venerdì 21 gennaio 2011

C'E' DEL MARCIO IN DANIMARCA

DELIVER US FROM EVIL (Fri os fra det onde) di Ole Bornedal, 2009

 "There are no evil, only people who have no love."

Come nella migliore tradizione dettata dalla tragedia greca, il nuovo film di Bornedal, regista salito qualche anno fa agli onori della cronaca con il suo primo film, l'ottimo thriller Il Guardiano di Notte del quale tre anni dopo girò il remake hollywodiano, il più conosciuto Nightwatch (che nonostante il cast in gran spolvero capitanato da un Ewan McGregor sull'onda del successo ottenuto con Trainspotting, risultava meno convincente dell'originale), comincia con un attore che ex machina introduce uno per uno i personaggi della storia. La giovane maestra elementare Pernille (interpretata da Lene Nystrøm, che se siete della mia generazione non potrete fare a meno di ricordare come la cantante dell'infamissima bubblegum pop band nordeuropea Aqua, colpevole di uno dei singoli più fastidiosi del '97 e probabilmente della storia della musica), trasferitasi da Oslo al paesino di cui è originario il marito Johannes, avvocato di successo, con i loro due figli piccoli , Viola e Frederik, una famiglia in cerca della tranquillità che la casa in campagna appartenuta al padre di lui, da ristrutturare con le proprie forze, può dare. Anna, amica di Pernille e insegnante di catechismo, moglie di Ingvar, ex sindaco e grande vecchio della città, coppia che ha perso il figlio per una pallottola vagante nel conflitto in Ex-Jugoslavia. Lars, (interpretato da Jens Andersen, attore televisivo molto popolare in danimarca che assomiglia in maniera davvero impressionante a Matthew Lillard) fratello di Johannes, camionista disadattato e semi alcolizzato  che trascina un rapporto disfunzionale con la fidanzata Scarlett da poco rimasta incinta. Personaggi legati tra loro la cui vita verrà sconvolta da un improvviso incidente che scatenerà un'escalation di bassezze e violenza inarrestabile sullo sfondo della festa del paese, fino all'esplosione granguignolesca di delirante follia nel terzo e conclusivo atto della pellicola. Fin dal bellissimo incipit la regia di Bordenal, fatta di lenti carrelli, millimetriche zoomate ed evocativi freeze frame, si pone con impeccabile pacatezza in netto contrasto con quanto accade sullo schermo, come a voler prendere le distanze dalla vicenda ma in questo modo rimarcandola puntualmente grazie al proprio distacco. Complice anche la splendida e cupissima fotografia del veterano Dan Laustsen (direttore della fotografia de Il Patto dei lupi e Silent Hill, tra gli altri) satura fino a sfiorare il bianco e nero, sin dai primi minuti, la sensazione di una catastrofe imminente incombe in maniera quasi palpabile e quello che colpisce davvero duro, ancora più della violenza iperbolica degli ultimi minuti è il realismo e la plausibilità di quanto viene rappresentato. Grazie all'impeccabile performance del cast, prevalentemente composto da un nucleo di attori teatrali abituati a lavorare tra loro e con il regista, l'esplosione di odio cieco e xenofobo (il capro espiatorio della vicenda è Alain, un profugo bosniaco che ha perso la propria famiglia nel conflitto e soffre di disturbo post traumatico da stress) che pervade la tanquilla cittadina, fino a trasformare gli abitanti in una incontrollabile folla assetata di sangue, mette davvero i brividi. Sebbene il film presenti parecchi punti di contatto con Cane di paglia, di Sam Peckimpah, uno dei film più controversi della storia del cinema, al contrario del regista americano, Bordenal non esplora il sottile confine che separa la civiltà dal tribalismo più feroce ma scava nell'animo umano portandone in superficie il lato più bestiale, quello sepolto sotto l'alone di perbenismo borghese  che scalpita dalla fame bramoso di violenza. E sebbene il regista sostenga di non essersi ispirato all'ondata d'intolleranza anti-islamica che ha scosso la Danimarca (ma anche il resto dell'europa) dopo il coinvolgimento nel conflitto Bosniaco che ha portato nel paese un gran numero di profughi e immigrati dai balcani, la componente razziale e la strisciante xenofobia che aspetta solo l'accensione della miccia per esplodere è uno degli aspetti più interessanti del film.

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