giovedì 31 marzo 2011

DWAYNE JOHNSON DRIVES ANGRIER

FASTER di George Tillman Jr., 2010

"God can't save you from me!" 

Faster segna il graditissimo ritorno di Dwayne Johnson al tipo di cinema che più gli compete, quello d'azione, muscolare e senza troppi fronzoli. Archiviato il disastroso tentativo di lanciarsi nella commedia per famiglie (con film come Tooth Fairy, The game plan, o Race to witch mountain che mi sono ben guardato dal vedere ma il cui miserrimo rating al pomodorometro penso parli da solo), l'ex wrestler fa qui ciò che gli riesce meglio, ovvero riempire lo schermo con la sua imponente mole, dando vita ad un personaggio solitario e di poche parole, secco e brutale fin dal fulminante e violento incipit, quasi fosse uscito da un exploitation movie degli anni '70. Cinema a cui la pellicola si riferisce esplicitamente, sia nella caratterizzazione del personaggio interpretato da Johnson, un ex galeotto che guida una Chevy Chevelle Super Sport (che, in caso non lo sappiate è una delle automobili più belle mai create) e per regolare i conti impugna un revolver a canna corta, che nei richiami della colonna sonora  e nella trama, una sanguinosa e vertiginosa storia di vendetta che sembra diretta emanazione di film come Death Wish o Vanishing Point. Tilman punta subito al sodo, spingendo, come è giusto che sia, sull'azione, riuscendo da buon mestierante quale è a firmare una pellicola solida e accattivante sotto il profilo visivo, limitando l'utilizzo di CGI e utilizzando stunts tradizionali, espediente che senza dubbio aiuta Faster nel creare quell'alone da "vecchia scuola" a cui si prefigge di appartenere. Ovviamente questo va a discapito dei personaggi che, fin da subito, con la scelta di non dare loro un nome proprio ma chiamandoli semplicemente Driver, Cop e Killer, risultano poco approfonditi e addirittura, nel caso dell'assassino interpretato da Oliver Jackson-Cohen, sebbene tutto sommato un personaggio interessante (sembra uscito dritto dritto dalla mente di Garth Ennis e ha anche una delle battute migliori del film), totalmente pretestuoso e ininfluente ai fini della progressione narrativa, con l'aggravante di aggiungere una sottotrama legata alla propria vita privata totalmente priva d'interesse e sviluppata con evidente approssimazione (che regala una sequenza decisamente WTF, quella del matrimonio). E' comunque chiaro che quando si decide di vedere un film come questo, si sia già in partenza disposti ad accettare dei compromessi per quanto concerne la profondità di trama e personaggi, compromessi ai quali si è ben lieti di sottostare se a determinate mancanze si sopperisce pestando a tutto gas sul fronte dell'intrattenimento come in questo caso. Tilman riesce a far passare in secondo piano i difetti della pellicola con una buona iniezione di ritmo e con qualche soluzione visiva azzeccata che lo portano a confezionare scene d'azione di tutto rispetto (su tutte l'adrenalinica fuga dopo la rapina, dove Driver alla guida di una Pontiac GTO che, sempre in caso non lo sappiate, è un'altra delle automobili più belle mai viste, si gioca dei numeri da salto sulla sedia) aiutato dall'incalzante score del sempre ottimo Clint Mansell e da un cast decisamente in parte, dal poliziotto fallito Billy Bob Thornton, all'assassino milionario Oliver Jackson-Cohen, ai comprimari Carla Gugino e Xander Berkeley, passando per graditissimi camei di Jennifer Carpenter e soprattutto Tom Berenger, per arrivare a Johnson, che magari non sarà Marlon Brando ma fa il suo dovere in maniera più che convincente e onesta. Bentornato Dwayne, così ti vogliamo. 

mercoledì 30 marzo 2011

THE ELEPHANT IN THE ROOM

CYRUS di Jay Duplass e Mark Duplass, 2010

"Are you flirting with me? ...I'm like Shrek. What are you doing here at the forest with Shrek?"

Non nascondo di essere un grande fan dei fratelli Duplass, due dei più interessanti sguardi del cinema indipendente americano, arrivati qui alla prima produzione importante, patrocinata da un'altra coppia di fratelli,  Ridley e Tony Scott e dalla loro Scott Free Productions, dopo una intensa gavetta (Mark anche come interprete, in ottime pellicole come Hannah Takes the StairsHumpday o Greenberg) nel mumblecore, sottogenere del quale sono pionieri e che hanno aiutato a definire e rileggere con opere interessantissime come The Puffy Chair e Baghead. L'abitudine a lavorare con budget irrisori e con attori non professionisti, lasciando ampio spazio all'improvvisazione avrebbe potuto far sorgere qualche interrogativo sulla capacità della coppia di riuscire a maneggiare cifre più consistenti (cifre non stratosferiche, il budget stimato si aggira intorno ai 7.000.000 di dollari, ma comunque ben lontane dalle poche migliaia che erano lo standard per i due fratelli) o nel riuscire a gestire attori professionisti, ma con una misura e un'intelligenza di scrittura davvero invidiabili, i due autori di New Orleans, sono riusciti a fugare qualsiasi dubbio. Cyrus, con uno stile di regia nervoso, quasi documentaristico, tutto zoomate secche e camera a spalla, quasi a voler rivendicare a gran voce lo status di film indipendente, mette in scena con realismo e ironia un ritratto familiare che sotto una patina dalla quasi banale quotidianità riesce a mettere in luce attraverso il filtro della commedia, tematiche importanti, come le nostre ansie e la paura di restare soli. Il tutto miscelando al meglio momenti più drammatici ad altri davvero divertenti, con un ottimo ritmo e una sceneggiatura solida, dai dialoghi brillanti e splendidamente autentici, frutto sia di un'attenzione millimetrica in fase di scrittura che della libertà lasciata all'ottimo cast. Se l'alchimia tra il grandissimo John C. Reilly, nei panni di un frustrato e immaturo ultraquarantenne, interpretati con grande profondità e autoironia (sua la frase che ho messo in aperura), e la sempre splendida e vitale Marisa Tomei, che negli ultimi anni sembra vivere una vera e propria seconda giovinezza artistica, è davvero stupefacente, la vera sorpresa è Jonah Hill, smarcatosi dalla factory di Judd Apatow che gli ha dato i natali, con una performance ricca di spessore mette in scena un personaggio sottilmente perfido e divertente, infantile e a tratti inquietante, incastrato in una dinamica edipica disfunzionale dai risvolti drammatici ma profondamente umani, dimostrando ancora una volta prova di essere un attore di grande versatilità e talento.

lunedì 28 marzo 2011

I DON'T GIVE A DAMN ABOUT MY REPUTATION

EASY A (Easy girl) di Will Gluck, 2010

"John Hughes did not direct my life."

