mercoledì 2 febbraio 2011

GOD SAVE THE KING

THE KING'S SPEECH (Il Discorso del Re) di Tom Hooper, 2010

Come mi è capitato con The Social Network, diretto rivale del film di Hooper nella corsa agli Oscar, quando sentii parlare per la prima volta di The King's Speech restai abbastanza perplesso. L'idea di incentrare un film sulla balbuzie di Re Giorgio VI non mi pareva particolarmente avvincente ma, proprio come è successo con lo splendido film di Fincher, i miei dubbi si sono infranti sin dai primi minuti di pellicola. Bilanciando in maniera pressochè perfetta commedia, dramma e Storia, Hooper, assieme a David Seidler, autore dello screenplay, è riuscito nel mirabile obiettivo di restituire alla dimensione umana una figura storica che, proprio in virtù del proprio lignaggio è quanto di più lontano dall'uomo comune, rendendola protagonista di una vicenda capace di toccare lo spettatore da vicino grazie alla propria universalità. La battaglia di "Bertie", nomignolo con il quale Albert (Colin Firth) viene chiamato dai propri famigliari più stretti e che verrà usato dal logopedista Logue (Geoffrey Rush) per instaurare un rapporto paritario, mettendo una figura così imponente come quella di un reale sul suo stesso piano, in modo da poterlo meglio assistere, assume i tratti della lotta interiore per riuscire a combattere e sconfiggere i propri timori, le proprie paure più reconditamente radicate. Con una gestione mirabile dei tempi e della costruzione dell'inquadratura che non fanno mai pensare di trovarsi di fronte a mero teatro filmato (sebbene lo script sia fortemente teatrale), Hooper, riesce a far montare un'incredibile ansia a cospetto di una funzione primaria dell'essere umano come quella della parola (certo, qui declinata nei termini di un discorso ad un'intera nazione, particolarità non da poco, ipotesi capace di far tremare le ginocchia anche all'oratore con la parlantina più fluente), trasmettendo allo spettatore il profondo disagio provato da Albert anche nel più semplice dei dialoghi. Ed in questo il regista trova solide fondamenta nell'incredibile interpretazione di un gigantesco Colin Firth (che s'è già più che meritatamente portato a casa il Golden Globe e tenta di bissare con l'Oscar), che avevo già avuto modo di apprezzare in un ruolo drammatico negli struggenti panni (mi verrebbe da dire mastroianneschi) del professore rimasto "vedovo" del proprio compagno in A Single Man, e che qui regala una performance senza la minima sbavatura e di un'intensità straordinaria. Non da meno il co-protagonista Geoffrey Rush, un Lionel Logue che oltre a curare la metrica di Giorgio VI, punteggia la pellicola con irresistibili momenti di pungente comicità dai tempi pressochè perfetti. Per essere uno che nutriva qualche dubbio sul film come il sottoscritto, trovarsi, complice il secondo movimento della Settima Sinfonia di Beethoven (che davvero non so cosa diavolo mi smuova dentro, come anche nel meraviglioso finale di The Fall) con gli occhi umidi, di fronte ad un uomo che legge un discorso, è una gran bella sorpresa.

Ovviamente vi invito, se possibile, a vedere il film nella versione originale, in quanto è chiaro che, soprattutto in un film come questo (e per quanto mi riguarda, sempre, ma io sono un po' un estremista), vedere un film imperniato su un difetto del linguaggio, doppiato, non ha minimamente senso.

2 commenti:

  1. Bel pezzo, concordo con tanto.

    E' soprattutto la recitazione, più che il copione in sé, ad essere teatrale. Questa la intendo come una cosa positiva, perché gli Inglesi in questo stile raggiungono l'eccellenza pura. Il lavoro di regia non si può sottovalutare, e non solo per la messinscena elegante ma non barocca, la precisione nelle inquadrature, ed un montaggio impeccabile, spiritoso e vivace, ma anche per come serve e dirige le performance individuali. Faccio un esempio. Una cosa che mi hanno insegnato all'accademia è che gli attori di teatro devono lavorare tanto sulla voce e sul movimento, quanto sulla presenza fisica. Un dettaglio che viene spesso ignorato è il lavoro dei piedi: se i piedi di un attore non sono "in character" gli sarà impossibile muoversi, sedersi, alzarsi, ballare, o camminare in character. Questo aspetto fondamentale in teatro perché si guarda sempre tutto il corpo dell'attore, al cinema non si vede quasi mai (con eccezioni: Fincher costruisce varie risate a scapito del suo Zuckerberg inquadrandogli i piedi inciabattati in primo piano), ma è un lavoro che va fatto anche quando non viene mostrato. Hooper è bravissimo a mostrarlo senza esagerarlo - pensa alla prima entrata di Helena Bonham Carter in casa di Logue, o al modo in cui si siede Firth incrociando i piedi davanti a sé come per protezione. Sono gesti assolutamente coerenti con la classe e col portamento fisico dei personaggi. Appaludo.

    A parte il fatto che personalmente mi è difficile staccare il film dal contesto classista del paese che lo produce e in cui vivo (e che quindi potrei aggiungere varie critiche cultural/politiche esterne al film in sé e per sé), per me l'unica pecca grossa è il casting di Tim Spall come Churchill (sbagliato in tutto e per tutto), e di Michael Gambon come George V (il ragazzo è bravo ma non si applica).

    (Oh, The Fall, amo)

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  2. Io sono una di quelle persone che per prima cosa, degli altri, guarda i piedi (un po' come Apicella), ma se non me l'avessi fatto notare non avrei fatto caso, ripensandoci, a tutto il lavoro al quale ti riferisci e che viene dato per scontato. Parecchio interessante.
    In effetti guardando il film mi sono chiesto un paio di volte se fosse "lecito" (e avrei voluto inserire questa riflessione nella recensione ma sarei inesorabilmente deragliato in un discorso che con i meriti strettamente cinematografici della pellicola non ha troppo a che vedere) immedesimarmi ed emozionarmi per le sorti di un esponente della famiglia reale che, in tutto e per tutto, rappresenta quanto da me più lontano, politicamente ed empaticamente. In fin dei conti anche se il padre non gli ha mai dimostrato il proprio affetto, ad Albert è andata sempre meglio di un lustrascarpe dell'East End. Mi sono risposto dicendo che il bello del Cinema è la maniera che ha di raccontare storie, e questa è una bella storia.
    (The Fall è una meraviglia, la sequenza finale mi devasta emotivamente come poche altre cose)

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