mercoledì 30 marzo 2011

THE ELEPHANT IN THE ROOM

CYRUS di Jay Duplass e Mark Duplass, 2010

"Are you flirting with me? ...I'm like Shrek. What are you doing here at the forest with Shrek?"

Non nascondo di essere un grande fan dei fratelli Duplass, due dei più interessanti sguardi del cinema indipendente americano, arrivati qui alla prima produzione importante, patrocinata da un'altra coppia di fratelli,  Ridley e Tony Scott e dalla loro Scott Free Productions, dopo una intensa gavetta (Mark anche come interprete, in ottime pellicole come Hannah Takes the StairsHumpday o Greenberg) nel mumblecore, sottogenere del quale sono pionieri e che hanno aiutato a definire e rileggere con opere interessantissime come The Puffy Chair e Baghead. L'abitudine a lavorare con budget irrisori e con attori non professionisti, lasciando ampio spazio all'improvvisazione avrebbe potuto far sorgere qualche interrogativo sulla capacità della coppia di riuscire a maneggiare cifre più consistenti (cifre non stratosferiche, il budget stimato si aggira intorno ai 7.000.000 di dollari, ma comunque ben lontane dalle poche migliaia che erano lo standard per i due fratelli) o nel riuscire a gestire attori professionisti, ma con una misura e un'intelligenza di scrittura davvero invidiabili, i due autori di New Orleans, sono riusciti a fugare qualsiasi dubbio. Cyrus, con uno stile di regia nervoso, quasi documentaristico, tutto zoomate secche e camera a spalla, quasi a voler rivendicare a gran voce lo status di film indipendente, mette in scena con realismo e ironia un ritratto familiare che sotto una patina dalla quasi banale quotidianità riesce a mettere in luce attraverso il filtro della commedia, tematiche importanti, come le nostre ansie e la paura di restare soli. Il tutto miscelando al meglio momenti più drammatici ad altri davvero divertenti, con un ottimo ritmo e una sceneggiatura solida, dai dialoghi brillanti e splendidamente autentici, frutto sia di un'attenzione millimetrica in fase di scrittura che della libertà lasciata all'ottimo cast. Se l'alchimia tra il grandissimo John C. Reilly, nei panni di un frustrato e immaturo ultraquarantenne, interpretati con grande profondità e autoironia (sua la frase che ho messo in aperura), e la sempre splendida e vitale Marisa Tomei, che negli ultimi anni sembra vivere una vera e propria seconda giovinezza artistica, è davvero stupefacente, la vera sorpresa è Jonah Hill, smarcatosi dalla factory di Judd Apatow che gli ha dato i natali, con una performance ricca di spessore mette in scena un personaggio sottilmente perfido e divertente, infantile e a tratti inquietante, incastrato in una dinamica edipica disfunzionale dai risvolti drammatici ma profondamente umani, dimostrando ancora una volta prova di essere un attore di grande versatilità e talento.

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