venerdì 30 settembre 2011

PSYCHO KILLER QU'EST-CE QUE C'EST

A HORRIBLE WAY TO DIE di Adam Wingard, 2010

"If you knew you were going to die and you could choose how... What would you choose?"

Il film di Wingard, qui alla sua terza prova (dopo la pioggia di consensi tributati al suo Pop Skull, che purtroppo ancora non ho recuperato), oltre ad avere un titolo parecchio intrigante che non mancherà di attirare l'attenzione dei maniaci del cinema horror, ha anche il grosso  pregio (se non altro, agli occhi del sottoscritto) di essere molto diverso da quel che ci si potrebbe aspettare. Con parecchi punti in comune con Henry: Pioggia di sanguenel raccontare un serial killer in maniera molto realistica, Wingard e lo sceneggiatore Simon Barret percorrono la strada della destrutturazione narrativa mescolando le carte della consequenzialità temporale, spiazzando e stimolando lo spettatore a mettere insieme i pezzi della vicenda. Nulla che il linguaggio cinematografico non avesse già visto ma comunque un espediente parecchio efficacie nella costruzione della tensione e nel riuscire a far mantenere alta l'attenzione nonostante il ritmo volutamente lento e ovattato del film. Pur con budget molto basso Wingard è riuscito a creare un'atmosfera rarefatta, sognante, squarciata da improvvise lame di violenza, una sorta di  mumblecore thriller cupo e drammatico dove nulla è come sembra. La vera forza di A Horrible Way to Die risiede nell'affiatato terzetto di attori che ne è protagonista, Joe Swanberg, attore e regista dalla personalità poliedrica, tra i fondatori del "movimento" mumblecoreAmy Seimetz, già vista proprio nel bellissimo Alexander the last di Swanberg e AJ Bowen, già fattosi notare in The House of the Devil, uno dei più belli e interessanti horror degli ultimi anni, che con il proprio quasi anonimo  viso da ragazzo normale, riesce a dare un tocco di realismo in più alla figura del killer rendendolo decisamente inquietante. Sebbene quindi le premesse possano sembrare scontate e il ritmo lento farà storcere il naso a parecchi,  il film di Wingard, con le sue soluzioni interessanti e il pazzesco finale, risulta essere una rielaborazione di genere fresca e riuscita. 

giovedì 29 settembre 2011

DEATH FROM ABOVE

ATTACK THE BLOCK di Joe Cornish, 2011

Cosa sarebbe successo se Elliott, invece di trovarsi per le mani il simpatico extraterrestre tracagnotto di Spielberg si fosse trovato di fronte il Predator di McTiernan? Molto semplice, ce lo spiega Joe Cornish con il suo Attack the Block. Se le premesse della pellicola possono portare alla mente classici del teen action anni '80 (gli stessi omaggiati da J.J. Abrams con il suo bellissimo Super 8), film dove un manipolo di ragazzini viene catapultato in un'avventura fantastica che assume i contorni di un percorso di formazione, il risultato, filtrato dallo sguardo di Cornish, qui alla sua prima prova e con alla produzione l'amico Wright (entrambe alla macchina da scrivere per il Tinitin di Spielberg, come a chiudere il cerchio), sposta di una paio di tacche il livello di violenza e radica prepotentemente il tutto nel 2011. Strizzando l'occhio più a Misfits che ai Goonies, la giovane gang di chavs al centro della vicenda snocciola, in dialoghi graffianti e serratissimi pieni zeppi di slang stradaiolo, una sfilza di citazioni che vanno dai videogiochi al cinema, in maniera divertente e con un ritmo invidiabile, dimostrando che il giovane autore conosce benissimo la materia con cui ha a che fare. Cornish costruisce così un film d'assedio tinto di fantascienza e orrore che di sicuro farebbe la felicità di Carpenter, tesissimo e divertente nel suo flirtare con la commedia ma soprattutto nell'esser riuscito a dar vita in fase di scrittura ad adolescenti più che credibili. Ovviamente in questo è aiutato da un cast, capitanato sì dal ben noto Nick Frost, ma composto prevalentemente da giovani esordienti non professionisti, un gruppo affiatato e talentuoso nel quale spicca senza dubbio John Boyega, capace di bucare lo schermo con il suo carismatico Moses. Azione, commedia giovanile, fantascienza e orrore tutto mescolato con notevole talento visivo e grande maestria nella gestione di ritmo e toni fanno di Attack the Block uno dei film più divertenti e interessanti degli ultimi mesi e di Cornish un giovane regista del quale sentiremo sicuramente parecchio parlare.

domenica 25 settembre 2011

WEEK END TRAILER EXTRAVAGANZA #31

Bene, dopo una luuunga pausa torna la fantastica rubrica dei trailer settimanali, lo so, lo so, siamo stati via parecchio ma che volete, dovevamo fare cose, vedere gente, roba così. Ma andiamo a cominciare che di seitan al fuoco ce n'è parecchio! 

