lunedì 24 ottobre 2011

WHAT GOES AROUND, COMES AROUND

KILLER JOE di William Friedkin, 2011

"Is that your dick?"

Interessante notare come spesso siano registi parecchio in là con gli anni - mi vengono in mente Coppola, che in quest'ultima fase della sua carriera sì è lanciato in sperimentazioni di vario genere, Eastwood (meno sperimentale nella forma ma non per questo fautore di un cinema meno vitale) o la voglia di confrontarsi con il fenomeno 3D di Herzog e Wenders - ad essere molto più innovativi e freschi dei colleghi più giovani. Ovviamente nel novero di questi cineasti non può mancare Friedkin, classe 1939, regista di grandi classici come L'esorcista, Il braccio violento della legge, Vivere e morire a Los Angeles e in tempi recenti del capolavoro visionario Bug, che con quest'ultima opera conferma di trovarsi appunto in forma smagliante. Tratto da una piece di Tracy Letts (lo stesso proprio di Bug e già collaboratore del regista, come in questo caso, nella trasposizione cinematografica curandone lo screenplay), Killer Joe è la storia nerissima di una famiglia disfunzionale, a cavallo tra il Before the Devil know you're dead di Lumet e il Blood Simple dei Coen, che con estrema stupidità va ad invischiarsi in faccende molto al di fuori della propria portata con conseguenze tragiche. Friedkin riesce nel mirabile intento di trasformare il Teatro in Cinema, imprimendo alla pellicola una forte impronta personale e portando alle estreme conseguenze il discorso sulla violenza che come un filo rosso ne percorre la filmografia, con ironia affilata come un rasoio e assoluto cinismo, senza il minimo timore di sporcarsi le mani. Quello messo in scena nella pellicola è un mondo oscuro e privo di speranza, sporco, polveroso, popolato da individui gretti e meschini, ottusi, ignoranti, privi di morale, mossi da meri istinti primitivi. Non ci sono eroi, non ci sono vincitori, tutti vengono risucchiati in un'oscura spirale di prevaricazione e sanguinosa barbarie con al centro del vortice il poliziotto corrotto interpretato da McConaughey. Ed è l'attore texano, con la propria incredibile, viscerale, folle, spiazzante performance, il vero e proprio baricentro e il motore della pellicola, facendo rimpiangere la penuria di ruoli di questo tipo affidatigli perchè troppo spesso impantanato in una palude di terribili romcom di seconda categoria. Se è  quest'ultimo quindi, anche in virtù di questa contrapposizione con i ruoli precedenti, a catturare e disorientare lo spettatore, il resto del cast non è da meno, da Emile Hirsh a Thomas Haden Church, da Gina Gershon alla conturbante Juno Temple, tutti contribuiscono col proprio talento ad alimentare l'elettrica atmosfera d'inevitabilità che permea la vicenda, una storia di disturbante, malvagia banalità che colpisce lo spettatore come uno schiaffo in piena faccia.

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