venerdì 25 marzo 2011

HEAD BODY, HEAD BODY

THE FIGHTER di David O. Russell, 2010

"You're going to go in against this guy, let him punch himself out, take him to the body, right? Get inside, switch stances. Like you're going to work his right. Hit him on the left."

Il commento che più spesso accompagna The Fighter è come questo sia un film di attori. Se è indubitabile gran parte del successo della pellicola risieda nell'incredibile bravura del cast, un poker di interpreti che ha saputo regalare una prova davvero intensa, se è vero che Russel non ha sicuramente il piglio, la visione e la mano di uno Scorsese, è anche vero che non basta un eccezionale gruppo di attori a fare un grande film, gli attori bisogna saperli dirigere (e l'idioma inglese per regista, director, è parecchio chiarificatore in questo senso) e la bravura del regista newyorkese è proprio qui. Russel riesce inoltre a divincolarsi da una trama "risaputa" e quasi scontata nel confermare le attese dello spettatore  grazie ad un ottima gestione del ritmo e all'alternanza di stili e registri differenti, l'uso del digitale per filmare gli incontri in modo da esaltarne il realismo (da quel che si legge, a parte qualche ovvia concessione alla dramatization, la pellicola è parecchio fedele alla realtà, soprattutto nella ricostruzione delle telecronache) o l'utilizzo di immagini di repertorio, elementi che aiutano il film diminuendone la rigidità e rendendolo, al contempo, solido. E' poi innegabile che sotto la veste del tipico film sportivo americano, la classica storia di riscatto del perdente che grazie alla propria testardaggine e ad un duro allenamento riesce a prevalere, si nasconda ben altro, la rivalsa di quell'America che sta ai margini, in sobborghi industriali come Lowell, periferia degradata di Boston che aveva puntato, per redimersi, sul cavallo sbagliato Dicky, un drogato balordo costretto a replicare tutta la vita il momento in cui ha sfiorato la grandezza. Dramma di un uomo che ha fallito miseramente sia come sportivo che come essere umano, reso in maniera perfetta dal montaggio parallelo tra Dicky che mima coi suoi compagni di pipetta il memorabile incontro con Sugar Ray Leonard, indubitabile spartiacque della sua vita, alternato alle immagini di repertorio dell'incontro, nelle quali si insinua la vicenda non sia andata come tanto millanta l'ex pugile e che, sempre attraverso a delle immagini, quelle del documentario che l'HBO ha girato su di lui, si scontra come in un frontale con la realtà e riesce catarticamente a prendere coscienza di se. The Fighter è un film sulle occasioni sprecate e sulla capacità di venire a patti con i propri fallimenti in cui s'innesta un'interessante riflessione sull'obsolescenza del mito dell'eroe tutto d'un pezzo, (alla Rocky, per intenderci, working class hero molto simile a Micky Ward ma, al contrario di quest'ultimo, figlio di un America del dopo-crisi, profondamente radicato nell'illusorio sistema di pensiero generato dall'American Dream)  nella pellicola di Russel nessuno è in grado di farcela da solo, ognuno ha bisogno di appoggarsi a qualcun'altro per non cadere nell'abisso di squallore che  è pronto a risucchiarne la vita, dimostrando che anche l'abbraccio di una famiglia allargata altamente disfunzionale, può essere confortante e liberatorio. Il regista newyorkese (e sarebbe interessante conoscere l'apporto dato alla pellicola da Darren Aronofsky, qui in veste di produttore esecutivo) riesce quindi a confezionare un film intenso e toccante, capace di regalare momenti di Cinema con la C maiuscola come la splendida sequenza dell'incontro tra Mickey e Alfonso Sanchez, con la madre che racconta per telefono a Dicky cosa sta accadendo sul ring o momenti più (drammaticamente) divertenti, come la carica delle donne della famiglia, vero e proprio mucchio selvaggio, alla volta dell'appartamento di Charlene, riuscendo a trovare il giusto equilibrio e senza mai calcare troppo la mano su inutili patetismi. E poi sì, gli attori sono davvero incredibili, dalla Alice di Melissa Leo (meritatissima vincitrice di Golden Globe e Oscar come miglior attrice non protagonista), matriarca furba e ambiziosa ma allo stesso tempo devota e affettuosa, passando per la splendida prova di Amy Adams, lontana anni luce da quanto fatto finora (è quasi incredibile pensare sia la stessa attrice di Enchanted), e al sottovalutatissimo Mark Whalberg, forse penalizzato da una scelta di copioni non sempre troppo felici e da una fisicità imponente che lo porta ad esser spesso fagocitato dall'action più becero e fracassone ma qui completamente in parte, con un'interpretazione sottile, a tratti dimessa ma davvero potente, perfetto contraltare alla prova di un Christian Bale immenso (non a caso vincitore dell'Oscar come non protagonista), che con il suo impressionante Dicky, magro, allampanato, con il viso scavato dal dolore di una vita che ha colpito duro riesce a mettere in dubbio a quale dei due fratelli si riferisca il titolo del film.

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