lunedì 6 dicembre 2010

THE INTERNET'S NOT WRITTEN IN PENCIL. IT'S WRITTEN IN BLOOD.

THE SOCIAL NETWORK di David Fincher, 2010

"We lived in farms, then we lived in cities, and now we're gonna live on the internet!"

Quando lessi le prime indiscrezioni sull'interessamento di Fincher al progetto di un film su Mark Zuckerberg, il creatore di Facebook, non riuscivo a capire cosa potesse interessargli in una storia del genere. Anzi, ad essere sincero, dopo The Curious Case of Benjamin Button, che pure ho apprezzato ma di certo non si può negare sembri una fiaba più in linea con la filmografia di un Tim Burton post Big Fish (e sia chiaro che da queste parti è un complimento) piuttosto che un film del regista californiano, temevo facesse la fine di Gus Van Sant che ben lontano dai fasti del suo primo, radicale cinema è stato ormai quasi del tutto fagocitato dal mainstream. Fortunatamente mi è stato chiaro sin dalla folgorante sequenza d'apertura quanto mi stessi sbagliando. In The Social Network la lucida visione del mondo di Fincher avvolge solida la robusta spina dorsale dello script del veterano Aaron Sorkin, script che regala dialoghi al fulmicotone e situazioni che si conficcano nella testa dello spettatore ramificandosi e germinando (come il già citato incipit, la sequenza in discoteca o la telefonata di Eduardo). Sorkin con un continui cambi di prospettiva, saltando da flashback a flashback (struttura che per stessa ammissione degli autori s'ispira a Rashomon di Kurosawa), imbastendo una serie di dialoghi serratissimi e memorabili, non solo racconta la genesi del social network culturalmente più rilevante degli anni '10, chiaramente non curandosi troppo dell'aderenza alla realtà ma attenendosi al testo a cui fa riferimento, il controverso best-seller di Ben Mezrich, The Accidental Billionaires: The Founding of Facebook, A Tale of Sex, Money, Genius, and Betrayal, ma, cosa decisamente più importante, di questi anni tratteggia lo zeitgeist. Zuckerberg viene descritto sin dalle primissime battute come un giovane intellettualmente brillante ma completamente alienato, al limite dell'Asperger, la cui ossessione per i Final Club e la voglia di rivalsa nel disperato tentativo di aquisire una legittimazione sociale lo spingono a fondare un club che ribalta completamente il concetto di esclusività, un club dove lo status te lo puoi aggiornare da solo tutte le volte che lo desideri, un club fondato sul culto della personalità, dove la disperata corsa alla popolarità è tutto e che a dispetto dell'evidente incapacità del proprio fondatore di stabilire dei contatti umani significativi ha innegabilmente cambiato la maniera di socializzare ed interagire tra le persone in tutto il mondo, ma soprattutto un club del quale essere presidente e su cui esercitare pieno controllo. The Social Network è la parabola di un ventenne che trova nella semplice quanto "rivoluzionaria" idea di aggiungere un relationship status alla sua creatura la risposta alla continua e frustrante ricerca della scopata facile che serpeggia per i corridoi dei Campus e per estensione nella società moderna, il veicolo  di un successo pressochè istantaneo sfruttando la relativa facilità con cui si riescono ad instaurare rapporti  ben al sicuro da un reale contatto da dietro lo schermo di un computer.
Zuckerberg pare più un Daniel Plainview versione 2.0 che un Charles Foster Kane (al quale è stato giustamente paragonato sia tematicamente che formalemente per aver aggiornato  il ritratto della nascita di un tycoon americano con uno slittamento del medium motore del successo dalla carta stampata alla rete), emergendo come un individuo poco interessato al denaro ma ben consciente del fatto che, come sottolinea il protagonista di There Will Be Blood in una memorabile sequenza (I have a competition in me. I want no one else to succeed. I hate most people. There are times when I look at people and I see nothing worth liking. I want to earn enough money that I can get away from everyone), la ricchezza può permettergli di tenere gli altri esseri umani a distanza, esseri umani a cui, completamente assorbito dal proprio ego, non è minimamente interessato (come egli stesso ribatte alla fidanzata che lo sta scaricando nell'incipit: I don't want friends).
