mercoledì 23 marzo 2011

A BRIGLIA SCIOLTA

TRUE GRIT (Il Grinta) di Ethan Coen e Joel Coen, 2010

"You must pay for everything in this world, one way and another. There is nothing free except the grace of God."

Per degli autori statunitensi, avere a che fare con il western, vuol dire affrontare le radici della propria mitologia, confrontarsi con l'epica del proprio paese, con le fondamenta dell'immaginario di un'intera nazione (e non solo, vista la fortuna avuta dalla figura del cow-boy nel bagaglio culturale collettivo). Dialogando con il genere da colti cinefili quali sono, i Coen, lo manipolano e ne plasmano i topoi come del resto hanno sempre fatto nel corso della loro carriera, a partire dalla destrutturazione del crime noir messa in atto in Blood Simple, per poi attraversare i pilastri fondanti del cinema statunitense, dalla screwball comedy al musical fino ad arrivare, appunto, al western. Se i richiami al genere nelle pellicole precedenti venivano solamente accennati in elementi formali, qui viene pienamente abbracciato. Chi pensa però di trovare in True Grit un western classico, resterà inevitabilmente deluso. Ai Coen non interessa e non è mai interessato seguire i binari del il genere pedissequamente o alla maniera postmoderna, con un frullato di citazioni, riferimenti e clichè, tantomeno riscriverlo. Per loro l'utilizzo del genere è una sorta di filo diretto con il Cinema e per estensione con la memoria. I due fratelli scelgono quindi di riadattare il romanzo di Charles Portis, negli Stati Uniti vero e proprio classico, già portato sullo schermo nel 1969 da Henry Hathaway, in un film che valse a John Wayne l'unico Oscar della propria carriera. Sebbene i sottili rimandi al predecessore, come la benda sull'occhio di Jeff Bridges (che, inutile dirlo, regala un'interpretazione memorabile), esattamente speculare a quella del Duca, potrebbero far pensare ne sia il riflesso, i Coen, invece di ricalcare la crepuscolare pellicola di Hathaway, prendono la propria strada per raccontarci ancora un volta ciò che più preme loro, per dispiegare di fronte agli occhi dello spettatore la propria visione del mondo. Un mondo filtrato attraverso il lucido punto di vista della piccola Mattie Ross; interpretata con intensità e bravura che sembrano incredibili in un'esordiente sul grande schermo come Hailee Steinfeld, bambina che facendosi carico di vendicare il padre, meschinamente assassinato, è costretta a crescere fin troppo in fretta, e dove, come sempre nel loro cinema, è il caso il motore di tutto, dove i villains non sono altro che poveri idioti, dei deboli alle prese con faccende più grosse di loro sfuggitegli di mano. Come la voce fuori campo della ragazzina recita all'inizio del film, nulla è gratuito a questo mondo, tutto si deve pagare, è inevitabile affrontare le conseguenze delle proprie azioni, e il prezzo può essere parecchio violento e doloroso; la perdita di un occhio, di un braccio, la lingua mozzata, dita tranciate, profonde cicatrici sul viso e nell'anima. I fratelli Coen imbastiscono un racconto fortemente morale, "l'empio fugge anche quando nessuno lo insegue" recita il proverbio in apertura, una storia dove l'alone di morte e ineluttabilità è presente sin dai primi fotogrammi, con quel cadavere steso nella neve che fa da motore alla vicenda nel formidabile incipit, per arrivare alle lapidi in primo piano nello splendido e delicato finale che va magistralmente a chiudere il cerchio. Una sorta di requiem per una frontiera che sta già agonizzando sotto il peso del cambiamento, non è più il tempo di eroi solitari, i fuorilegge verranno ormai presto rimpiazzati da affaristi in doppiopetto con valige cariche di dollari, dai portatori di "civiltà". True Grit non è quindi il tipico western, il paesaggio, uno dei caratteri più immediatamente riconoscibili del genere (si pensi al cinema di John Ford) viene qui quasi accantonato, la prima panoramica dei tre protagonisti che cavalcano nella prateria arriva dopo una settantina di minuti, in favore di dialoghi profondamente coeniani (la magistrale sequenza della contrattazione tra Mattie e l'avido venditore di cavalli o alle bambinesche scaramuccie tra Cogburn e LeBoeuf, un Matt Damon particolarmente in forma) o degli squarci surreali che li hanno resi famosi (il fantastico Uomo Orso). Quasi i due fratelli vogliano imbrigliare il Mito, salvo poi farlo deflagrare nell'ultima meravigliosa mezz'ora, dove regalano un pezzo di Cinema da incorniciare, dalla carica a briglie in bocca e pistole spianate, prova tangibile ed emozionante di quella che Mattie pensava fosse una smargiassata, fino a sfociare nell'intensa e toccante sequenza (che sembra figlia di Night of the Hunter) della cavalcata sotto il cielo stellato magistralmente fotografata, come del resto tutta la pellicola, nella dicotomia tra ombra e luce che la caratterizza, da Roger Deakins. Per poi tornare a ridimensionare il tutto con una pennellata amarissima nel finale, dove quel che resta della frontiera è tristemente relegato nei baracconi itineranti del Wild West ShowIl tempo, è proprio vero, ci sfugge.

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