martedì 20 settembre 2011

GOD LOVES FANGS

STAKE LAND di Jim Mickle, 2010

Se con il suo esordio, Mulberry Street, divertente horror dal budget limitatissimo nel quale a causa di un' epidemia la gente veniva trasformata in una strana sorta di topi mutanti antropomorfi, molto affamati e arrabbiati, Mickle aveva dimostrato di avere grande talento nella gestione del ritmo e nel saper sfruttare al meglio i pochissimi soldi a disposizione, con questa sua nuova fatica il giovane cineasta ha confermato tutte le speranze in lui riposte. Stake Land è in parte horror, in parte film post apocalittico, in parte western crepuscolare e in parte art house film, riuscendo a mescolare al meglio queste molteplici influenze in una miscela equilibrata che tiene lo spettatore sulla corda e che, pur inanellando parecchi clichè, funziona egregiamente. Sorta di percorso di formazione del giovane protagonista (Connor Paolo), che con il suo mentore violento e taciturno (Nick Damici, co-sceneggiatore e protagonista anche del precedente film di Mickle), sullo sfondo di un Nord America devastato dall'infuriare di un'epidemia di vampirismo e in mano ad una barbara setta di fanatici religiosi spietati e sanguinari, percorre strade devastate  e città regredite ad uno stato medioevale in cerca della quasi leggendaria New Eden, comunità del nord dove la vita non è ancora stata intaccata dal terribile morbo. La carta vincente di Stake Land è senza dubbio l'atmosfera oscura e disperata che pervade la pellicola, sottolineata da una splendida fotografia (di Ryan Samul, fedele collaboratore di Mickle), cornice di evocative immagini che fanno da sfondo alla malinconica voice over del protagonista e che, assieme alla bravura degli attori, tra i quali spiccano senza dubbio Damici e Michael Cerveris (che chi segue Fringe conosce nei panni dell'imperscrutabile Osservatore), rendono credibile il cupo tono della vicenda (nel cast è da segnalare anche una rediviva Kelly McGillis, a dir poco sfiorita e ben lontana dai fasti di Top Gun). Non mancano poi, come in ogni film di vampiri che si rispetti, sangue e violenza, Mickle non ha paura di calcare la mano e il livello di emoglobina è alto, ennesimo punto a favore di questo piccolo film indipendente (girato sotto l'egida di Larry Fessenden, protagonista di un cameo, e della sua Glass Eye Pix) non scevro da difetti ma che si staglia nettamente come perla luminosa nel troppo spesso stagnante panorama horror a stelle e strisce.

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