Uno dei miei grossi punti deboli cinematografici è senza dubbio John Hughes. Commedie come Breakfast Club, Un compleanno da ricordare, Una pazza giornata di vacanza (e ci butto dentro anche Tutto può accadere, responsabile del colpo di fulmine sfociato in amore incondizionato nei confronti di Jennifer Connelly) sono state tra i capisaldi della mia adolescenza, film che ogni qual volta mi si presenta l'occasione non posso fare a meno di guardare. Un altro mio punto debole, almeno da quando la vidi la prima volta in Superbad, una delle commedie più riuscite degli ultimi anni, è Emma Stone. Potete quindi immaginare quanto abbia apprezzato la fusione di queste mie due ossessioni. Easy A, seconda pellicola di Gluck, è stata davvero una gran bella sorpresa, tanto più che il primo film del regista, l'insulso Fired Up, non mi era piaciuto proprio per nulla, mentre ora l'attesa per la sua imminente terza prova Friends with benefits (da noi titolato, tenetevi forte; Amici di letto: istruzioni per l'uso, ennesimo fail degli adattatori italiani che avvalora sempre di più la mia tesi sul metodo da loro utilizzato, ovvero mettere sostantivi a caso in una boccia di vetro, bendarsi e pescarne una manciata coi piedi  per poi comporre delle frasi) è aumentata a dismisura. Costruita prendendo come canovaccio La lettera scarlatta, il famoso romanzo di Nathaniel Hawthorne (del quale lo sceneggiatore esordiente, Bert V. Royal, si è divertito a prendere in giro la pacchianissima trasposizione cinematografica di Roland Joffé del '95, quella con Demi Moore e Gary Oldman) ma immergendo la vicenda nella tipica ambientazione scolastica da teen comedy americana, con una scrittura intelligente, densa di citazioni cinematografiche, come il fenomenale monologo della  Stone - vera e propria celebrazione del cinema di John Hughes, che termina con la citazione che ho messo in apertura - o l'azzeccatissimo finale, qualche tocco di regia, su tutto l'idea della diffusione del gossip (ma anche i bei titoli di testa e coda), idea che se certo non riscrive la grammatica del cinema, dà una ventata di stile che non è usuale trovare in film di questo tipo, tutto contribuisce nel rendere il film fresco e accattivante. Una grossa mano alla buona riuscita della pellicola la dà sicuramente il cast, a partire da comprimari di tutto rispetto come Thomas Haden Church e Lisa Kudrow e da veri e propri mattatori come Stanley Tucci e Patricia Clarkson, capaci di bucare lo schermo ogni qual volta fanno capolino nell'inquadratura, fino ad arrivare a lei, Emma Stone, che oltre alla sensuale voce roca e agli splendidi occhi verdi ha dimostrato una brillante verve comica ma soprattutto la capacità di riuscire a sostenere gran parte del peso di Easy A sulle proprie spalle, con un'interpretazione talentuosa e divertente.

domenica 27 marzo 2011

WEEK END TRAILER EXTRAVAGANZA #17

HABEMUS PAPAM di Nanni Moretti, 2011

Ne avevo già scritto quand'era uscito il teaser e se già prima ero stuzzicatissimo dopo questo trailer più corposo è scattata ufficialmente la fregola. Gli ultimi 30 secondi mi han fatto ribaltare per terra. Bella Nanni, bentornato, cinque altissimi per te.



THE THREE MUSKETEERS di Paul W.S. Anderson, 2011

Ecco un film del quale si sentiva davvero il bisogno! Cioè, solo perchè dal 1903 in poi ne han già fatte millemila versioni, compreso il cartone con Aramis che invece era una donna e da ragazzino m'aveva provocato non pochi turbamenti, ve lo ricordate? Che bomba. Mica vuol dire che ne abbiamo abbastanza. Anche Milady con la sua scimmietta Pepe (che così a naso mi sa che nel romanzo non c'era) in effetti era bella carica, sempre a tramare con quel losco di Richelieu. Adesso me lo cerco in giro per l'internet. Comunque, tornando a noi, W.S. Anderson, l'incartolato che è riuscito a far sua quella magia delle magie che è Milla Jovovich (che, ma guarda un po', è proprio in questo film! Guarda te i casi della vita, non farti, fatti una vita che è piena di sorprese come questa!) ha avuto la bella pensata di girarne una nuova versione. Ha anche mantenuto il veliero volante che da ragazzino m'era un sacco piaciuto leggendo il romanzo (MACCOSA???). Beh però a 'sto giro è in 3D cazzo, scusate se è poco e tra l'altro è scritto dalle stesse affilatissime penne a cui dobbiamo Predators e Il diario di Bridget Jones (ma che davèro?). Io me lo vado a vedere solo se ci sono come minimo 15 minuti di Milla che fa le zozzerie in 3D, altrimenti, Paul W.S. Andrson, ammazzati. 



CAPTAIN AMERICA: THE FIRST AVENGER di Joe Johnston, 2011

Vabbè, d'accordo, Chris Evans tutto secco mingherlino col testone idrocefalo fa sbragare dal ridere, il resto però è una gaseria unica. Ne avevo già scritto in occasione dell'uscita del Superbowl teaser e la buona impressione è ampiamente confermata. Probabilmente sarebbe stato meglio non sbirciare il résumé di Johnston ma hey, Cielo d'ottobre me l'ero visto un pomeriggio d'estate invece di andare al parco a pomiciare duramente e m'era piaciuto parecchio. Coraggio Jake, fai volare in alto il tuo missile, anche se tuo padre ti guarda e scuote la testa, vedrai che capirà e ti accetterà! Probabilmente ai tempi non avevo ben capito il sottotesto. Comunque, qua sembra abbiano fatto le cose per bene, scenografie fiche e vagamente steampunk, cast cazzuto (Hugo Weaving, Tommy Lee Jones, Stanley Tucci e quella gran cartola di Dominic Cooper), fottuti nazi incazzati come pantere, e la giusta dose di tricche tracche e bombe a mano. L'unica roba che non mi sfagiola troppo è la bella di turno Hayley Atwell, checcazzo, hai messo su una baracconata che lèvati e stai a lesinare nel reparto patata? Eddai su! Non si fa.



MR. POPPER'S PENGUINS di Mark Waters, 2011

Adesso ditemi un po' voi cosa cazzo è 'sta roba? E' uno scherzo? Dato che il 1° Aprile è prossimo han deciso di portarsi avanti? Cos'è, vogliono rilanciare la beastploitation? Waters, io lo so, tu hai le corna e lo zoccolo caprino, ci scommetto! A 0.46 mi s'è gelato il sangue, altro che scioglimento della calotta polare. Jimmy perchè? Te l'agente non è che lo devi licenziare, lo devi uccidere. Gli devi piantare un cavicchio nel cuore, tagliarlo a pezzi, buttarlo nel tritarifiuti e seppellire la poltiglia in giardino. Minimo.



SYMPATHY FOR DELICIOUS di Mark Ruffalo, 2011

Quel pucci di Mark Ruffalo mi fa veramente tanta simpatia, con quella faccia pacioccosa e quell'aria di uno che è stato appena sputato fuori dalla lavatrice dopo una centrifuga, ma 'sto trailer m'ha lasciato un po' meh. Cioè boh, un DJ paralitico che scopre di avere il potere di guarire le persone con la sola imposizione delle mani? E' tutto molto poetico e toccante, c'è anche le musichina edificante che riempie il cuore e immagini di mani in controluce, ci sono Laura Linney e Juliette Lewis ma mi sembra una menata che non ho tante voglia di vedere. E soprattutto, MA CHE CAZZO DI CAPELLI HA ORLANDO BLOOM???



