giovedì 24 marzo 2011

LIKE A ROLLING STONE

127 HOURS (127 Ore) di Danny Boyle, 2010

"You know, I've been thinking. Everything is... just comes together. It's me. I chose this. I chose all this. This rock... this rock has been waiting for me my entire life. It's entire life, ever since it was a bit of meteorite a million, billion years ago. In space. It's been waiting, to come here. Right, right here. I've been moving towards it my entire life. The minute I was born, every breath that I've taken, every action has been leading me to this crack on the out surface."

Danny Boyle è un regista controverso, capace da sempre di dividere le plateee tra accesi detrattori, sempre pronti a tacciarlo di furberia e grossolaneria, e sfegatati fanboys che si sperticano in lodi estatiche di fronte ad ogni sua invenzione formale. Gli otto Oscar che si è portato a casa con Slumdog Millionaire, poi, statuette che ancora gridano vendetta (per carità, il film l'ho apprezzato ma è chiaro come il sole sia stato ampiamente sopravvalutato) non hanno fatto che esacerbare lo scontro. Dal canto mio, tra alti (Trainspotting che a diciassette anni mi folgorò lettralmente, Sunshine, Piccoli omicidi tra amici, e 28 giorni dopo, che ai tempi dell'uscita mi lasciò abbastanza deluso ma che ho rivalutato ampiamente qualche anno dopo) e bassi (Una vita esagerata e The Beach), l'ho sempre seguito senza troppi pregiudizi, reputando la sua maniera di girare a "grana grossa" e spesso un po' troppo ammiccante, ma comunque efficace. 127 Hours non fa eccezione, Boyle parte spedito e con un fulminante incipit tutto musica, colori ipersaturi, split screen e montaggio ultracinetico, merito di Jon Harris e del suo ottimo lavoro di editing (che, per quel che mi riguarda, è il vincitore morale  dell'Oscar nella sua categoria), presenta alla velocità della luce Aron Ralston, giovane ingegnere con la passione per l'alpinismo e l'hiking che durante un'escursione in solitaria nel Blue John Canyon rimarrà incastrato con un braccio schiacciato da un grosso masso. Tratto dalla celebre storia vera e più precisamente dal libro scritto dal suo protagonista, Between a rock and a hard place, 127 Hours, ripercorre i cinque giorni passati da Ralston sul fondo del canyon, i suoi sforzi per restare lucido, la lotta per restare vivo e la lenta spirale introspettiva nella quale viene per forza di cose risucchiato. Se probabilmente Boyle non è la prima persona che verrebbe in mente, a cui affidare la realizzazione di un percorso così intimo di caduta e rinascita dal potente valore metaforico e simbolico, come la vicenda vissuta da Ralston, un uomo che con la sua tendenza a tenere a distanza gli affetti, per cercare rifugio nella natura e nella solitudine (parabola peraltro molto simile a quella raccontata da Sean Penn in Into the wild, sebbene la dicotomia uomo/natura qui sia meno marcata, in favore di un approccio più incline all'interiorità), bisogna dare atto al regista britannico di esser riuscito egregiamente a mantenere vivo l'interesse dello spettatore in tutti i settanta minuti, nei quali resta praticamente incollato al suo protagonista, in un crescendo di tensione e ansia dai picchi quasi insostenibili. Se da un lato un grosso aiuto è dato da James Francoattore parecchio versatile che, pur costretto alla quasi immobilità, regala una prova di devastante bravura, la cui punta di diamante è senza dubbio la magistrale sequenza del finto show radiofonico, dall'altro Boyle, armato degli strumenti che più gli sono congeniali, in un impetuosa girandola transmediale che sovrappone fotografie, flashback, immagini che lo stesso Ralston gira con la sua videocamera - alla quale vengono affidati flussi di coscienza e lasciti testamentari - apre finestre sullo schermo seguendo la spirale di delirio allucinatorio che porta in quel buco nero spaccato nella terra i fantasmi di un'esistenza vissuta forse troppo egoisticamente. Girandola che sfocia nella potentissima sequenza onirica  del temporale e   nel violento climax, l'amputazione, una delle sequenze più disturbanti che si siano viste da parecchio tempo a questa parte. Probabilmente proprio per il richiamo alla vicenda reale, per il fatto di sapere che ciò che accade sullo schermo è più o meno successo davvero,  quella sequenza è un duro schiaffo anche per chi, come il sottoscritto, di gore ne mastica parecchio, ma anche per il sadico utilizzo del sonoro e per la brutale, spietata schiettezza al limite con la perversione con la quale la sequenza viene sbattuta in faccia allo spettatore, scelta che rende al meglio la folle disperazione e la risolutezza di un simile gesto. Gesto che libera il protagonista sia fisicamente che moralmente, punto di arrivo del profondo mutamento interiore al quale l'esperienza da incubo da lui vissuta lo ha costretto e che va a risolversi in un finale, questo sì, emotivamente ricattatorio, sulle splendide e toccanti note di Festival dei Sigur Ros ma, hey, dannatamente efficace, proprio come il cinema di Boyle.    

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