domenica 20 novembre 2011

WEEK END TRAILER EXTRAVAGANZA #39

THE IRON LADY di Phyllida Lloyd, 2011

Se n'era già scritto all'uscita del teaser e più o meno resto sulle mie posizioni. Il trailer è ben fatto e da quel che si può intuire c'è una mano capace dietro la macchina da presa, la Streep è la Streep e probabilmente anche quest'anno s'accaparrerà la statuetta ma francamente, a me della Tatcher fotte sega e che cerchino d'incensarla mi sta parecchio sui coglioni. Andatelo a chiedere ai minatori dello Yorkshire quant'è simpatica la Lady di ferro. Poi beh, probabilmente il film sarà una bomba eh.



THE HUNGER GAMES di Gary Ross, 2012

Film tratto da una saga letteraria che a quanto pare sta facendo pisciare addosso dalla libidine tutti tranne me. Mica per altro, è che son troppo vecchio e anche se, ahimè, orfano di Harry Potter, voglia di impelagarmi ne ho poca. Da quel che ho capito la storia è una sorta di The Running Man meets Battle Royale, un manipolo di regazzini che devono ammazzarsi tra loro in diretta tivvì, chi secca tutti gli altri vince. Non so, 'sto trailer non mi ha convinto molto. Certo c'è Jennifer del mio cuore ma c'è pure Wes Bentley con una barba arabescata che, cazzo, non si può proprio vedere. Non parliamo poi dei capelli di Woody Harrelson, WHAT? Come se  non bastasse c'è pure Lenny Kravitz, giuro. Il regista è lo stesso di Pleasentville, che hai tempi m'era pure piaciuto ma, parliamoci chiaro, Lenny Kravitz.



BEING FLYNN di Paul Weitz, 2012

Sarebbe bello se finalmente, dopo così tanto tempo Robert De Niro azzeccasse un film. Io continuo a sperarci e mi piace credere che possa essere questo. Mi prude il sottopalla, la mia personale versione del senso di ragno di Peter Parker, e il sottopalla difficilmente sbaglia. Tratto da un memoir di quella gran cartola di Nick Flynn, poeta e scrittore, che m'è istantaneamente venuta voglia di leggere, Being Flynn (che su IMDb ha il più stimolante titolo Another Bullshit Night in Suck City, lo stesso del libro) tratta del difficile rapporto tra un padre, uno scrittore male in arnese, De Niro appunto, e il figlio, quel gran califfo di Paul "I am a false prophet and God is superstition" Dano, Nick Flynn. Nel cast anche Julianne Moore e Olivia Thirlby che certo non guastano e Lili Taylor che, for the sake of gossip, nella vita è la compagna di Flynn.  



FOOTNOTE (Hearat Shulayim) di Joseph Cedar, 2011

Commedia degli equivoci israeliana che a quanto pare ha spopolato a Cannes portandosi a casa la palma d'oro per la migliore sceneggiatura. Io non è che sia proprio ferratissimo nel campo delle commedie israeliane ma il trailer non sembra per nulla male. Niente niente quelli lì di Cannes c'hanno ragione.



HAPPY FEET TWO di George Miller, 2011

Ma di questo ne avevi già scritto, direte voi, perché mai ne parli ancora? PERCHE' GEORGE MILLER E' IL REGISTA DI MAD FOTTUTO MAX. Ecco perché. Vi rendete conto del dramma? Perché mai poi dei pinguini dovrebbero ballare? Cazzo c'entra? Non me ne capacito.



THE PILL di J.C. Khoury, 2011

Commedietta indipendente che ruota attorno alla paura di un regaz d'aver infornato la pagnotta dopo una notte di sesso occasionale con una sconosciuta e che dovrà quindi starle accanto nelle dodici ore successive all'amplesso per sincerarsi prenda la pillola del giorno dopo e non gli sfanculi la vita. Ho appena scritto tre righe senza una virgola, pensa te che spregiudicato. Su IMDb 50 persone gli hanno dato un 8.1 ma queste 50 persone potrebbero anche essere quelle che hanno partecipato alla lavorazione del film, quindi non so. Il trailer è carino e divertente ma non vorrei sbilanciarmi.