PIRATES OF THE CARIBBEAN: ON STRANGER TIDES di Rob Marshall, 2011

Ne avevo già scritto in un paio di occasioni e se non altro qui non c'è l'irritantissimo gag di Depp che urla. Non so, probabilmente l'unica cosa che mi sento di aggiungere è: mi annoiate, anzi, m'avete proprio rotto il cazzo. Fatela finita.



THE BANG BANG CLUB di Steven Silver, 2010

Questo The Bang Bang Club, da non confondere con The Big Bang Theory o con The life an death of a porno gang (haha oggi proprio son simpaticissimo, le mattissime risate), ha tutta una serie di elementi che dovrebbero attizzarmi un bel po', la denuncia dell'apartheid, i fotografi di guerra, c'è pure Kevin Carter, presente? Quello che ci han fatto un pezzo Manic Street Preachers. E c'è anche quella patatissima di Malin Akerman, cosa si potrebbe volere di più? Boh, non lo so, fatto sta che 'sto trailer invece me l'ammoscia un bel po'. Capita.



BONUS:


Secondo red band trailer del nuovo film di Jimbo, del film se n'è già parlato quindi non sto ad ammorbarvi troppo che tanto direi le stesse cose. Vorrei però sottoporre alla vostra attenzione il commento che un poeta ha lasciato sotto il video sul tubo: "Natalie Portman has an ass i just wanna fuck all year long" frase che sì, è una cafonata deprecabilissima, roba che in una manciata di sillabe spazza via anni di lotte e rivendicazioni femministe e fa anche piangere Gesù tanta è la grettezza, tutto ciò però, non la rende meno vera.




In caso non lo sappiate, i giappi sono dei pazzi fottuti e noi li amiamo proprio per questo. BETTER. STRONGER. BAD-ASSIER. Mamma mia che genii.


venerdì 25 marzo 2011

HEAD BODY, HEAD BODY

THE FIGHTER di David O. Russell, 2010

"You're going to go in against this guy, let him punch himself out, take him to the body, right? Get inside, switch stances. Like you're going to work his right. Hit him on the left."

Il commento che più spesso accompagna The Fighter è come questo sia un film di attori. Se è indubitabile gran parte del successo della pellicola risieda nell'incredibile bravura del cast, un poker di interpreti che ha saputo regalare una prova davvero intensa, se è vero che Russel non ha sicuramente il piglio, la visione e la mano di uno Scorsese, è anche vero che non basta un eccezionale gruppo di attori a fare un grande film, gli attori bisogna saperli dirigere (e l'idioma inglese per regista, director, è parecchio chiarificatore in questo senso) e la bravura del regista newyorkese è proprio qui. Russel riesce inoltre a divincolarsi da una trama "risaputa" e quasi scontata nel confermare le attese dello spettatore  grazie ad un ottima gestione del ritmo e all'alternanza di stili e registri differenti, l'uso del digitale per filmare gli incontri in modo da esaltarne il realismo (da quel che si legge, a parte qualche ovvia concessione alla dramatization, la pellicola è parecchio fedele alla realtà, soprattutto nella ricostruzione delle telecronache) o l'utilizzo di immagini di repertorio, elementi che aiutano il film diminuendone la rigidità e rendendolo, al contempo, solido. E' poi innegabile che sotto la veste del tipico film sportivo americano, la classica storia di riscatto del perdente che grazie alla propria testardaggine e ad un duro allenamento riesce a prevalere, si nasconda ben altro, la rivalsa di quell'America che sta ai margini, in sobborghi industriali come Lowell, periferia degradata di Boston che aveva puntato, per redimersi, sul cavallo sbagliato Dicky, un drogato balordo costretto a replicare tutta la vita il momento in cui ha sfiorato la grandezza. Dramma di un uomo che ha fallito miseramente sia come sportivo che come essere umano, reso in maniera perfetta dal montaggio parallelo tra Dicky che mima coi suoi compagni di pipetta il memorabile incontro con Sugar Ray Leonard, indubitabile spartiacque della sua vita, alternato alle immagini di repertorio dell'incontro, nelle quali si insinua la vicenda non sia andata come tanto millanta l'ex pugile e che, sempre attraverso a delle immagini, quelle del documentario che l'HBO ha girato su di lui, si scontra come in un frontale con la realtà e riesce catarticamente a prendere coscienza di se. The Fighter è un film sulle occasioni sprecate e sulla capacità di venire a patti con i propri fallimenti in cui s'innesta un'interessante riflessione sull'obsolescenza del mito dell'eroe tutto d'un pezzo, (alla Rocky, per intenderci, working class hero molto simile a Micky Ward ma, al contrario di quest'ultimo, figlio di un America del dopo-crisi, profondamente radicato nell'illusorio sistema di pensiero generato dall'American Dream)  nella pellicola di Russel nessuno è in grado di farcela da solo, ognuno ha bisogno di appoggarsi a qualcun'altro per non cadere nell'abisso di squallore che  è pronto a risucchiarne la vita, dimostrando che anche l'abbraccio di una famiglia allargata altamente disfunzionale, può essere confortante e liberatorio. Il regista newyorkese (e sarebbe interessante conoscere l'apporto dato alla pellicola da Darren Aronofsky, qui in veste di produttore esecutivo) riesce quindi a confezionare un film intenso e toccante, capace di regalare momenti di Cinema con la C maiuscola come la splendida sequenza dell'incontro tra Mickey e Alfonso Sanchez, con la madre che racconta per telefono a Dicky cosa sta accadendo sul ring o momenti più (drammaticamente) divertenti, come la carica delle donne della famiglia, vero e proprio mucchio selvaggio, alla volta dell'appartamento di Charlene, riuscendo a trovare il giusto equilibrio e senza mai calcare troppo la mano su inutili patetismi. E poi sì, gli attori sono davvero incredibili, dalla Alice di Melissa Leo (meritatissima vincitrice di Golden Globe e Oscar come miglior attrice non protagonista), matriarca furba e ambiziosa ma allo stesso tempo devota e affettuosa, passando per la splendida prova di Amy Adams, lontana anni luce da quanto fatto finora (è quasi incredibile pensare sia la stessa attrice di Enchanted), e al sottovalutatissimo Mark Whalberg, forse penalizzato da una scelta di copioni non sempre troppo felici e da una fisicità imponente che lo porta ad esser spesso fagocitato dall'action più becero e fracassone ma qui completamente in parte, con un'interpretazione sottile, a tratti dimessa ma davvero potente, perfetto contraltare alla prova di un Christian Bale immenso (non a caso vincitore dell'Oscar come non protagonista), che con il suo impressionante Dicky, magro, allampanato, con il viso scavato dal dolore di una vita che ha colpito duro riesce a mettere in dubbio a quale dei due fratelli si riferisca il titolo del film.

giovedì 24 marzo 2011

LIKE A ROLLING STONE

127 HOURS (127 Ore) di Danny Boyle, 2010

"You know, I've been thinking. Everything is... just comes together. It's me. I chose this. I chose all this. This rock... this rock has been waiting for me my entire life. It's entire life, ever since it was a bit of meteorite a million, billion years ago. In space. It's been waiting, to come here. Right, right here. I've been moving towards it my entire life. The minute I was born, every breath that I've taken, every action has been leading me to this crack on the out surface."