Fincher si inserisce nel portentoso magma plasmato da Sorkin accantonando i virtuosismi visivi che lo hanno reso celebre (se non teniamo conto della splendida sequenza della regata di canottaggio che non a caso risulta stilisticamente slegata dal corpo del film) in favore di una regia classica e pulita fatta di primi piani, campi e controcampi che abbracciano al meglio la sceneggiatura densa di dialoghi e situazioni procedurali , senza  che però rinunci alla propria potente idea di cinema e al proprio solidissimo sguardo nel delineare in maniera netta i contorni della società che stiamo vivendo. Una società vuota e in piena nevrosi, dominata dall'apatia e descritta con il ritmo del thriller perfettamente scandito dalla splendida colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross utilissima nel veicolare e mantenere alto il livello di tensione e paranoia che permea l'intera vicenda, magistralmente portata sullo schermo da un terzetto di interpreti in stato di grazia. Se sulla bravura di Jesse Eisenberg, (già apprezzatissimo tra gli altri in Adventureland, The Squid and the Whale e Zombieland) e Andrew Garfield (Boy A e la bellissima Red Riding Trilogy) c'erano ben pochi dubbi, la vera sorpresa è Justin Timberlake, fortemente voluto dal regista, che con palese ironia interpreta Sean Parker, colui che con Napster ha spinto il peer to peer su scala globale assestando un durissimo colpo alle multinazionali della musica, le stesse case discografiche di cui Timberlake è una punta di diamante, ridisegnandone le logiche e le dinamiche di mercato (You wanna buy a Tower Records, Eduardo? è una stoccata davvero brillante ed eloquente e del resto sentir pronunciare ad un sei volte vincitore di Grammy una frase come There's not a lot of money in free music. Even less when you're being sued by everyone who's ever been invited to the Grammys non ha davvero prezzo). A Fincher, attraverso la tringolazione dei rapporti di amicizia, tradimento e complicità tra i protagonisti, che assume connotazioni quasi sessuali ed erotiche, interessa esplorare e riflettere sul ruolo del maschio nella società moderna, uno dei temi a lui più cari e che attraversa la sua opera fin dall'esordio cinematografico con Alien³ passando per Fight Club e Zodiac, un maschio che non riesce più a relazionarsi con l'altro sesso e che veicola le proprie pulsioni sessuali attraverso ciò che più lo ossessiona (sia questo la lotta, la ricerca di un serial killer o il desiderio di venire accettato).
Sebbene la storia di Zuckerberg sembri una sorta di rivalsa da parte di un nerd nei confronti di WASP più che benestanti, simboli di successo e menbri degli esclusivi club che creano il vero e proprio tessuto della società statunitense, che lo avevano ostracizzato e messo ai margini in quanto geniale disadattato incapace di  intessere anche il più semplice dei rapporti, finisce per diventare la conferma che anche le leggi della rete, ben lontana da essere quel luogo di democrazia  che spesso ci piace dipingere, vengano definite e controllate con le unghie e con i denti da maschi bianchi della classe medio alta con un cambio di prospettiva davvero minimo rispetto alle vecchie classi dirigenti. Quasi fosse che i grattaceli fatti implodere nel folle finale di Fight Club siano ora popolati di  nerd ventenni e occhialuti dal viso pulito che in barba alla presunta democraticità della rete gestiscono il web in maniera totalmente feudale, spregiudicata e opportunistica. 
E se il finale lascia l'amaro in bocca per i rapporti irrimediabilmente deteriorati tra i protagonisti, lo lascia ancora di più per il ritratto a tinte cupissime di una generazione e di un'epoca nitidamente fotografato da Fincher e Sorkin.

3 commenti:

  1. splendida analisi di un film che ho adorato

    molto interessante il confronto con il protagonista de il petroliere, che in effetti nonostante la lontananza temporale ci sta più che bene

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  2. Grazie, pure a me ha fatto davvero impazzire, dopo averlo visto ci ho pensato per giorni! Ho già fatto spazio tra i bd :)

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  3. Ottima analisi, davvero

    il film però in parte mi ha deluso, troppi ammiccamenti, situazioni forzate all'americana e battute facili. Film godibilissimo, ma una spanna sotto il capolavoro che poteva essere

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