THE SITTER di David Gordon Green, 2011

Nuova fatica di Gordon Green, dopo Your Highness, che non ho visto perché il parere generale è che sia una mezza cacata e io ho poco tempo da perdere per sincerarmene. A 'sto giro niente Jimbo, c'è però Jonah Hill pre dimagrimento, uno a cui da 'ste parti si vuole gran bene, che si ritrova incastrato a fare da babysitter ai vicini. Non so, Hill fa riderissimo e sembra un fottuto squilibrato, nel cast c'è anche Sam Rockwell perdio, ma il trailer non decolla mai veramente e la puzza di già visto un po' si sente. Mah, io, nel dubbio, di Green aspetto questo.



MIRROR, MIRROR di Tarsem Singh, 2012

Ma che è, a Hollywood si son di colpo resi conto dell'esistenza dei fratelli Grimm? Eppure sono anni che sono in giro quei due. Settimana scorsa è uscito il trailer di Snow White blah blah blah, e da qualche settimana sono iniziate due serie, Once Upon a Time (che è proprio bellona) e Grimm (che non ho visto ma a quanto pare fa cacarone), entrambe legate a doppio filo col mondo delle fiabe. Come se non bastasse c'è pure questa rilettura di Biancaneve firmata da Tarsem, il cui bellissimo The Fall sembra sempre più una mosca bianca in una disastrosa filmografia. Francamente di questa roba non so proprio che pensare, Trasem non è mica un pirla e la sua mano si vede, Lily Collins è bellissima ma la CGI è improponibile e il castello sembra un cazzo gigante. Boh, mi pare proprio una megacazzata, pure peggio di SnowWhite blah blah blah.


BRAVE di Mark Andrews e Brenda Chapman, 2012

Il nuovo film Pixar, basta dare un'occhiata al character design per capire sarà l'ennesimo capolavoro.



GONE di Heitor Dhalia, 2012

Quella grandissima patata di Amanda Seyfried torna a casa dopo un turno di lavoro e non trova più la sorella. Subito pensa l'abbia rapita il serial killer che l'anno prima aveva sequestrato lei, dal quale è riuscita fortunosamente a scappare, e decide di dargli la caccia per salvarla. Scusate, MA CHE CAZZO DI TRAMA E'? Non aggiungo altro.



W.E. di Madonna, 2011

Sfanculato Guy Ritchie, al grido di ANCHE IO! ecco che Madonna s'appresta a girare il suo secondo film di cui nessuno sentiva il bisogno, prontamente intitolato da noi poveretti Edward e Wallis: Il mio regno per una donna. Ma morite tutti, per cortesia. La storia è quella di Re Edoardo VIII, lo stesso farfallone interpretato da Guy Pierce in The King's Speech, qui un più modesto James D'Arcy, e della scandalosa relazione con una americana divorzia che lo spinse ad abdicare, alternata alla moderna storia d'amore tra una donna sposata e una guardia giurata russa. Cosa dovrebbe fottergliene allo spettatore medio di tutta questa roba? Non lo so. A me personalmente niente. L'unica cosa che desta il mio interesse è la presenza di Abbie Cornish, per il resto, elettroencefalogramma piatto.



RAMPART di Oren Moverman, 2011

Woody Harrelson sbirro corrotto e violento? VENDUTO! Secondo film di Moverman, il regista di quella bombettina di The Messengers, con queste premesse e vedendo il trailer non posso che aspettarlo con la bavetta. 



BONUS:

Nuovo trailer per The Pirates! Band of Misfits ed ormai è fotta senza senso. Dico, l'avete visto quel dodo? Pucciness a livelli estremi.



Nuovo trailer anche per Shame e qui la fotta è ancora peggio di quella senza senso per i pirati di plastilina. Solo bava.