Danny Boyle è un regista controverso, capace da sempre di dividere le plateee tra accesi detrattori, sempre pronti a tacciarlo di furberia e grossolaneria, e sfegatati fanboys che si sperticano in lodi estatiche di fronte ad ogni sua invenzione formale. Gli otto Oscar che si è portato a casa con Slumdog Millionaire, poi, statuette che ancora gridano vendetta (per carità, il film l'ho apprezzato ma è chiaro come il sole sia stato ampiamente sopravvalutato) non hanno fatto che esacerbare lo scontro. Dal canto mio, tra alti (Trainspotting che a diciassette anni mi folgorò lettralmente, Sunshine, Piccoli omicidi tra amici, e 28 giorni dopo, che ai tempi dell'uscita mi lasciò abbastanza deluso ma che ho rivalutato ampiamente qualche anno dopo) e bassi (Una vita esagerata e The Beach), l'ho sempre seguito senza troppi pregiudizi, reputando la sua maniera di girare a "grana grossa" e spesso un po' troppo ammiccante, ma comunque efficace. 127 Hours non fa eccezione, Boyle parte spedito e con un fulminante incipit tutto musica, colori ipersaturi, split screen e montaggio ultracinetico, merito di Jon Harris e del suo ottimo lavoro di editing (che, per quel che mi riguarda, è il vincitore morale  dell'Oscar nella sua categoria), presenta alla velocità della luce Aron Ralston, giovane ingegnere con la passione per l'alpinismo e l'hiking che durante un'escursione in solitaria nel Blue John Canyon rimarrà incastrato con un braccio schiacciato da un grosso masso. Tratto dalla celebre storia vera e più precisamente dal libro scritto dal suo protagonista, Between a rock and a hard place, 127 Hours, ripercorre i cinque giorni passati da Ralston sul fondo del canyon, i suoi sforzi per restare lucido, la lotta per restare vivo e la lenta spirale introspettiva nella quale viene per forza di cose risucchiato. Se probabilmente Boyle non è la prima persona che verrebbe in mente, a cui affidare la realizzazione di un percorso così intimo di caduta e rinascita dal potente valore metaforico e simbolico, come la vicenda vissuta da Ralston, un uomo che con la sua tendenza a tenere a distanza gli affetti, per cercare rifugio nella natura e nella solitudine (parabola peraltro molto simile a quella raccontata da Sean Penn in Into the wild, sebbene la dicotomia uomo/natura qui sia meno marcata, in favore di un approccio più incline all'interiorità), bisogna dare atto al regista britannico di esser riuscito egregiamente a mantenere vivo l'interesse dello spettatore in tutti i settanta minuti, nei quali resta praticamente incollato al suo protagonista, in un crescendo di tensione e ansia dai picchi quasi insostenibili. Se da un lato un grosso aiuto è dato da James Francoattore parecchio versatile che, pur costretto alla quasi immobilità, regala una prova di devastante bravura, la cui punta di diamante è senza dubbio la magistrale sequenza del finto show radiofonico, dall'altro Boyle, armato degli strumenti che più gli sono congeniali, in un impetuosa girandola transmediale che sovrappone fotografie, flashback, immagini che lo stesso Ralston gira con la sua videocamera - alla quale vengono affidati flussi di coscienza e lasciti testamentari - apre finestre sullo schermo seguendo la spirale di delirio allucinatorio che porta in quel buco nero spaccato nella terra i fantasmi di un'esistenza vissuta forse troppo egoisticamente. Girandola che sfocia nella potentissima sequenza onirica  del temporale e   nel violento climax, l'amputazione, una delle sequenze più disturbanti che si siano viste da parecchio tempo a questa parte. Probabilmente proprio per il richiamo alla vicenda reale, per il fatto di sapere che ciò che accade sullo schermo è più o meno successo davvero,  quella sequenza è un duro schiaffo anche per chi, come il sottoscritto, di gore ne mastica parecchio, ma anche per il sadico utilizzo del sonoro e per la brutale, spietata schiettezza al limite con la perversione con la quale la sequenza viene sbattuta in faccia allo spettatore, scelta che rende al meglio la folle disperazione e la risolutezza di un simile gesto. Gesto che libera il protagonista sia fisicamente che moralmente, punto di arrivo del profondo mutamento interiore al quale l'esperienza da incubo da lui vissuta lo ha costretto e che va a risolversi in un finale, questo sì, emotivamente ricattatorio, sulle splendide e toccanti note di Festival dei Sigur Ros ma, hey, dannatamente efficace, proprio come il cinema di Boyle.    

mercoledì 23 marzo 2011

Elizabeth Taylor (27 febbraio 1932 – 23 marzo 2011)

A BRIGLIA SCIOLTA

TRUE GRIT (Il Grinta) di Ethan Coen e Joel Coen, 2010

"You must pay for everything in this world, one way and another. There is nothing free except the grace of God."

Per degli autori statunitensi, avere a che fare con il western, vuol dire affrontare le radici della propria mitologia, confrontarsi con l'epica del proprio paese, con le fondamenta dell'immaginario di un'intera nazione (e non solo, vista la fortuna avuta dalla figura del cow-boy nel bagaglio culturale collettivo). Dialogando con il genere da colti cinefili quali sono, i Coen, lo manipolano e ne plasmano i topoi come del resto hanno sempre fatto nel corso della loro carriera, a partire dalla destrutturazione del crime noir messa in atto in Blood Simple, per poi attraversare i pilastri fondanti del cinema statunitense, dalla screwball comedy al musical fino ad arrivare, appunto, al western. Se i richiami al genere nelle pellicole precedenti venivano solamente accennati in elementi formali, qui viene pienamente abbracciato. Chi pensa però di trovare in True Grit un western classico, resterà inevitabilmente deluso. Ai Coen non interessa e non è mai interessato seguire i binari del il genere pedissequamente o alla maniera postmoderna, con un frullato di citazioni, riferimenti e clichè, tantomeno riscriverlo. Per loro l'utilizzo del genere è una sorta di filo diretto con il Cinema e per estensione con la memoria. I due fratelli scelgono quindi di riadattare il romanzo di Charles Portis, negli Stati Uniti vero e proprio classico, già portato sullo schermo nel 1969 da Henry Hathaway, in un film che valse a John Wayne l'unico Oscar della propria carriera. Sebbene i sottili rimandi al predecessore, come la benda sull'occhio di Jeff Bridges (che, inutile dirlo, regala un'interpretazione memorabile), esattamente speculare a quella del Duca, potrebbero far pensare ne sia il riflesso, i Coen, invece di ricalcare la crepuscolare pellicola di Hathaway, prendono la propria strada per raccontarci ancora un volta ciò che più preme loro, per dispiegare di fronte agli occhi dello spettatore la propria visione del mondo. Un mondo filtrato attraverso il lucido punto di vista della piccola Mattie Ross; interpretata con intensità e bravura che sembrano incredibili in un'esordiente sul grande schermo come Hailee Steinfeld, bambina che facendosi carico di vendicare il padre, meschinamente assassinato, è costretta a crescere fin troppo in fretta, e dove, come sempre nel loro cinema, è il caso il motore di tutto, dove i villains non sono altro che poveri idioti, dei deboli alle prese con faccende più grosse di loro sfuggitegli di mano. Come la voce fuori campo della ragazzina recita all'inizio del film, nulla è gratuito a questo mondo, tutto si deve pagare, è inevitabile affrontare le conseguenze delle proprie azioni, e il prezzo può essere parecchio violento e doloroso; la perdita di un occhio, di un braccio, la lingua mozzata, dita tranciate, profonde cicatrici sul viso e nell'anima. I fratelli Coen imbastiscono un racconto fortemente morale, "l'empio fugge anche quando nessuno lo insegue" recita il proverbio in apertura, una storia dove l'alone di morte e ineluttabilità è presente sin dai primi fotogrammi, con quel cadavere steso nella neve che fa da motore alla vicenda nel formidabile incipit, per arrivare alle lapidi in primo piano nello splendido e delicato finale che va magistralmente a chiudere il cerchio. Una sorta di requiem per una frontiera che sta già agonizzando sotto il peso del cambiamento, non è più il tempo di eroi solitari, i fuorilegge verranno ormai presto rimpiazzati da affaristi in doppiopetto con valige cariche di dollari, dai portatori di "civiltà". True Grit non è quindi il tipico western, il paesaggio, uno dei caratteri più immediatamente riconoscibili del genere (si pensi al cinema di John Ford) viene qui quasi accantonato, la prima panoramica dei tre protagonisti che cavalcano nella prateria arriva dopo una settantina di minuti, in favore di dialoghi profondamente coeniani (la magistrale sequenza della contrattazione tra Mattie e l'avido venditore di cavalli o alle bambinesche scaramuccie tra Cogburn e LeBoeuf, un Matt Damon particolarmente in forma) o degli squarci surreali che li hanno resi famosi (il fantastico Uomo Orso). Quasi i due fratelli vogliano imbrigliare il Mito, salvo poi farlo deflagrare nell'ultima meravigliosa mezz'ora, dove regalano un pezzo di Cinema da incorniciare, dalla carica a briglie in bocca e pistole spianate, prova tangibile ed emozionante di quella che Mattie pensava fosse una smargiassata, fino a sfociare nell'intensa e toccante sequenza (che sembra figlia di Night of the Hunter) della cavalcata sotto il cielo stellato magistralmente fotografata, come del resto tutta la pellicola, nella dicotomia tra ombra e luce che la caratterizza, da Roger Deakins. Per poi tornare a ridimensionare il tutto con una pennellata amarissima nel finale, dove quel che resta della frontiera è tristemente relegato nei baracconi itineranti del Wild West ShowIl tempo, è proprio vero, ci sfugge.

