giovedì 20 ottobre 2011

A REAL HUMAN BEING AND A REAL HERO

DRIVE di Nicolas Winding Refn, 2011

"There are no clean getaways"

Del fatto che Drive sia un capolavoro può stupirsi soltanto chi non conosce affatto Refn. Il giovane regista danese, qui al suo primo film su commissione, fortemente voluto da un lungimirante Ryan Gosling a dimostrazione di grande gusto cinematografico oltre che del risaputo talento, prende una crime story di stampo classico, fatta di inseguimenti e intrighi tra mafiosi di second'ordine, adattamento dell'omonimo romanzo di James Sallis, e la trasforma in tutt'altro. Di non trovarsi di fronte ad un classico action movie hollywoodiano è chiaro  a partire dal fulminante incipit, dove senza la minima sbavatura ci viene presentato il taciturno personaggio principale, un Gosling in stato di grazia, meccanico e stunt man senza nome che arrotonda mettendo a disposizione cinque categorici minuti come autista da rapina a chiunque sia disposto a pagarlo. Con un rigore estremo Refn costruisce una magistrale sequenza, asciutta, tesa, vibrante, praticamente muta, che sin dai primi minuti stabilisce tono e atmosfera del film. E' l'arrivo di una donna nella vita del protagonista, la sempre intensa Carey Mulligan, ad imprimere una svolta, perchè Drive è soprattutto una storia d'amore, fatta di sguardi e di silenzi, sorrisi incerti e piccoli gesti, attimi dilatati all'inverosimile dove tenerezza ed esplosioni di violenza sanguinosa e frastornante convivono a distanza di un fotogramma, anima che si cristallizza nell'incredibile e ormai pluricitata sequenza dell'ascensore, dove tutta l'inevitabile tragicità degli eventi viene allo scoperto prendendo il sopravvento, esplodendo in maniera tanto violenta da lasciare disorientati e dove la delicatezza di un bacio inaspettato, da promessa di un nuovo inizio diventa suggello di un ineluttabile addio. Piegando il genere e plasmandolo a suo piacimento in una parabola dell'eroe dalla moralità  inflessibile, affilata come un rasoio, masticando e risputando western, gangster movie, noir love story secondo logiche e direttrici totalmente personali, lontane anni luce dal tipico prodotto dello studio system, Refn infonde nel più banale degli script un timbro autoriale netto e riconoscibile. Il talentuoso regista danese confeziona un piccolo gioiello, a partire dai titoli in mistral rosa fino all'ultima nota della colonna sonora sui titoli di coda, curata dalla certezza Cliff Martinez e impreziosita da brani di Kavinski, College, Riz Ortolani e Desire che non fanno soltanto da sottofondo ma incorniciano e infondono maggiore profondità a scene girate con precisione millimetrica e meravigliosamente fotografate dal veterano Newton Thomas Siegel, passando poi per il corollario di comprimari (su tutti il sempre più meravigliosamente bravo Bryan Cranston e la coppia di gangster Albert Brooks e Ron Perlman) che gravitano attorno ai due fulgidi protagonisti. Nell'approccio di Refn a Drive si è parlato molto di Mann, di Lynch, di Friedkin, richiami leciti e paragoni lusinghieri sebbene ciò che la pellicola mette in luce, più delle derive citazioniste e cinefile, sono l'innegabile talento e la grandezza del regista, che chi, dopo gli splendidi, difficili, Valhalla Rising e Bronson, aveva bollato come pretenzioso e compiaciuto, farebbe bene a rileggere sotto la lente di una visione senza alcun dubbio personale e originale, quella di un cineasta che lascia il segno, capace di distillare puro Cinema e in grado di realizzare film che ti si piantano in testa come un proiettile preso a martellate.     

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