venerdì 17 dicembre 2010

BRINGING OUT THE DEAD

CARANCHO di Pablo Trapero, 2010

Dietro ogni tragedia c'è una fiorente industria che se ne nutre. Questo l'assunto alla base del nuovo film di Trapero, giovane cineasta argentino esploso nel 1999 con Mondo Grua e ora alla sesta prova. Da sempre interessato a descrivere la società del proprio paese, anche qui non rinuncia alle tematiche sociali declinandole nei colori del noir, raccontando il sottobosco criminale generato attorno alle frodi assicurative. Carancho, in argentino avvoltoio, qui non è riferito all'uccello da preda ma al dispregiativo nomignolo che viene dato agli avvocati che bazzicano le Emergency Room in cerca di vittime di incidenti stradali di cui approfittare, assumendone i casi in modo da  poter frodare, grazie all'aiuto decisivo di alti funzionari corrotti della polizia, sia loro che le assicurazioni. E' il lavoro che è costretto a fare Sosa (la certezza Ricardo Darín), per riuscire a riavere la propria licenza, lavoro che lo costringe a frequentare il pronto soccorso del quartiere La Matanza (lo stesso di Trapero) di Buenos Aires facendogli incontrare Luján (Martina Gusman moglie del regista nonchè produttrice della pellicola) una giovane dottoressa che si porta dietro un lungo e pesante strascico di problemi. Nonostante sia scritto e strutturato come un noir della Golden Age Hollywoodiana, più della componente prettamente crime a Trapero interessa esplorare il dramma di due persone alla deriva  e alla disperata ricerca della felicità, abbandonate ad una relazione disfunzionale che li rende complici, spingendoli lungo il franoso terreno di una dissoluzione morale sempre più profonda. Carancho è un film cupissimo dove il mondo notturno della capitale argentina sembra avvolgere l'anima di chiunque entri nel campo della macchina da presa, non c'è un barlume di speranza  nello squarcio di Buenos Aires descritto da Trapero, tutti sono corrotti o guidati dal proprio tornaconto, muovendosi in uno squallore degli ambienti specchio di quello interiore. Nonostante sia splendidamente interpretato e ineccepibile sotto il profilo tecnico, dal lavoro superbo e privo di sbavature di Trapero alla regia, al montaggio serrato e ben ritmato (il regista è anche montatore) fino all'ottima fotografia notturna di Julián Apezteguia, proprio queste due anime del film, quella nera e criminale e quella disperata e romantica, risultano non perfettamente amalgamate, quasi stridenti in alcuni passaggi, rischiando di arrivare alla frattura. La girandola di eventi riesce comunque a mantenere alto l'interesse dello spettatore trascinandolo in una spirale drammatica sempre più vertiginosa culminante nel piano sequenza finale il quale innesca un effetto domino, che seppur di sicuro effetto e ottimamanete girato, risulta in definitiva ridondante. Carancho, sebbene non convinca appieno, resta comunque un film al di sopra della media ed è un ennesimo tassello a testimonianza della vitalità del cinema argentino.

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