ci sono anche quell'Hobbit di Dominic Monaghan e l'uomo ghiaccio.




BONUS:

SHAOLIN di Benny Chan, 2011

Terzo trailer per il remake del classico The Shaolin Temple, film che segnò l'esordio cinematografico di Jet Li, e che a sto giro nel cast prevede Andy Lau, Nicholas Tse e nientemeno che Jackie Chan, sperando si sia ripreso e ricominci a fare film di un certo livello che boiate come The Karate Kid non ne vogliamo più vedere! Io lo aspetto scalpitando.



venerdì 10 dicembre 2010

IL FASTIDIO COME CIFRA STILISTICA:

ENTER THE VOID di Gaspar Noé, 2009

Sapevo delle controversie che accompagnavano il film ma mi sono fatto abbindolare dal rating di IMDb e dal Podorometro (ed è forse la prima volta che mi si rivoltano contro, siamo sempre andati d'amore e d'accordo) quindi si può proprio dire che me la sia cercata. Di Noè avevo già visto Irreversible, altro film arrivato a cavallo di grosse polemiche ma che, siccome amo fare il bastian contrario, non mi era nemmeno troppo dispiaciuto e We Fuck Alone, segmento del lungometraggio Destricted, progetto che con una manciata di corti affidati a vari registi e artisti si poneva l'ambizioso obiettivo di esplorare il confine tra arte e pornografia. We Fuck Alone si apriva con un disclaimer che avvisava gli spettatori affetti da epilessia sulla concreta possibilità gli effeti strobo presenti nel film potessero causare loro una crisi e, come il titolo suggerisce, rappresentava una ragazza che si masturbava e un ragazzo alle prese con una bambola gonfiabile mentre guardavano un video porno. Enter the Void, fatte le dovute proporzioni, è esattamente la stessa cosa, se il corto è però, appunto, corto e dura solo pochi minuti, l'ultima fatica (nel vero senso della parola) di Noé, di minuti ne dura 155 e questa volta è il regista stesso a masturbarsi. Due ore e trentacinque minuti di interminabile piano sequenza (ovviamente falso) fatto di voli pindarici con la macchina da presa, soggettive estenuanti (in prima e, che iddio ci salvi, in terza persona) ed effetti stroboscopici e psichedelici, il tutto labilmente giustificato sul piano narrativo da misticismo d'accatto ed esperienze extracorporee del discount. Enter the Void è il grido disperato di un regista onanistico, autoreferenziale e pretenzioso il cui unico interesse è che si parli di sè e che a tale scopo, avendo poco più che un canovaccio come intelaiatura della vicenda, non lesina sequenze o tematiche shockanti fuori tempo massimo. Davvero nel 2010 c'è ancora qualcuno sopra (e ormai credo  pochi anche sotto) i quattordici anni che rimane shockato nel vedere gente che fa uso di droga o scene di sesso pseudo esplicito? Io non credo.
Dal punto di vista prettamente visivo non è tutto da buttare, il film ha subito un trattamento di più di un anno di post produzione ed il lavoro è davvero notevole, Marc Caro è stato supervisore dei set e lo stesso Noé la macchina da presa la sa usare bene e lo dimostra, arrivando addirittura all'eccesso, perchè le trovate di regia che potevano essere interessanti (sebbene Fincher abbia fatto le stesse cose già nel 1999) vengono ripetute al parossismo e dopo la quarta o quinta volta che la macchina da presa compie un carrello aereo sopra i tetti di Tokyo per collegare due persone al telefono (togliendo tutti questi movimenti di macchina fine a se stessi credo il film arriverebbe all'ora e mezza canonica) o dopo l'ennesima volta che con un movimento del dolly entra dentro qualcosa, la potenza visiva viene decisamente meno e cede il passo allo sbadiglio o, come nell'ultima sequenza, alla risata involontaria (ma  più che altro all'irritazione, facendo quasi guardare con nostalgia agli otto minuti di stupro alla Bellucci). Enter the Void potrebbe arrivare ad una versione guardabile senza che nello spettatore sopraggiunga il desiderio di morire o di lanciare qualcosa contro il televisore solo dopo numerosissimi tagli che ne snelliscano il corpo e diano più compattezza alla storia, nella sua versione attuale è un film che aspira alla videoarte senza che il regista abbia i mezzi per plasmare tale ambizione grazie alla propria visione del mondo.

lunedì 6 dicembre 2010

THE INTERNET'S NOT WRITTEN IN PENCIL. IT'S WRITTEN IN BLOOD.