[REC]³ GENESIS di Paco Plaza, 2011

Il primo capitolo è stato una bella botta, veloce, tesissimo e con un finale che se penso a Niña Medeiros ancora mi caco sotto, il secondo ha un po' sbrodolato e in qualche occasione l'ha fatta fuori dal vaso ma nel complesso è un bel giro sull'ottovolante. Questo terzo episodio, che vede Plaza orfano del fido sodale Balaguerò, lo si attende senza troppe aspettative ma lo si attende e l'idea alla base del trailer non è niente male. Spero solo che il sangue al cinema mi arrivi alle caviglie. 




ONE FOR THE MONEY di Julie Anne Robinson, 2012

Questa è la nuova commedia di Katherine Heigl e se non sapete cosa questo comporti, ve lo spiego io: sarà una merda. In caso non foste convinti, la Robinson è la regista di The Last Song con quell'inutile di Miley Cyrus e sono certo che per questo all'inferno ci sia già un posto con sopra scritto il suo fottuto nome. 



THE MAN ON THE TRAIN di Mary McGuckian, 2011

Questo è nientemeno che remake canadoirlandese di L'homme du train di Leconte, non che se ne sentisse troppo il bisogno. L'originale lo vidi in sala quand'ero uno studente di Cinema con le tasche piene di sogni e mi piacque, magari a rivederlo adesso mi farebbe vomitare a catinelle, non so, non è che mi ricordi molto a parte la fazza vagamente inquietante di Johnny Hallyday. Qui invece alla regia c'è la McGukian che dopo Best (che vidi in sala quand'ero uno studente di Cinema con le tasche piene di sogni e mi piacque, magari a rivederlo adesso mi farebbe vomitare a catinelle, non so) ho proprio perso di vista e al posto della fazza di Hallyday c'è quella di Larry Mullen, il batterista degli U2! WOW! FIGATA! Che siccome ha pochi soldi, ha pensato di arrotondare mettendosi a recitare poveretto. Boh, da quel che si intuisce potrebbe pure esser fico, ma anche inutile. 




MAN ON A LEDGE di Asger Leth, 2012

Leth è un quasi esordiente ma da quel che si può vedere questo suo thrillerino non pare niente male! La premessa è interessante e il cast bello carico, il manzo Sam Worthington (che possiamo con assoluta certezza affermare stia decisamente meglio coi capelli corti, ma che razza di bulbo matto da scemo pagliaccissimo gli han fatto qui?!), Elizabeth Banks che io ci voglio parecchio bene, il gigantesco Ed Harris che proprio non ha bisogno di presentazioni, tantomeno da un quaquaraquà come me, quel regaz di  Jamie Bell ed Edward Burns che ancora stimo per The Brothers McMullen. Dato che i produttori sono quelli di Transformers, spero solo non si riduca tutto alla solita zozzeria de hollywood ma si riveli uno di quei thriller corali dove tutto è incasinato e poi quando il nodo si sbroglia ti casca la mandibola. Speriamo va là. 




THE GIRL WITH THE DRAGON TATTOO di David Fincher, 2011

Ne avevo già scritto in occasione del primo trailer e con questo secondo l'impressione di avere di fronte quello che sarà un ottimo noir rimane, peccato però che l'idea di un trailer di 3.50 (in teoria un trailer dovrebbe far venir voglia di vedere il film, non riassumerlo per filo e per segno, checcazzo) non sia troppo felice, se devo essere sincero fino in fondo mi ha asciugato un bel po'. Peccato. Scusa tanto David. 