venerdì 18 novembre 2011

PROVACI ANCORA, PAOLO

THIS MUST BE THE PLACE di Paolo Sorrentino, 2011

Ricordo come fosse ieri cosa provai mentre guardavo per la prima volta Il divo, il brivido (lo stesso provocato da Gomorra di Garrone, ottima annata il 2008), la stretta alla pancia, la netta sensazione di trovarsi finalmente di fronte un film italiano con nulla da invidiare ai ben più ricchi e blasonati amici americani. Le aspettative nei confronti di questa nuova opera di Sorrentino, alle prese con una coproduzione dal budget all'altezza delle proprie ambizioni, erano ovviamente altissime. Ed è un vero peccato siano state in larga parte disattese. Sia chiaro, This must be the place non è un brutto film (quando l'ho visto io l'altro film italiano  al cinema era Matrimonio a Parigi, ce ne fossero), è un film incompiuto e un po' ruffiano che flirta pesantemente con l'iconografia indie americana cogliendone però solo la superficie. Il regista campano, tecnicamente ineccepibile nella composizione del quadro e nell'utilizzo della macchina da presa, confeziona, anche grazie alla splendida fotografia di Luca Bigazzi, una lunga serie di istantanee perfette, da mozzare il fiato, che però risultano slegate tra loro, come anche la sovrabbondanza di dolly e carrelli risulta ridondante e svuotata di senso, non trovando nessun legame con il personaggio principale e la sua evoluzione. Questo insistito "virtuosismo" si cristallizza appieno nel piano sequenza, incredibile nella forma, elegante e bellissimo ma completamente fine a se stesso, del concerto di David Byrne. La mancanza di compattezza si riflette ovviamente anche sulla trama, ridotta all'osso, in favore di una serie di episodi legati insieme senza un filo logico e apparante continuità, se non la pretestuosa ricerca del protagonista. Come pretestuoso appare mettere una ex rock star al centro della vicenda, scelta che nulla aggiunge alla storia se non qualche spunto iconografico e visivo (se il protagonista fosse stato un impiegato non avrebbe fatto nessuna differenza, probabilmente ci sarebbe stato qualche ammiccamento in meno), uno Sean Penn, orribilmente affossato dal doppiaggio italiano, che parla per aforismi e ricalca Robert Smith nel look e il suo stesso Sam Dawson, del dimenticabile I am Sam, nella recitazione. Sorrentino firma un road movie sconclusionato dove l'America viene indiscutibilmente filtrata da uno sguardo europeo, nel cui setaccio restano però solamente i sedimenti più grossolani, motel da due soldi, stazioni di servizio, paesaggi mozzafiato e casette di periferia, il tutto condito da un gusto weird di derivazione lynciana (non è certo un caso l'incontro con l'Harry Dean Stanton di The Straight Story e Paris, Texas, altro road movie esistenziale di matrice europea), il ciccone vestito da batman o il trattore che passa in un lampo con sopra il redneck Hitler, l'episodio dell'indiano. In This must be the place è come se l'autore avesse voluto dire tante cose costruendo una sequenza attorno ad ognuna di esse, con il talento formale che lo ha sempre caratterizzato e che è sempre stato il fulcro del suo Cinema, senza però preoccuparsi dell'organicità della pellicola, della narrazione o dell'evoluzione interiore del proprio protagonista, relegandone la caratterizzazione ad una fisicità insistita e ad una metafora un po' greve come quella del trolley. Viene poi da chiedersi se inserire un tema così importante come la Shoah fosse necessario, visto il trattamento sommario e in odore di opportunismo (i più maligni parlano di puro espediente per mirare alla statuetta dorata), che si coagula in un confronto finale poco onesto ed emotivamente piatto fino a sfociare in una irritante presa di posizione bigotta e medioborghese che francamente stride parecchio con il resto della pellicola. Quest'ultimo lavoro di Sorrentino è un film sbagliato, non brutto, un film che in ogni caso si eleva ben al di sopra la media del nostro cinema e che nel bene e nel male fa e farà discutere. Per quel che mi riguarda un bersaglio non centrato che brucia tanto più in contrasto con le altissime aspettative, una piccola sbandata che certo non incrina la fiducia accordata al regista alla luce dei suoi precedenti capolavori e che sono certo servirà a correggere il tiro nei suoi prossimi lavori.

