mercoledì 22 dicembre 2010

ALL OUT WAR

RESTREPO di Tim Hetherington e Sebastian Junger, 2010

"The horror! The horror! " 
 Heart of Darkness - Joseph Conrad.

Restrepo è un pugno in faccia. Non per le immagini shockanti, che essendo un documentario girato in una zona di guerra tra le più calde del pianeta non mancano, ma per la maniera vivida con la quale una realtà come la guerra, tutto il carico d'orrore e insensatezza che la caratterizzano  toccano lo spettatore come nessun film di fiction, nemmeno capolavori come Apocalypse Now o Full Metal Jacket, sia mai riuscito a fare. I due autori ,  il giornalista americano Junger e il fotografo britannico Hetherington hanno seguito per un anno, in un totale di dieci viaggi  per conto di Vanity Fair e  ABC News, il Secondo Plotone della Battle Company, 173rd Airborne Brigade dell'esercito statunitense d'istanza nella Korangal Valley, in Afghanistan, quello che viene descritto come uno dei posti più pericolosi della terra. Una valle tra le montagne, tagliata di netto dal mondo, sperduta nel nulla, dove i conflitti a fuoco con i Talebani sono all'ordine del giorno. Restrepo è il nome che i commilitoni hanno dato all'avamposto che sono stati mandati a costruire e difendere sulle montagne, per commemorare Juan S. Restrepo, uno dei medici del Plotone, rimasto ucciso all'inizio della campagna. Quello che colpisce con violenza è proprio l'aspetto umano che traspare dalle immagini, i soldati sullo schermo sono ragazzi poco più che vent'enni della classe media che durante le interviste, condotte nella base della Compagnia in Italia, una volta tornati  dall'Afghanistan, appaiono profondamente segnati da quanto accaduto nella Korangal Valley, testimonianze particolarmente toccanti quando raccontano delle telefonate a casa e delle bugie raccontate per sdrammatizzare la propria situazione e non dare troppo pensiero ai propri cari, attimi che fanno pensare alle circostanze che hanno portato questi ragazzi in un luogo così orribile, sotto molti aspetti simile alle immagini  che tutti, sia attraverso documenti storici che attraverso i molti film che ne hanno fotografato l'orrore riconduciamo al Vietnam. Immagini di una guerra bloccata senza scopo tra le montagne, di soldati a torso nudo nel caldo e nel fango costretti a bruciare le proprie feci abbarbicati in un territorio ostile, la disumanizzazione del nemico, meccanismo che ti porta a sparare senza pensare o porti troppe domande, la botta d'adrenalina di uno scontro a fuoco che si sa già non potrà trovare nessun corrispettivo una volta tornati alla vita civile, come anche gli incontri con la Shura dove ai pastori della zona, vittime tra due fuochi ormai stremate e totalmente al di fuori e lontane dalla nostra maniera di vivere, le promesse di lavoro e progresso paiono vuote di fronte alla ben più pressante e tangibile perdita di una mucca utile alla sussistenza della propria famiglia, sono tutti aspetti che i due autori sono riusciti a restituire allo spettatore con una fotografia della guerra in Afghanistan, guerra che si sta combattendo nello stesso momento in cui io scrivo queste righe e voi le state leggendo, per quello che è, senza alcun filtro e proprio per questo in maniera così potente. Un film che dovrebbe essere proiettato nelle scuole.
  


ARMADILLO di Janus Metz Pedersen, 2010

Armadillo è il nome della base del contingente danese nella provincia di Helmand (una delle trentaquattro province dell'Afghanistan), luogo dove il documentario di Metz Pedersen, premiato come miglior film alla Settimana della Critica al Festival di Cannes di quest'anno,  è ambientato, seguendo un manipolo di soldati danesi, dalla festa per la partenza con spogliarelliste e shot di tequila, attraverso i  commossi saluti dei parenti all'aeroporto fino all'arrivo alla base che li ospiterà per sei mesi. La tesi che emerge da questo documentario è molto vicina  quella che traspare in The Hurt Locker, ovvero l'assuefazione alla guerra e all'adrenalina scatenata dal pericolo di scontri a fuoco e azioni di guerriglia condotti sul filo del rasoio. I soldati vengono infatti accolti alla base da un Caporale con la promessa di parecchia azione e dai dialoghi tra commilitoni traspare ampiamente che il motivo per il quale si sono offerti volontari per la Ferma è la voglia di provare qualcosa a loro stessi, con conseguenza, nelle giornate relativamente tranquille, di una palpabile impazienza nel cercare lo scontro con i Talebani. Il merito di Armadillo è quello di aprire uno squarcio su una delle molte realtà del conflitto afghano mostrando, attraverso l'oggettività dello sguardo di Metz Pedersen, come la guerra scavi profondamente nell'animo umano, spingendo dei ragazzini a commettere le peggiori atrocità senza batter ciglio, una realtà dove le perdite di civili vengono accettate senza porsi troppe domande e dove il nemico morto viene mostrato come un trofeo facendosi una risata (non è un caso se in Danimarca il documentario a scatenato aspre polemiche sulla violazione delle regole d'ingaggio e sul comportamento inadeguato da parte dei propri militari). Dove però Armadillo risulta debole è, nonostante la bellezza delle immagini sotto il  profilo di regia e fotografia, nell'utilizzo della grammatica cinematografica, nel montaggio, ad esempio in una sequenza di ricognizione un soldato sfonda la porta di una baracca e subito uno stacco ci fa vedere il suo pov dell'interno della stanza, o nell'utilizzo di musica extradiegetica, peraltro splendidamente composta da Uno Helmersson, che assieme alle riprese di alcuni dialoghi tra commilitoni che paiono fin troppo consci della presenza della macchina da presa e non naturali, smorzano i toni, la secchezza della vicenda e stridendo non poco con la realtà rappresentata, confinandola sotto certi aspetti in una dimensione più cinematografica che documentaristica. Questo senza nulla togliere all'importanza di una simile opera, capace di colpire come un pugno nello stomaco stimolando riflessioni su argomenti parecchio scomodi che toccano da vicino tutti noi, provocando domande sulla propria umanità, su cosa spinga un essere umano a voler tornare a tutti i costi a combattere in una zona di guerra o su cosa significhi davvero fare la differenza quando il confine  con l'insensatezza è così sottile.



Ho deciso di parlare di questi due documentari nello stesso post perchè, oltre alle ovvie affinità tematiche, per quanto mi riguarda rappresentano le due facce della stessa medaglia e sebbene emotivamente risulti abbastanza faticoso consiglio caldamente la visione di entrambe i film magari in una double feature.

Nessun commento:

Posta un commento