martedì 22 marzo 2011

ATTRAVERSO LO SPECCHIO

BLACK SWAN (Il Cigno Nero) di Darren Aronofsky, 2011

"The only person standing in your way is you." 

Black Swan è un film talmente sfaccettato, sul quale ci sarebbero così tante cose da dire, che il rischio concreto è quello di tralasciare qualcosa. Partiamo quindi da ciò che è fondamentale; l'ultimo lavoro di Aronofsky è una pellicola incredibilmente splendida e potente, uno di quei film che afferra le viscere dello spettatore e le strizza fino a troncare il respiro, un'esperienza che non può assolutamente lasciare indifferenti. In un continuo gioco di specchi, fatto di riflessi fugaci e fuorvianti, di bianchi e neri, di contrapposizioni nette e allucinatoriamente profonde, il regista newyorkese trasforma la sua città nel tetro palcoscenico del dramma della fragile Nina. Ballerina rimasta intrappolata in un'eterna adolescenza a causa del morboso rapporto con la madre (un'inquietante Barbara Hershey), anch'essa a suo tempo ballerina ma ormai amareggiata e depressa, Nina, schiacciata dall'ossessiva pressione della fuga dai fallimenti materni, viene spinta, pur di compiacere ad ogni costo gli altri, sulla ripida china  della costante corsa verso una perfezione formalmente impeccabile quanto emozionalmente vuota. Ad incrinare il precario equilibrio della ragazza giunge la ricerca, da parte della prestigiosa compagnia di ballo della quale fa parte, di una ballerina che sia in grado d'interpretare sia il cigno bianco, la Principessa Odette, che il cigno nero, la subdola Odile, nella rappresentazione del Lago dei cigni di Čajkovskij che il direttore artistico (il luciferino Vincent Cassel) è in procinto di allestire. Nina, magistralmente interpretata da una Natalie Portman in stato di grazia (non a caso la sua splendida performance le è valsa la vittoria sia del Golden Globe che dell'Oscar, entrambe come miglior attrice protagonista), mai così fragile, bella e meravigliosamente vibrante, in grado di sostenere sulle proprie gracili spalle l'intero peso del film grazie ad una bravura impressionante e a disciplina e dedizione ferree, che l'hanno portata a perdere dieci chili con intense sessioni di allenamento, rendendola capace di catalizzare l'attenzione dello spettatore fino quasi ad ipnotizzarlo. Black Swan si inscrive perfettamente nel lucido percorso di esplorazione del dolore e indagine sui recessi della psiche umana che come un filo rosso attraversa tutto il cinema di Aronofsky, un cinema fatto di personaggi alla deriva, di paranoici, drogati, squilibrati, perdenti che vivono scollati dalla realtà; sin dal suo primo lavoro, il folgorante Pi, passando per il giustamente osannato Requiem for a Dream e The Fountain, splendida storia d'amore che non è stata minimamente capita dalla critica e andrebbe rivalutata, fino ad arrivare allo struggente The Wrestler, film che, per stessa ammissione del regista, forma un ideale dittico con questa sua ultima opera. In origine infatti Nina sarebbe dovuta essere la ballerina di cui s'innamora il wrestler Randy "The Ram", ma una volta intuita la forza del personaggio, Aronofsky, l'ha trasformata nella lap dancer interpretata da Marisa Tomei, più in linea con l'atmosfera della pellicola e ha deciso di tenerla da parte per renderla protagonista di un'altra storia. Il legame con il film interpretato da Mikey Rourke va però ben oltre questo semplice aneddoto, le due opere sembrano quasi le due facce della stessa medaglia, il montaggio alternato di una vicenda speculare, uno sport brutale e violento narrato con dolcezza e poesia contrapposto al balletto, per antonomasia rappresentazione di  grazia e bellezza, raccontato con una durezza horror da pugno sullo stomaco. I punti di contatto vanno ricercati nella centralità dei corpi esasperata da continui primi piani, dallo stare addosso ai personaggi con carrelli a seguire ossessivamente incollati alle loro schiene, fino alla chiusura di entrambe i film che con un sottile slittamento del punto di vista, ma soprattutto di senso, viene riproposta la medesima scena. Dove però The Wrestler è toccante, Black Swan diventa disturbante. Il regista newyorkese prende Scarpette Rosseil capolavoro di Powell e Pressburger e lo immerge in una fosca tinta polanskiana (L'inquilino del terzo piano su tutti) fatta di paranoia e allucinazioni, in un gioco di riflessi e inquietanti doppi che cita Argento (il claustrofobico corridoio pieno di specchi nell'appartamento di Nina ma soprattutto i ritratti nella stanza della madre) per poi sfociare in oscure suggestioni cronenberghiane (regista dal quale non si può prescindere quando si tocca il tema della modificazione della carne), in un folle vortice di mutazioni del corpo e derive orrorifiche dell'anima. La discesa di Nina lungo la spirale oscura che la porterà a trasformarsi nel cigno nero, metafora nemmeno troppo velata della perdita dell'innocenza che contraddistingue la fine della pubertà, le  lascia addosso cicatrici profonde, indelebili simboli incisi a sangue nella carne, ricordi del doloroso percorso di crescita intrapreso per entrare in un mondo adulto fatto di pulsioni sessuali e passione, passione che le servirà per riuscire a travalicare i propri limiti nel mondo della danza e a spezzare finalmente il cordone ombelicale che la lega alla madre (ed è infatti a lei che va l'ultimo sguardo prima del salto di Odette dalla rupe). Il tutto punteggiato da quella che assieme alla Portman è l'altra incredibile protagonista del film, la stupefacente colonna sonora (non me ne voglia la bellissima e sensuale Mila Kunis, perfetta nel suo ruolo di contrappunto e antagonista alla dolcezza di Nina), capace di unire suoni disturbanti, organici, quasi fossero il respiro stesso della pellicola, in un continuo rincorrersi di sussurri e frullare d'ali, ad un uso del sonoro che è come uno schiaffo in piena faccia, lo scricchiolare delle ossa, unghie che graffiano la pelle e vengono brutalmente tagliate, unito alle splendide musiche del veterano Clint Mansell, fedele collaboratore del regista (e mio compositore cinematografico preferito) che con la sua rielaborazione delle, già di per sè meravigliose, musiche del Lago dei cigni di Čajkovskij, sposa e amplifica alla perfezione la bellezza e la "violenza" visiva con cui il balletto viene rappresentato, con la macchina da presa a spalla che gira vorticosamente attorno ai protagonisti in un turbine di rara potenza e bellezza, in una comunione di musica e immagini che in più d'una sequenza lascia senza fiato, emozionando fino quasi a stordire. Aronofsky, scavando nel subconscio con il consueto sguardo affilato come un bisturi, firma uno di quei film che colpiscono e lasciano il segno, un meraviglioso tour de force nella psiche che ad ogni visione lascia nuovi spunti su cui riflettere e dando ulteriore conferma, probabilmente con la sua opera più compiuta, di essere uno dei più interessanti autori contemporanei.   

