giovedì 13 gennaio 2011

QUI E ORA

HEREAFTER di Clint Eastwood, 2010

Ammetto che dopo aver visto il trailer, il mio entusiasmo nei confronti del nuovo film di Eastwood, regista e attore che amo parecchio (i film di Sergio Leone che mi faceva vedere mio padre hanno avuto per me lo stesso apporto nutritivo del latte materno), era finito sotto i piedi. Tutto lasciava presagire ad una sottospecie di thriller soprannaturale sulla scia ormai fuori tempo massimo de Il Sesto Senso di Shyamalan, complice soprattutto la sequenza dello tsunami che posta nel finale di trailer mi ha fatto pensare al solito trito meccanismo del sensitivo che prevede il disastro. Beh, nulla di più sbagliato. Sgombro subito il campo dicendo che Hereafter non è di certo da annoverare tra i capolavori del regista californiano, Mystic River, Million Dollar Baby e soprattutto Gli Spietati (uno dei miei film preferiti in assoluto) toccano livelli altissimi e davvero difficili da raggiungere ma non è nemmeno l'orrore di cui tanto si legge in giro. Uno dei nodi principali nel dibattito scaturito dal film verte sul suo toccare il tema della morte e dell'aldilà, ed essendo temi profondamente sentiti e radicati nella natura umana era quasi inevitabile scatenasse accese discussioni, sebbene queste prendano derive totalmente autonome e per nulla inerenti al film o a quello che lì viene realmente rappresentato e raccontato. Questo, aggiunto alla confusione nel saper distinguere i ruoli di sceneggiatore e regista, (Hereafter non è stato scritto da Eastwood, la sceneggiatura è di Peter Morgan, quindi il fatto che il regista abbia ottant'anni e senta il bisogno di cominciare a riflettere sulla morte, frase che ho letto e sentito spesso in questi giorni), mi fa parecchio sorridere. In primo luogo perchè Hereafter non è un film sulla morte e su quello che ci succederà una volta il nostro tempo sarà scaduto, anzi, la materia viene (e meno male) toccata  soltanto in superficie ed in maniera totalmente laica, la dice lunga in tal senso l'espressione che fa il ragazzino dopo aver visto su Youtube il video del prete. Una volta capito che il film non era un thriller soprannaturale la mia più grossa paura  era infatti che si volesse andare a parare su un pistolotto filosofeggiante parareligioso su quel che ci aspetta dopo la morte o sul bisogno di avere fede (cosa che non necessariamente l'avrebbe reso un film peggiore, sono io che ho un problema  con l'indottrinamento) e via discorrendo, ma anche qui scampato pericolo, perchè ciò che interessa a Eastwood e Morgan sono gli esseri umani, non i morti ma chi alla morte sopravvive. In maniera se vogliamo lenta (io direi misurata) la storia si rivela per quello che è , la vicenda di tre personaggi, interpretati in maniera solidissima da Matt Damon, dalla sempre splendida Cécile De France (già apprezzata in Alta tensione ed in L'appartamento spagnolo) e dagli esordienti ma talentuosi gemelli George a Frank Mclaren, che in tre luoghi e tempi diversi vengono a contatto con la morte e da quel momento in poi devono fare i conti con la propria vita e con la propria capacità di riuscire ad andare avanti. Questo è il punto centrale del film, il lavoro dei due autori verte tutto sul rendere questi personaggi in maniera più umana possibile e sebbene con qualche caduta di tono (una certa faciloneria che sfocia in un paio di casi nel clichè, su tutte, le sequenze che vedono al centro lo chef italiano o lo stile di vita della reporter francese) e con nemmeno troppo sottili squilibri nelle tre linee narrative che portano a "caricare" emotivamente in maniera disomogenea i personaggi (nonostante sulla locandina campeggi il nome di Damon per quel che mi riguarda la vicenda più riuscita e toccante è quella del ragazzino) direi che ci sono riusciti in pieno. La mano solida e delicata di Eastwood tratteggia con lievi penellate, nella maniera classica che ormai tutti gli riconosciamo, le vicende dei tre protagonisti senza mai cedere al sentimentalismo emotivamente ricattatorio e fine a se stesso anche nelle scene più intense (ad esempio quella dell'investimento o la devastante, in ogni senso, scena d'apertura che stride in maniera decisa, lavorando tutto in sottrazione, con una qualsiasi delle scene che infestano i blockbuster catastrofici odierni senza per altro perdere nulla in violenza visiva e impatto emotivo) toccando punte di delicatezza davvero sublimi (la davvero meravigliosa sequenza della prova culinaria tra Damon/George e la sempre più affascinante Bryce Dallas Howard/Melanie) dando ampio respiro al lavoro di scrittura di Morgan ma  allo stesso tempo definendo in maniera puntuale, senza calcare la mano e senza enfasi, i personaggi. Probabilmente il punto di congiunzione delle tre storie risulta farraginoso e incontestabilmente pretestuoso ma sebbene senza dubbio ci si trovi di fronte a un film minore nella filmografia del regista californiano, quel che è chiaro è che un Eastwood minore lascia  comunque al palo parecchi altri e sono sicuro che ogni volta viene proiettato Hereafter da qualche parte ci sia Frank Capra che sorride.


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