martedì 21 giugno 2011

LA DOLOROSA SINFONIA DELL'ESISTENZA

THE TREE OF LIFE di Terrence Malick, 2011

"Where were you when I laid the foundations of the earth?"

Dalle pieghe dell'universo al miscrocosmo di una normalissima, volutamente quasi banale, famiglia texana degli anni '50, Malick, con questo suo quinto, splendido film, ci prende delicatamente per mano accompagnandoci in un viaggio che ha l'immane ambizione di abbracciare l'essenza stessa dell'esistenza. Un viaggio filosofico e spirituale al di fuori dello spazio e del tempo, dal Big Bang all'esplosione del sole, dove paradigma dell'intera umanità è Jack O'Brien, uomo comune che ripercorre i primi anni della propria vita a Waco (città natale del regista, come a sottolineare l'autobiograficità del racconto), in Texas. Mescolando ricordi e sequenze oniriche che esplorano il rapporto coi due fratelli minori, quello difficile col padre e l'amore per la madre, fino all'inesorabile e dolorosa perdita dell'innocenza che pone fine all'infanzia, Malick racconta una storia che esplode come un flusso di coscienza, che si contrae ed espande come l'universo del quale racconta la nascita e la fine, passando per l'alba della vita e il devastante lutto dei propri più cari affetti, attraversando i boschi in cui si gioca da bambini e le altrettanto intricate strutture architettoniche di cemento, acciaio e vetro nelle quali ci rinchiudiamo da adulti. Aprendo squarci nello spazio e nel tempo senza apparente soluzione di continuità, intessendo una fitta rete di richiami, un gioco di specchi simbolico e metaforico, il regista e filosofo tenta di scavare in profondità nel conflitto tra grazia e natura che è alla base della vita. Contrasto che sceglie di rappresentare attraverso la ricerca di se stesso compiuta da Jack, sospeso in inquietudini esistenziali a pagare lo scotto di una vita vissuta in bilico tra un padre duro e inflessibile, amareggiato dalla vita e cinicamente disilluso e una madre dolce e amorevole, malinconicamente rassegnata, ad incarnare il binomio espresso da Mrs O'Brien stessa all'inizio della pellicola con la frase There are two ways through life: the way of nature, and the way of Grace. You have to choose which one you'll follow. 
L'universalità dei temi di The Tree of Life avrebbe potuto far funzionare benissimo la pellicola anche senza dialoghi, probabilmente la parte più ostica da digerire nei per nulla facili 138 minuti di durata, dialoghi che sono stralci di riflessioni e pensieri affidati, come sempre nel cinema di Malick, alle voci fuori campo dei protagonisti. Ed è forse qui che il film si scontra con la propria monumentale ambizione, piegandosi sotto il peso dell'inadeguatezza della parola e dell'impossibilità degli esseri umani di confrontarsi con l'infinito, non ci sono parole che possano descrivere la complessità dell'anima. E' un compito troppo gravoso quello che il regista statunitense ha scelto di addossarsi, ma nonostante l'incommensurabile e granitica portata della materia trattata, l'autore riesce a plasmare, grazie alla sua visione profondamente radicale e personale di Cinema, un'opera tramite la quale ci viene chiesto di guardare in faccia l'infinito e di venire a patti con il nostro lato spirituale, una pellicola sbilanciata ed incompiuta, violentemente splendida ed emotivamente sconvolgente. Diretto (e fotografato da Emmanuel Lubezki) in maniera impeccabile, secondo una grammatica debitrice più alla musica sinfonica che al cinema, con un insieme di sequenze costruite come fossero suite, intrecciate tra loro a descrivere rami e fronde dell'albero della vita che il regista vuole tratteggiare. La macchina da presa compie movimenti fluidi dalla perfezione abbagliante, una danza che fa il paio con quella di galassie e nebulose, delle molecole organiche, che segue da vicino i primi passi di un bambino, le corse nei prati e il giocare a nascondersi tra i panni stesi al sole, lo scorrere stesso della vita. Un quadro magistralmente dipinto da Malick con grazia ed eleganza, dove il montaggio, fluido, sincopato, vertiginoso, è tutt'uno con le splendide musiche originali di Alexandre Desplat e con gemme come Lacrimosa di Zbignew Preisner o (per quel che mi riguarda emotivamente devastante) Vltlava di Bedřich Smetana. Una catarsi profonda che si cristallizza in un finale potentissimo e misterioso, vibrante, che lascia scossi e frastornati dopo l'estenuante viaggio nel quale ci si è spalancata davanti, abbacinante e dolorosa, palpitante e terribile, la Bellezza.

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