J. EDGAR di Clint Eastwood, 2011

Io sono uno che è stato tirato su con la trilogia del dollaro, praticamente mio padre me l'ha messa nel biberon, potete quindi immaginare il bene che posso volere a quella gran cartolaccia di Clint, sono uno di quelli che ha addirittura apprezzato Hereafter! Questo è il suo nuovo film e se i production values direi che son sotto gli occhi di tutti, Leo ormai va via con un filo di gas e a 0.30 si trasforma nientemeno che in Philip Seymour Hoffman, può essere però che il rischio agiografia sia dietro l'angolo. Questo perchè la sceneggiatura è di Dustin Lance Black, giovane prodigio vincitore dell'Oscar per lo script di Milk, bel film che però m'ha fatto salire il diabete per l'eccesso di zuccheri, quindi boh, io mi fido, ma probabilmente il ritratto di quel brighella di Hoover non sarà troppo graffiante. 



THE GRAY di Joe Carnhan, 2012

Così a naso questo sembra una sorte di Alive, già di per se non proprio un capolavoro, senza cannibalismo e con una grossa iniezione di testosterone e tamarria. Neeson ormai sta vivendo una seconda giovinezza, spero per lui se non altro molto remunerativa, come discutibilissimo eroe action e pure qui se la sgattaiola per l'Alaska prendendo a calci nel culo lupi e orsi. Io dal canto mio mica lo so se c'ho la forza di veder 'sta roba, anche perchè le cose precedenti di Carnhan le ho evitate come si fa con una cacca di cane sul marciapiede.


venerdì 23 settembre 2011

ELEMENTARY, MY DEAR WATSON!

COLD WEATHER di Aaron Katz, 2010

Aaron Katz è un nome legato a doppio filo con il mumblecore, movimento del quale è fondatore ed esponente di spicco e che grazie ad soli due film, Dance Party USA (che purtroppo ancora non ho recuperato) e lo splendido Quiet City, sua seconda opera delicata ed emozionante nella propria semplicità, è riuscito ad imporsi nel panorama indipendente con il suo interessante sguardo sulle nuove generazioni. Questa sua terza fatica comincia in maniera abbastanza canonica per il genere, Doug (Cris Lankenau, già protagonista di Quiet City) mollato il college dove studiava medicina legale, torna a Portland, la propria città natale e va a vivere con la sorella maggiore per poi trovare un impiego senza troppe prospettive in una fabbrica del ghiaccio. Sembrerebbe quindi lo spaccato di vita di un twentysomething americano, tra dialoghi minimali e gesti quotidiani, almeno finchè il mistero bussa alla porta dei protagonisti irrompendo improvvisamente nella loro esistenza, imprimendo così un'inaspettata svolta narrativa e innestando un interessante esperimento di rielaborazione di genere da parte di Katz (più o meno affine a quello portato avanti dai fratelli Duplass in campo horror nell'interessante Baghead). Cold Weather svela quindi da qui in poi la propria natura di thriller, un thriller atipico, dove i tòpoi caratteristici del mystery vengono riletti sotto la lente del naturalismo e della quotidianità. Non ci sono agenti dei servizi segreti super addestrati ma soltanto ragazzi normali che si trovano loro malgrado per le mani un mistero da risolvere e che cercano di farlo con le proprie limitate risorse. La forza del film di Katz è proprio tutta qui, nel vedere personaggi interessanti e divertenti nella propria normalità, alle prese con qualcosa più grande di loro. Personaggi ben scritti e ben recitati, un'atmosfera cupa e malinconica resa al meglio dalla fotografia glaciale e da una musica martellante e a tratti inquietante, questi i semplici ingredienti di Cold Weather, piccolo film indipendente che conferma il talento del proprio autore ponendolo sempre più tra i giovani cineasti da tenere d'occhio.


giovedì 22 settembre 2011

CLOSE ENCOUNTERS OF...