THE SOCIAL NETWORK di David Fincher, 2010

"We lived in farms, then we lived in cities, and now we're gonna live on the internet!"

Quando lessi le prime indiscrezioni sull'interessamento di Fincher al progetto di un film su Mark Zuckerberg, il creatore di Facebook, non riuscivo a capire cosa potesse interessargli in una storia del genere. Anzi, ad essere sincero, dopo The Curious Case of Benjamin Button, che pure ho apprezzato ma di certo non si può negare sembri una fiaba più in linea con la filmografia di un Tim Burton post Big Fish (e sia chiaro che da queste parti è un complimento) piuttosto che un film del regista californiano, temevo facesse la fine di Gus Van Sant che ben lontano dai fasti del suo primo, radicale cinema è stato ormai quasi del tutto fagocitato dal mainstream. Fortunatamente mi è stato chiaro sin dalla folgorante sequenza d'apertura quanto mi stessi sbagliando. In The Social Network la lucida visione del mondo di Fincher avvolge solida la robusta spina dorsale dello script del veterano Aaron Sorkin, script che regala dialoghi al fulmicotone e situazioni che si conficcano nella testa dello spettatore ramificandosi e germinando (come il già citato incipit, la sequenza in discoteca o la telefonata di Eduardo). Sorkin con un continui cambi di prospettiva, saltando da flashback a flashback (struttura che per stessa ammissione degli autori s'ispira a Rashomon di Kurosawa), imbastendo una serie di dialoghi serratissimi e memorabili, non solo racconta la genesi del social network culturalmente più rilevante degli anni '10, chiaramente non curandosi troppo dell'aderenza alla realtà ma attenendosi al testo a cui fa riferimento, il controverso best-seller di Ben Mezrich, The Accidental Billionaires: The Founding of Facebook, A Tale of Sex, Money, Genius, and Betrayal, ma, cosa decisamente più importante, di questi anni tratteggia lo zeitgeist. Zuckerberg viene descritto sin dalle primissime battute come un giovane intellettualmente brillante ma completamente alienato, al limite dell'Asperger, la cui ossessione per i Final Club e la voglia di rivalsa nel disperato tentativo di aquisire una legittimazione sociale lo spingono a fondare un club che ribalta completamente il concetto di esclusività, un club dove lo status te lo puoi aggiornare da solo tutte le volte che lo desideri, un club fondato sul culto della personalità, dove la disperata corsa alla popolarità è tutto e che a dispetto dell'evidente incapacità del proprio fondatore di stabilire dei contatti umani significativi ha innegabilmente cambiato la maniera di socializzare ed interagire tra le persone in tutto il mondo, ma soprattutto un club del quale essere presidente e su cui esercitare pieno controllo. The Social Network è la parabola di un ventenne che trova nella semplice quanto "rivoluzionaria" idea di aggiungere un relationship status alla sua creatura la risposta alla continua e frustrante ricerca della scopata facile che serpeggia per i corridoi dei Campus e per estensione nella società moderna, il veicolo  di un successo pressochè istantaneo sfruttando la relativa facilità con cui si riescono ad instaurare rapporti  ben al sicuro da un reale contatto da dietro lo schermo di un computer.
Zuckerberg pare più un Daniel Plainview versione 2.0 che un Charles Foster Kane (al quale è stato giustamente paragonato sia tematicamente che formalemente per aver aggiornato  il ritratto della nascita di un tycoon americano con uno slittamento del medium motore del successo dalla carta stampata alla rete), emergendo come un individuo poco interessato al denaro ma ben consciente del fatto che, come sottolinea il protagonista di There Will Be Blood in una memorabile sequenza (I have a competition in me. I want no one else to succeed. I hate most people. There are times when I look at people and I see nothing worth liking. I want to earn enough money that I can get away from everyone), la ricchezza può permettergli di tenere gli altri esseri umani a distanza, esseri umani a cui, completamente assorbito dal proprio ego, non è minimamente interessato (come egli stesso ribatte alla fidanzata che lo sta scaricando nell'incipit: I don't want friends).