domenica 20 marzo 2011

WEEK END TRAILER EXTRAVAGANZA #16

BEAUTIFUL BOY di Shawn Ku, 2010

Nonostante da come sia montato il trailer, il film potrebbe sembrare il peggior sottoprodotto della domenica pomeridiama di canale fottutto cinque, Michael Sheen is my homeboy, lui è bravo da far paura e mi piace un sacco, e anche Maria Bello mi piace parecchio, soprattutto quando si faceva fare l'amore spianata sulle scale da Viggo in A History of Violence (gran bel film, tra parentesi), quindi, anche se 'sto Ku non so chi diavolo sia e potrebbe avere la mano pesante quanto un blocco di calcestruzzo (che probabilmente non è il massimo se devi gestire una storia pesissima come questa, roba di tuo figlio che esce di casa per andare a scuola e con un fucile semiautomatico - particolare che ho aggiunto io ai fini della dramatization, non so che arma avesse - si mette a fare il tiro al bersaglio con qualsiasi cosa cammini e poi s'ammazza), io un filino di fiducia gliela do.


CAVE OF FORGOTTEN DREAMS di Werner Herzog, 2010

Mi aveste detto che Herzog si sarebbe messo a girare in 3D, probabilmente mi sarei fatto una risata e vi avrei cordialmente mandato a fare in culo e invece, sapete cosa? Avreste avuto ragione. Ecco qua il trailer del nuovo documentario che quel pazzo di Herzog ha girato nelle caverne di Chauvet, nel sud della Francia, luogo nel quale si trovano le prime tracce di creazione artistica mai fatte dall'uomo e siccome il posto è una bomba, quella cartola di Wern dev'essersi chiesto: "ma che cazzo, qua pure il peggiore degli stronzi si mette a fare un film in 3D e io che ho per le mani questa meraviglia chi sono, il figlio della serva? Col cazzo, questo io me lo giro in 3D tutta la vita eh!". Ed ecco qua. Io personalmente ho già messo su gli occhialoni.



HENRY'S CRIME di Malcolm Venville, 2010

Keanu, lo sappiamo fin troppo bene tutti, è un cagnaccio maledetto e ha esaurito da un bel po' il credito che gli avevamo concesso per esser stato Johnny Utah e Neo, d'altronde, con roba tipo l'abominevole remake di Ultimatum alla terra e merdate tipo Sweet November (che ci tengo a precisare non ho nemmeno visto e peste mi colga se ho la minima intenzione di farlo), non possiamo certo dire non se la sia andata a cercare. Personalmente lo riempirei di schiaffazzi così da dargli un vero motivo per esser triste ma qui, se non altro, a tenere a galla la barca ci sono personaggi di un certo calibro tipo James Caan e Peter Stormare, senza contare Vera Farmiga che mi fa esplodere la testa o caratteristi come quel bruttone di Fisher Stevens o Judy Greer. Di Venville so solo che ha una bella foto su IMDb che mi fa un sacco venire in mente il video di Winter Wolves dei The Sword, ma non so se cinematograficamente parlando la cosa conti qualcosa, nel complesso però dai, il trailer sembra carino.



FRIENDS WITH BENEFITS di Will Gluck, 2011

Ne avevo già scritto in occasione dell'epico scontro tra il film di Gluck e No String Attached di Reitman, nel frattempo parecchi nodi sono venuti al pettine, intanto, gli infami adattatori italiani si son già dati da fare intitolando il film della Portman (ti amo, sfancula Millepied che a te e alla creatura ci penso io) nientemeno Amici, amanti e... Ma e... cosa? Lasciamo stare che è meglio. Poi, ho pure visto il secondo film di Gluck e m'è piaciuto proprio parecchio, intanto perchè Emma Stone-centrico (Emma del mio cuore che è pure qui), poi perchè è intelligente, quindi ormai i punti a favore di questo FWB sono schiaccianti (scusa Natalie). In questo nuovo trailer si vede pure Andy Samberg che male non fa e nel complesso il film pare parecchio divertente. Magari la storia della scritta Hollywood è un pochetto file under: cagare fuori ma "stop Katherine Heigl you're a stupid liar" è la frase più vittoriosa che abbia sentito da parecchio tempo a questa parte e per giunta esce dalle meravigliose labbra di Mila Kunis, 'zzo volete di più? I'm fuckin' in!


LARRY CROWNE di Tom Hanks, 2011

Ecco, questo potrebbe essere il grande ritorno di Tom Hanks, attore che è proprio impossibile non amare (cioè, cazzo, ma ve lo ricordate Big? E Apollo 13? Non parliamo poi di Forrest Gump! E' pure la voce di Woody perdio! Vorrei abbracciarlo e dirgli: "coraggio Tom, fammi Heart and Soul"), dopo le megamerdate tratte da Dan Brown. Tanto per cominciare questo è anche il suo esordio alla regia e per l'occasione ha deciso di scongelare Julia Roberts che era davvero una vita che non recitava. Ah no, ops, in effetti ha recitato pure troppo, sono io che non me la cago dal 2004, scusate. Beh, comunque, oltre alla Roberts ci son pure Bryan Cranston che se non vedete Braking Bad che cazzo vivete a fare e l'icona Pam Grier, poi vabbè, c'è pure la Vardalos che è una che proprio NO! ma noi facciamo finta di niente. Comunque boh, sarò io idiota ma la scena del motorino m'ha fatto sbragare dalle risate e nel complesso pare proprio una bella commedietta, speriamo bene, se non altro Tom a sto giro è pettinato da essere umano e non da Nicolas Cage.


