venerdì 17 giugno 2011

IL POSTONE RIASSUNTIVO PER RECUPERARE IL TEMPO PERDUTO #3

THOR di Kenneth Branagh, 2011

Thor è uno dei pochi personaggi dell'universo Marvel a non avermi mai interessato, anzi, addirittura ad annoiarmi ogni volta che me lo trovavo trai piedi nelle storie di qualche altro personaggio. Può essere anche per questo motivo che, a dispetto del plauso generale con in quale la pellicola è stata accolta, non l'ho trovato un film particolarmente riuscito. Per carità, Thor è tutt'altro che un pessimo film, e se la scelta di Branagh all'inizio mi aveva lasciato un po' perplesso, ha trovato giustificazione nella teatralità e nel soffio shakespeariano con il quale il regista inglese ha dipinto gli intrighi di Asgard, le faide familiari e le tensioni di palazzo, dimostrando di sentirsi a suo agio anche maneggiando faraonici budget da blockbuster hollywoodiano. Ma se la mano di Branagh si sente in quelle sequenze, che ad essere sincero ho trovato tra le meno interessanti della pellicola, troppo verbose e pesanti, si fa altrettanto notare nelle scene dal taglio più action, genere non troppo nelle corde del regista, che infatti dirige spesso in maniera sbavata e caotica. La parte migliore di Thor è quella ambientata sulla terra, più divertente e ritmata, dove la divinità si vede suo malgrado costretta e venire a patti con il proprio lato umano e se Hemsworth fa il suo compitino in maniera decente nonostante le limitazioni espressive, Portman HopkinsSkarsgård (con una menzione d'onore per Idris Elba che con il suo Heimdall si mangia tutti gli altri asgardiani in un boccone) sono una certezza. Dispiace un po' per la Dennings, relegata ad inutile e quasi fastidioso comic relief.

SOURCE CODE di Duncan Jones, 2011

Dire che la seconda prova di Jones fosse da me molto attesa è un eufemismo. Questo perchè il suo primo film, lo splendido Moon, mi aveva a dire poco messo al tappeto con il riuscitissimo tentativo di riportare all'attenzione del pubblico un tipo di fantascienza intelligente incentrata più sui personaggi che sul fulgore di effetti speciali tanto roboanti quanto fini a se stessi. Il giovane regista britannico (che è sempre bello ricordarlo, è nientemeno che il figlio di David Bowie) non si è lasciato minimamente scomporre dall'aumento di budget o dal trasferimento su suolo americano, confezionando un film affine, se non nelle atmosfere nei temi di fondo, al precedente. Nonostante questa volta la sceneggiatura non sia di Jones, Source Code prosegue sui binari delineati da Moon, mettendo il protagonista, l'uomo, al centro della vicenda, seguendo la lezione della migliore fantascienza letteraria, dove il genere altro non è che un pretesto per parlare della condizione umana. Quello che davvero importa al regista è stare addosso ai suoi personaggi, uomini colpiti duramente dalla presa di coscienza di una realtà molto diversa da ciò che credevano ma che nonostante tutto rivendicano la propria individualità e che disperatamente cercano di fuggire verso una vita migliore. Il tutto girato con mano sicura, una regia ricca di intuizioni interessanti che sapientemente riesce, con qualche accorgimento, a non cadere nelle trappole disseminate dalla ripetitività della vicenda, mantenendo lo sguardo alla fantascienza cinematografica degli anni '70 e strizzando l'occhio tanto a Philip K. Dick quanto ad Hitchcock, e se due film sono pochi per tracciare un profilo autoriale pieno, a questo punto direi che è lecito aspettarsi grandi cose da Duncan Jones.

SCRE4M di Wes Craven, 2011

Ammetto che ai tempi il primo Scream m'era piaciuto parecchio, avevo diciassette anni e da imberbe appassionato di horror il tripudio citazionista della coppia Wes Carpenter/Kevin Williamson mi aveva travolto come un fiume in piena, mantenendo altissimo il ritmo e riuscendo a costruire un film divertente e con qualche sano spavento. Tre sequel dopo, posso dire che la ricetta, qui riproposta con qualche piccolo aggiornamento, non regge più. Il quarto episodio della saga, arrivato sugli schermi fuori tempo massimo, undici anni dopo quello si pensava (e in fondo si sperava) fosse il capitolo finale, dopo un divertente meta-incipit, magari risaputo e abusato ma comunque efficace, ripercorre pedissequamente i passi dei predecessori. Gli autori questa volta si fanno beffe di sequel e remake, la "nuova" moda hollywoodiana in materia di orrore, senza dimenticare l'ormai abusato espediente delle finte riprese in prima persona e il valzer del materiale ritrovato, mettendo in campo la consueta ironia, decisamente smorzata della continua reiterazione delle medesime situazioni e dalla consueta catena di amazzamenti che inevitabilmente ammantano di una spessa coltre di noia la pellicola. Almeno fino all'inevitabile colpo di coda finale, lo svelamento alla Scooby Doo che seppur frenato da un verboso spiegone, mette in campo un'interessante intuizione sulla contemporaneità, con una riflessione, ovviamente a grana grossa, che richiama, estremizzandoli, i temi eviscerati con ben altri esiti da Sorkin in The Social Network. Ma proprio quando si era quasi disposti a perdonare la pedanteria di gran parte della pellicola in virtù di un finale azzeccato, ecco che con un'ennesima svolta Craven e Williamson ci ripropongono l'ennesimo finalaccio bu bu settete che affossa definitivamente Scre4m annegando il film  in un oceano di già visto.

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