Fincher si inserisce nel portentoso magma plasmato da Sorkin accantonando i virtuosismi visivi che lo hanno reso celebre (se non teniamo conto della splendida sequenza della regata di canottaggio che non a caso risulta stilisticamente slegata dal corpo del film) in favore di una regia classica e pulita fatta di primi piani, campi e controcampi che abbracciano al meglio la sceneggiatura densa di dialoghi e situazioni procedurali , senza  che però rinunci alla propria potente idea di cinema e al proprio solidissimo sguardo nel delineare in maniera netta i contorni della società che stiamo vivendo. Una società vuota e in piena nevrosi, dominata dall'apatia e descritta con il ritmo del thriller perfettamente scandito dalla splendida colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross utilissima nel veicolare e mantenere alto il livello di tensione e paranoia che permea l'intera vicenda, magistralmente portata sullo schermo da un terzetto di interpreti in stato di grazia. Se sulla bravura di Jesse Eisenberg, (già apprezzatissimo tra gli altri in Adventureland, The Squid and the Whale e Zombieland) e Andrew Garfield (Boy A e la bellissima Red Riding Trilogy) c'erano ben pochi dubbi, la vera sorpresa è Justin Timberlake, fortemente voluto dal regista, che con palese ironia interpreta Sean Parker, colui che con Napster ha spinto il peer to peer su scala globale assestando un durissimo colpo alle multinazionali della musica, le stesse case discografiche di cui Timberlake è una punta di diamante, ridisegnandone le logiche e le dinamiche di mercato (You wanna buy a Tower Records, Eduardo? è una stoccata davvero brillante ed eloquente e del resto sentir pronunciare ad un sei volte vincitore di Grammy una frase come There's not a lot of money in free music. Even less when you're being sued by everyone who's ever been invited to the Grammys non ha davvero prezzo). A Fincher, attraverso la tringolazione dei rapporti di amicizia, tradimento e complicità tra i protagonisti, che assume connotazioni quasi sessuali ed erotiche, interessa esplorare e riflettere sul ruolo del maschio nella società moderna, uno dei temi a lui più cari e che attraversa la sua opera fin dall'esordio cinematografico con Alien³ passando per Fight Club e Zodiac, un maschio che non riesce più a relazionarsi con l'altro sesso e che veicola le proprie pulsioni sessuali attraverso ciò che più lo ossessiona (sia questo la lotta, la ricerca di un serial killer o il desiderio di venire accettato).
Sebbene la storia di Zuckerberg sembri una sorta di rivalsa da parte di un nerd nei confronti di WASP più che benestanti, simboli di successo e menbri degli esclusivi club che creano il vero e proprio tessuto della società statunitense, che lo avevano ostracizzato e messo ai margini in quanto geniale disadattato incapace di  intessere anche il più semplice dei rapporti, finisce per diventare la conferma che anche le leggi della rete, ben lontana da essere quel luogo di democrazia  che spesso ci piace dipingere, vengano definite e controllate con le unghie e con i denti da maschi bianchi della classe medio alta con un cambio di prospettiva davvero minimo rispetto alle vecchie classi dirigenti. Quasi fosse che i grattaceli fatti implodere nel folle finale di Fight Club siano ora popolati di  nerd ventenni e occhialuti dal viso pulito che in barba alla presunta democraticità della rete gestiscono il web in maniera totalmente feudale, spregiudicata e opportunistica. 
E se il finale lascia l'amaro in bocca per i rapporti irrimediabilmente deteriorati tra i protagonisti, lo lascia ancora di più per il ritratto a tinte cupissime di una generazione e di un'epoca nitidamente fotografato da Fincher e Sorkin.