WRECKED di Michael Greenspan, 2011

Naso si sveglia nella carcassa di una macchina dopo un incidente e non si ricorda più nulla perchè ha sbattuto la capoccia e quanto pare a portarlo in quel bosco sono stati tutta una serie di grossi casini che gli tornano in mente a poco a poco. L'idea è molto figa, il trailer dire che è spoileroso è un eufemismo, ci mancano solo i titoli di coda e pare d'aver visto tutto il film. Fate voi quindi, se vi fidate, vi dico che secondo me potrebbe essere proprio un bel thriller, se invece siete malfidenti e lo volete vedere a tutti i costi, 'sto trailer, poi non vi lamentate degli spoiler, io v'avevo avvisato!



THE GREAT MOVIE EVER SOLD di Morgan Spurlock, 2011

Quel guascone di Spurlock ci riprova, se Supersize Me, m'è parso, nonostante il mio pochissimo amore per l'azienda delle collinette dorate (sono vegano, fate voi), facesse un po' acqua da tutte le parti  senza centrare il bersaglio, quello su Bin Laden non l'ho proprio visto, la serie che trasmettono su Current da lui patrocinata invece non è male. Qui Spurlock ha deciso di prendersela con il mondo dell'advertising e sebbene Mad Men sia una delle mie serie preferite evah, io, che la penso esattamente come Bill Hicks, al vecchio Morgan non posso che dare una pacca sulla spalla a mo' di benedizione. Bravo, fagli il culo a strisce a quelli.

venerdì 18 marzo 2011

BLOOD IN THE WATER AND FUNBAGS IN THE SKY

PIRANHA di Alexandre Aja, 2010

Piranha è sì prodotto da una major, Dimension Films dei fratelli Weinstein, ma è a tutti gli effetti un B-movie con un budget più sostanzioso, ed è giusto sia così, essendo il remake di un B-movie duro e puro, il cormaniano Piraña di Joe Dante, vero e proprio caposaldo del genere. Il film mette subito in chiaro le proprie radici sin dall'incipit, dove Richard Dreyfuss è intento a bere birra e pescare canticchiando Show Me The Way To Go Home, chiarissimo richiamo a Matt Hooper (qui si chiama Matt Boyd), il biologo marino da lui interpretato ne Lo Squalo di Spielberg, primo dei molti rimandi cinematografici del film. In Piraña ci  sono infatti camei di icone del calibro di Christopher Lloyd, che porta sullo schermo la carica di geniale follia che ha fatto la fortuna del suo personaggio più famoso, Eli Roth (protagonista di una delle morti più belle) e Ving Rhames (che magari non lo sapete ma ha vinto l'Oscar per la sua interpretazione e vista la scena con al centro lui e un motore da motoscafo, che sembra uscita dritta dritta da Braindead, il capolavoro indiscusso di Peter Jackson, direi che se l'è meritato) e le pornostar Gianna Michaels (altro personaggio che muore con una certa classe) e Riley Steele, mentre tra i protagonisti ci sono Elisabeth Shue e Jerry "Il mio amico Ultraman" O'Connell attori cult degli anni '80 e '90. La bravura di Aja, apprezzatissimo dal sottoscritto per il suo secondo film, Haute tension, con la splendida Cécile De France, ma presto fagocitato dal mercato americano, dove è praticamente diventato un regista di remake (e, sarò blasfemo, il suo The Hills Have Eyes, remake del classico di Craven, non m'era dispiaciuto per nulla, mentre quello del coreano Into the Mirror, di Sung-ho Kim, non l'ho visto), è quella di evitare le derive in cui un'operazione del genere potrebbe  facilmente cadere, ovvero quelle del finto trash postmoderno, schiacciando senza pietà sul pedale della violenza e del gore, e mettendo quanti più nudi femminili possibile in mostra. Piranha sembra quasi a voler consapevolmente testare i limiti della MPAA, difficilmente si sono viste tante tette e tanto sangue in un film mainstream. Il film mantiene senza dubbio le sue promesse, abbandonato l'alone ecologista del film originale, la trama, decisamente pretestuosa, va poco più in là del "c'è un sacco di gente idiota in acqua e dei piraña preistorici che han passato millenni a mangiarsi tra loro per sopravvivere non vedono l'ora di dare una svolta al menù". Il lago Vittoria altro non è che la caldera di un vulcano preistorico che in seguito ad un terremoto libera nelle acque banchi di pesci assassini, tutto questo proprio durante lo Spring Break, la festa americana che riunisce in svariate località balneari il più grosso numero di coglioni e sgualdrinelle mai visto, tutti impegnati a bere birra e a partecipare a miss maglietta bagnata, scenario ideale per un massacro di ampie proporzioni. Le premesse per far partire una giostra di sangue senza precedenti, ci sono quindi tutte, devo però ammettere che se in generale gli effetti tradizionali (merito del mai troppo lodato Greg Nicotero) me li sono stragoduti, e sarebbe impossibile fare altrimenti, viste le perle splatter di raro effetto che riescono a regalare, non posso dire lo stesso di quelli in CGI, che al contrario, mi han fatto schifo, e non nel senso "oddio che schifo devo distogliere lo sguardo perchè questo è davvero troppo" ma nel senso "cristo questa è merda che non si può proprio guardare da quanto è fatta male". Un paio di episodi a parte (tipo quello che vede dei capelli e l'elica di un motore entrare in meravigliosa armonia), gli effetti digitali sono davvero pessimi, ed è un peccato, perchè fossero stati utilizzati soltanto i rimedi della vecchia scuola Piranha sarebbe potuto diventare un vero e proprio capolavoro gore. Così invece, il film del regista francese, è sì divertente e pieno di eccessi, capace di non prendersi per nulla sul serio e di regalare sequenze da culto istantaneo come quella di Kelly Brook e Riley Steele che nuotano sott'acqua integralmente nude sulle note del famoso Duetto dei fiori di Delibes, roba che da adolescente mi avrebbe fatto restare secco (e a pensarci bene, anche adesso), o quella dell'idiota che cerca di fuggire lanciando il motoscafo in mezzo ai bagnanti, ma mi ha lasciato comunque un po' di amaro in bocca. Se non altro spero che in caso di sequel si rifacciano a quello del Piraña originale, il folle Piranha Paura (uno dei titoli che da ragazzino mi facevano letteralmente impazzire, provate a ripeterlo: Piranha Paura, che bomba) quello con i piraña volanti, primo film di James Cameron, quando roba come Avatar nemmeno se la sognava.