THE VIOLENT KIND (Il bosco dell'orrore) di The Butcher Brothers, 2011

Nonostante il fighissimo pseudonimo dietro il quale si nascondono i registi (Mitchell Altieri e Phil Flores) sia di sicuro effetto e il genere di stronzata che su di me ha una presa istantanea, non avevo ancora visto nessuno dei precedenti lavori del duo, lavori, a detta di molti, decisamente trascurabili. Questo The Violent Kind, del quale si è sentito parecchio parlare sin dalla sua partecipazione al Sundance dell'anno scorso, è stato quindi una bella sorpresa. Altieri e Flores sembra si siano divertiti a frullare una serie di riferimenti horror e sci-fi, su tutti il capolavoro Evil Dead e L'invasione degli Ultracorpi, con una spruzzata di Stephen King (il film mi ha parecchio ricordato Sometimes they come back, pessimo tv movie anni '90 tratto da un suo racconto, che forse proprio a causa della propria povertà divenne ahimè una sorta di scult giovanile del sottoscritto dopo il passaggio per la cripta di Zio Tibia nella Notte Horror estiva), in maniera apparentemente casuale. Gang, possessioni, invasione domestica, tensioni sessuali e parecchio altro ancora in un giro di giostra vorticoso sull'ottovolante del B-Movie di Cormaniana memoria, tutto questo è The Violent Kind. Purtroppo lo striminzitissimo budget non sempre è all'altezza delle ambizioni dei due autori, soprattutto nel finale, sulla carta esplosivo ma nei fatti ridimensionato dalla mancanza di fondi, ed è un vero peccato, perchè la pellicola, che si sviluppa con un continuo accumulo di situazioni impossibili e con svolte narrative vertiginose e improvvise (che sono più che certo a molti faranno gridare MACCOSA, sebbene è proprio nell'avvicendarsi di momenti WTF e nel continuo scarto di prospettiva con conseguente accavallamento dei generi che sta la forza del film) ha parecchie intuizioni interessanti e un cast, su tutte è sicuramente da segnalare la folle performance di Joe Egender (una sorta di Giovanni Ribisi matto come un cavallo), che riesce a reggere il gioco al meglio. Il film dei Butcher Bros. quindi, pur non nascondendo le proprie influenze, riesce a rielaborarle in maniera originale e con evidente passione da parte dei due registi nei confronti del cinema di genere, ed il risultato, seppur assolutamente derivativo e pieno di difetti, ha il grosso pregio, se non lo si prende troppo sul serio, di divertire, spiazzare lo spettatore e, quel che è certo, non annoiare.

martedì 20 settembre 2011

GOD LOVES FANGS

STAKE LAND di Jim Mickle, 2010

Se con il suo esordio, Mulberry Street, divertente horror dal budget limitatissimo nel quale a causa di un' epidemia la gente veniva trasformata in una strana sorta di topi mutanti antropomorfi, molto affamati e arrabbiati, Mickle aveva dimostrato di avere grande talento nella gestione del ritmo e nel saper sfruttare al meglio i pochissimi soldi a disposizione, con questa sua nuova fatica il giovane cineasta ha confermato tutte le speranze in lui riposte. Stake Land è in parte horror, in parte film post apocalittico, in parte western crepuscolare e in parte art house film, riuscendo a mescolare al meglio queste molteplici influenze in una miscela equilibrata che tiene lo spettatore sulla corda e che, pur inanellando parecchi clichè, funziona egregiamente. Sorta di percorso di formazione del giovane protagonista (Connor Paolo), che con il suo mentore violento e taciturno (Nick Damici, co-sceneggiatore e protagonista anche del precedente film di Mickle), sullo sfondo di un Nord America devastato dall'infuriare di un'epidemia di vampirismo e in mano ad una barbara setta di fanatici religiosi spietati e sanguinari, percorre strade devastate  e città regredite ad uno stato medioevale in cerca della quasi leggendaria New Eden, comunità del nord dove la vita non è ancora stata intaccata dal terribile morbo. La carta vincente di Stake Land è senza dubbio l'atmosfera oscura e disperata che pervade la pellicola, sottolineata da una splendida fotografia (di Ryan Samul, fedele collaboratore di Mickle), cornice di evocative immagini che fanno da sfondo alla malinconica voice over del protagonista e che, assieme alla bravura degli attori, tra i quali spiccano senza dubbio Damici e Michael Cerveris (che chi segue Fringe conosce nei panni dell'imperscrutabile Osservatore), rendono credibile il cupo tono della vicenda (nel cast è da segnalare anche una rediviva Kelly McGillis, a dir poco sfiorita e ben lontana dai fasti di Top Gun). Non mancano poi, come in ogni film di vampiri che si rispetti, sangue e violenza, Mickle non ha paura di calcare la mano e il livello di emoglobina è alto, ennesimo punto a favore di questo piccolo film indipendente (girato sotto l'egida di Larry Fessenden, protagonista di un cameo, e della sua Glass Eye Pix) non scevro da difetti ma che si staglia nettamente come perla luminosa nel troppo spesso stagnante panorama horror a stelle e strisce.