mercoledì 8 giugno 2011

IL POSTONE RIASSUNTIVO PER RECUPERARE IL TEMPO PERDUTO #1

Nell'ultimo periodo sono stato davvero incasinatissimo e tra una cosa e l'altra ho finito per trascurare un bel po' il blog, quindi per rimettermi in pari ho pensato ad un paio di maxi post con qualche riga (lo so, ci sono film che meriterebbero decisamente più spazio ma sticazzi, ho poco tempo) per ognuno dei film che ho visto nelle ultime settimane. Sia mai che rinunci a dire la mia su qualcosa.

LA CASA MUDA di Gustavo Hernández, 2010

Horror uruguaiano presentato a Cannes l'anno scorso e opera prima di Hernández, il film ha come grossa peculiarità quella di essere girato interamente con un piano sequenza di un'ottantina di minuti, un'unica unità di tempo, vera o presunta che sia. Se la trama non è forse tra le più innovative (sebbene a quanto pare sia ispirato ad una vera storia accaduta in Uruguay negli anni '40) la pellicola è tecnicamente sbalorditiva ed efficace dal punto di vista visivo e il giovane regista dirige con mano sicura, riuscendo a veicolare l'attenzione dello spettatore distogliendola  dalle incertezze di scrittura e dalla poco approfondita caratterizzazione dei personaggi, riuscendo senza dubbio a sfruttare al meglio l'esiguo budget e non lesinando brividi e spaventi che di certo non scontenteranno i fan del genere. La casa muda è un piccolo film (tra l'altro già opzionato da Hollywood per un remake) che lascia intravedere ottimi presupposti per quanto riguarda la carriera e le opere a venire del proprio regista.
THE RITE (Il Rito) di Mikael Håfström, 2011
  
Brutto, brutto, brutto, brutto! Film davvero pessimo, se da un lato Håfström dimostra di essere un ottimo artigiano, girando con mestiere e riuscendo a costruire atmosfera e tensione nei momenti giusti, è a livello di scrittura che la pellicola fa acqua da tutte le parti. Il Rito, oltre a sembrare un film di propaganda religiosa, con la figura del giovane seminarista che dopo un cammino "tortuoso" sconfigge il maligno trovando la fede in una delle scene più ridicole della storia del Cinema, non aggiunge nulla al filone della possessione, riproponendo situazioni e sequenze viste e straviste con esiti decisamente più efficaci. Se sul versante del brivido il Rito ha quindi poco da regalare, non va certamente meglio sotto il profilo recitativo. Colin O'Donoghue è un cane senza speranza, Rutger Hauer viene totalmente sprecato ed Anthony Hopkins, che per carità è un grande attore, qui si limita a riproporre il suo Hannibal Lecter, tanto che il film si sarebbe potuto tranquillamente intitolare Hannibal Reloaded: Now with more fiendness. Brutto, brutto, brutto, brutto.

RANGO di Gore Verbinski, 2011

Esordio dell'Industrial Light & Magic nel campo dell'animazione digitale e primo progetto personale e sentito di Verbinski, Rango è stata una folgorante sorpresa. Sotto il profilo tecnico la casa californiana ha sempre dettato legge, non smentendosi nemmeno nel confronto con questo nuovo orizzonte e riuscendo a confezionare una pellicola impeccabile sotto il profilo visivo, con un incredibile character design e una cura per i particolari maniacale, in grado di competere con un mostro sacro come Pixar. Non è quindi sorprendente che il film sia visivamente splendido, a colpire è soprattutto il talento di Verbinski, che finalmente slegato dal franchise di Jack Sparrow e soci, è libero di esprimersi al meglio. Con piglio visionario e ottimo senso del ritmo il regista plasma una pellicola estremamente divertente, piacevolmente anarchica e cinefila, ricca di citazioni, da quelle più esplicite, come Paura e delirio a Las Vegas in apertura e quella al pistolero reso leggendario dal giovane Clint Eastwood, o al cinema di Leone e a tutto il genere western, trasudando amore per il cinema e non disdegnando qualche stoccata velenosa al mondo degli affari avido e famelico che con cupidigia senza scrupoli ha ucciso il mito della frontiera gettando le basi per una società americana (e globale) improntata all'accumulo e al possesso ad ogni costo. Decisamente non male per un "cartone animato".

CONFESSIONS (Kokuhaku) di Tetsuya Nakashima, 2010
  
L'ultima fatica di Nakashima colpisce lo spettatore con la forza e la violenza di uno schiaffo in pieno volto. Sin dall'incredibile incipit, un monologo di mezz'ora, è subito chiaro di trovarsi di fronte un testo non convenzionale, sia per quel che riguarda la forma, la vicenda è divisa in capitoli con continui scarti e cambi di prospettiva, che per quel che riguarda i temi, Confessions è una storia di vendetta crudele e spietata, morbosa e disturbante, totalmente al di fuori dai canoni del cinema occidentale. Il regista giapponese sotto lo smalto del thriller, rielaborando il tessuto di genere in maniera spiazzante e personale, lascia trapelare in maniera brutalmente provocatoria una grossa critica ad una società alla deriva, priva di direttrici morali e completamente allo sbando. Il tutto splendidamente incorniciato con una resa visiva da capogiro, dove ogni inquadratura è un piccolo gioiello splendidamente fotografato e niente è lasciato al caso. Nakashima, con sguardo lucido e chirurgico, disseziona l'animo umano con  un'infilata di sequenze magistrali, meravigliosamente sottolineate dalla splendida colonna sonora che affianca Last flowers to the hospital dei Radiohead, vero e proprio tema del film, a musiche dei Boris e brani di Bach e Hendel. Uno dei migliori film degli ultimi anni, imperdibile.

Ps: onore al merito al Giovane Cinefilo che con questo suo tweet mi ha convinto al volo a vedere il film!

BURKE & HARE (Burke & Hare, ladri di cadaveri) di Jonh Landis, 2010

Landis è uno di quei registi ai quali non si può proprio non voler bene. Basta dare un'occhiata alla sua filmografia per trovarci classici intramontabili, da Animal House a The Blue Brothers passando per Un lupo mannaro americano a Londra e le collaborazioni televisive, dal geniale Dream On, del quale era anche produttore, fino ad arrivare a Deer Woman e Family, due degli episodi più riusciti e divertenti di Masters of Horror. Questo suo ritorno sul grande schermo non può quindi che essere un bene e anche se Burke & Hare non ha il guizzo che animava i capolavori del regista di Chicago è pur sempre una buona black comedy all'inglese (produzione e cast sono infatti britannici, come anche la storia vera alla quale si ispira), con un Simon Pegg un po' sottotono, un Andy Serkis incontenibile e  un cast di comprimari di tutto rispetto (oltre a Landis, fa piacere vedere sul grande schermo Tim Curry).Una pellicola che sebbene risulti un po' stanca a livello di scrittura in alcuni passaggi, è in grado di regalare sequenze graffianti, come quella dell'obeso borghese a cui viene un infarto vedendo i due protagonisti brandire una falce e un martello, a testimonianza che Landis non ha ancora perso lo smalto, e a distanza di quasi quindici anni dall'ultimo film per il cinema non può che essere un buon segno. Bentornato John, sono sicuro che con la tua prossima pellicola manderai a casa tutti.

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