Il film non l'ho visto in 3D ma leggendo in giro per l'internet l'impressione generale è che non essendo nativo, ma convertito in post produzione, l'effetto sia pessimo.

mercoledì 16 marzo 2011

AT THE MOUNTAINS OF MADNESS

PRIMAL di Josh Reed, 2010

Un manipolo di ragazzi si avventurano nei boschi e finiscono per trovarsi a fronteggiare l'orrore. Quante volte ci siamo trovati di fronte a questa storia? Personalmente parecchie. Primal è l'ennesimo film che parte da questo presupposto, dopo un veloce incipit ambientato 12.000 anni fa, nel quale un uomo primitivo, intento a decorare una parete rocciosa con delle incisioni rupestri, attaccato da una forza misteriosa si trova, suo malgrado, a lasciare un'indelebile impronta fatta con il proprio sangue, fast forward e troviamo un gruppo di sei amici che inoltrandosi nei boschi australiani sta andando a visitare proprio quelle incisioni. Il film di Reed è pura exploitation, chi cerca profondità nei personaggi, originalità o virtuosismi registici resterà inevitabilmente deluso. In Primal, i richiami ad altri film sono abbastanza palesi (Evil Dead su tutti e per chi scrive, rifarsi al capolavoro di Raimi, è tutt'altro che una nota negativa) ma, nonostante il sottile alone di già visto, la pellicola, grazie a qualche accorgimento, riesce a camminare sulle proprie gambe e soprattutto a divertire parecchio.Un film come questo ha come unico obiettivo quello di intrattenere e Reed ci riesce alla grande, grazie ad abbondanti litrate di sangue e a creature parecchio riuscite, sorta di furie primordiali , feroci, cattive, spaventose e fottutamente zannute (con forti reminescenze dei Demoni di Lamberto Bava). L'originalità quindi, non è proprio il punto di forza del film, ma con un'infilata di ottime trovate, un buon ritmo e ad un finale ignorantissimo, il film australiano riesce nel complesso a farsi perdonare la pessima cgi, qualche episodio di regia  e montaggio non troppo riusciti (ad esempio il combattimento finale) e un paio di cadute di tono. Se è sicuro non resterà negli annali del cinema horror, Primal sa di certo come farsi voler bene.

martedì 15 marzo 2011

IT'S ALL FUN AND GAMES 'TILL SOMEONE GETS HURT

BROTHERHOOD di Will Canon, 2010

Se c'è una cosa che ho sempre odiato sono le confraternite. Un po' perchè è praticamente certo, fossi stato americano, non mi avrebbero mai preso, anzi, probabilmente sarei finito dritto dritto tra i bersagli preferiti degli sbeffeggiamenti dello sporty di turno, un po' perchè ho sempre trovato più facile identificarmi, più che negli elitari, spocchiosi e sessisti membri di una frat house, in sfigatissimi outsider stile La rivincita dei nerd. Vedere quindi un film dove ai membri di una confraternita non ne va bene una, è già di per sè un gran piacere. Con un incipit fulminante Canon, che con Brotherhood è alla sua prima prova sulla lunga distanza, ci catapulta nel bel mezzo dell'adrenalinica cerimonia d'iniziazione per i nuovi membri della Sigma Zeta Chi, e, manco a dirlo, sin dai primi minuti tutto comincia ad andare a rotoli con un effetto valanga che porterà i protagonisti a vivere la peggior nottata della loro vita. Canon non spreca un singolo frame, da quando le cose cominciano ad andare storte, non c'è un singolo secondo per tirare il fiato. La vicenda si fa via via sempre più concitata, sempre più drammatica, con il ritmo altissimo e indiavolato di un giro sull'ottovolante, cosa che, ad esser sinceri, nel finale rischia di diventare una pecca. L'accumulo di così tanti elementi in un'unità di tempo così ristretta (quante sfighe possono umanamente capitare in una sola notte?) può risultare una forzatura, andando inevitabilmente a cozzare con la sospensione dell'incredulità. In aiuto al regista vengono però l'esigua durata, un'ottantina di minuti scarsa, che in un film dal ritmo così sostenuto risulta perfetta, e la buona prova del cast. Su tutti i giovani Trevor Morgan, Jon Foster e Lou Taylor Pucci, snocciolando fuck a raffica fanno benissimo il proprio dovere, risultando pienamente credibili  nella parte di ragazzi che pur di far parte di un'elite, in nome di un concetto deviato di onore e fratellanza, si fanno decisamente poche remore nel rubare, rapire, minacciare e ricattare chiunque gli si metta in mezzo. Brotherhood quindi, nonostante la scarsità di mezzi e nonostante non sia certo scevro da difetti, grazie ad una sceneggiatura intelligente e a un ritmo vertiginosamente frenetico è un buon thriller capace d'intrattenere alla grande.


domenica 13 marzo 2011

WEEK END TRAILER EXTRAVAGANZA #15

FAST & FURIOUS 5 di Justin Lin, 2011

Cambio di titolo e trailer definitivo, ormai l'hype è incontenibile, ne ho già scritto nelle settimane precedenti non nascondendo per nulla la fotta ma ormai l'esaltazione è inversamente proporzionale al mio totale disinteresse - barra schifo - per gli episodi precedenti (escludendo il primo) quindi a livelli quasi insostenibili. Sembra di esser tornati ai tempi del glorioso e testosteronico cinema d'azione americano, quando Cannon e Carolco se la ruleggiavano indisturbate, in questo trailer c'è talmente tanta adrenalina che dopo averlo visto tre volte di fila mi son buttato a terra e ho fatto cinquanta flessioni sulle nocche e battendo le mani per scaricare la tensione.


SUPER 8 di J.J. Abrams, 2011

Anche di questo ho già scritto in occasione dell'uscita del Superbowl teaser e le mie opinioni restano le stesse anche dopo questo trailer più corposo. Questa è roba che mi fa venire la pelle d'oca e mi fa tornare di colpo tredicenne. E adesso scusatemi, devo passare lo straccio per terra che ho sbavato dappertutto.



SOTTO IL VESTITO NIENTE: L'ULTIMA SFILATA di Carlo Vanzina, 2011

I Vanzina, con il sottoscritto, il credito per le commedie con Abatantuono degli anni 80, l'hanno esaurito da un bel pezzo, la loro street credibility è finita dritta dritta nel cesso assieme a robaccia tipo Io no spik inglish o S.P.Q.R. 2000 e 1/2 anni fa. Quindi sgià il primo Sotto il vestito niente cercava di saltare sul cavallo del giallo all'italiana, cavallo già morto da un pezzo, è sicuro come l'oro non si sentisse il bisogno di un seguito che a distanza di ventisei anni definire fuori tempo massimo è poco, soprattutto poi, se uno dei protagonisti dice cose tipo E' OMIGIDIO o CHEMMINGHIA PIANGI DEPRAVATO? DEPRAVATO SCHIFOSO. A me fa già paurissima.



Tu quoque, Neil Patrick Harris... Tu quoque...


BONUS:


Caro Marcus, pagherai caro, pagherai tutto. E dire che eri anche partito bene, poi hai voluto metter mano al classico dei classici e tutto è degenerato in una valanga di cacca. In una lenta spirale niente niente sei finito a dare la parte che un tempo era sua, ad uno che non gli farei manco fare il tronista da Maria De Filippi (devi morire). Ma cosa ti dice quella testa? Che Crom ti maledica Marcus.



Qua si è deciso di esagerare, i regaz di Warner Bros han rilasciato contemporaneamente quattro trailer  francesi, o come dicono quei mangiarane bandes-annonces, ognuno montato in maniera leggermente diversa dall'altro e legato ad una canzone specifica. Praticamente a furia di trailer, clip, spot e featurette ho già visto tutto il film. I pezzi sono di Mac Tyer, Gentlemen Drivers, Plasticines e Uffie, il mio preferito è quello con il samurai gigante megaincazzato e il pezzo di Tyer mi fa vomitare.