giovedì 17 novembre 2011

GIOCO AL MASSACRO

CARNAGE di Roman Polanski, 2011

Due ragazzini si accapigliano nel parco, uno ci rimette gli incisivi e i genitori si danno appuntamento nell'appartamento della parte lesa per cercare di appianare le cose. Questo il semplice incipit dell'ultima opera del maestro polacco, un kammerspielfilm tratto da una piece di Yasmina Reza (che con Polanski ha collaborato allo screenplay), Le Dieu du carnage. Pellicola che parte sommessamente Carnage, mettendo in scena le due coppie, un importante avvocato Blackbarry dipendente e una promotrice finanziaria, una scrittrice e un venditore di articoli per la casa, completamente ingessati da forzate buone maniere borghesi, nel tentativo, per amore delle apparenze, di passar sopra all'accaduto, indossando la maschera di una ipocrita falsa ragionevolezza che a poco a poco s'incrina fino a deflagrare clamorosamente come un fiume (di vomito) in piena. Andamento che Polanski rende al meglio con la propria macchina da presa, in principio impegnata in inquadrature lineari, statiche, che si fanno sempre più concitate e cinetiche col divampare delle braci sotto la cenere di un perbenismo che, lubrificate col whisky e annebbiate dal fumo dei sigari che riempie il sempre più claustrofobico appartamento, rimescolando le dinamiche di coppia ne instaurano di nuove basate sulle complicità di genere e sul caustico sfogo di rancori e tensioni mai sopite. Carnage è un film verboso, che riesce a smorzare la matrice teatrale grazie alla maestria del proprio autore, in grado di tenersi ben lontano dal mero esercizio di stile ma soprattutto grazie all'immensa bravura del quartetto di protagonisti, su tutti un gigantesco Christoph Waltz (ineccepibile il lavoro fatto sull'accento che mai farebbe intendere le origini teutoniche dell'attore), con l'unico appunto di una Foster che corre sul filo della sovra recitazione rischiando di andare in un paio di passaggi un po' troppo sopra le righe. La satira di Polanski fa ridere a denti stretti pensando all'amaro realismo  di questo piccolo spaccato di società moderna, graffia e stringe come un Nodo alla gola di Hitchcockiana memoria, non lesinando stoccate di abrasivo cinismo sulla borghese facciata di finti sorrisi che rivela quattro adulti frustrati, permalosi e irragionevoli, più capricciosi dei figli che hanno la pretesa di voler educare. Uno dei migliori film dell'anno.

Ps: questo post si riferisce alla versione originale, per quanto mi riguarda l'unica versione che ha senso vedere trattandosi di un film dove la parola è così centrale. Basta dare un'occhiata al trailer internazionale e compararlo a quello italiano per rendersi subito conto di trovarsi di fronte due film molto differenti.

sabato 12 novembre 2011

WEEK END TRAILER EXTRAVAGANZA #38

JOURNEY 2: THE MYSTERIOUS ISLAND di Brad Peyton, 2012

Ma che davèro? Cazzo è, il set della Melevisione? Ma soprattuto, perchè Dwayne, perchè?



ONCE UPON A TIME IN ANATOLIA (Bir Zamanlar Anadolu'da) di Nuri Bilge Ceylan, 2011

Di Nuri Bilge Ceylan purtroppo non ho ancora visto nulla, questo però sembra una bella bombetta. Un bel drammone thrillerone con un'atmosfera nerissima proprio niente male. Vedendo il trailer, con la sua ambientazione periferica e agricola, c'è da chiedersi perché qui da noi sia così difficile fare film del genere. Poi  vedi che I soliti idioti sono in testa alle classifiche d'incasso e capisci.



A THOUSAND WORDS di Brian Robbins, 2012

Eddie Murphy non me lo cago da un bel pezzo, precisamente da Bowfinger, anno del signore 1999, che mi fece pure parecchio ridere. Di li in poi non so, non ci siamo più frequentati, un po' per colpa mia che sono antipatico e intrattabile ma principalmente per colpa sua che ha inanellato un titolo peggio dell'altro scaricando la propria carriera nel cesso. Vi dirò però, che nonostante la pretestuosità dell'assunto alla Jim Carrey (un altro che dopo Number 23 non mi fotte più), ed infatti lo sceneggiatore è lo stesso di Bruce Almighty, 'sto trailer non m'ha fatto schifissimo. Sono più incredulo io di voi, quasi schockato, ma potrebbe essere che A Thousand Words non sia una merda completa. Robbins poi non lo conosco ma, come si può ben vedere da questa meravigliosa foto sulla sua pagina dell'IMDb, non è certo uno che ha paura di nascondere il proprio ingombrante passato. Dai Eddie, faccela!  


SAFE di Boaz Yakin, 2012

Trailer del nuovo film di Jasone che, nonostante spesso scelga i copioni chiaramente con il culo, noi gli si vuole bene lo stesso perché ci ha una gran cartola. Qua siamo dalle parti di Codice Mercury, film che non ho visto, a Bruce Willis, causa le continue merdate inguardabili del quale s'era reso colpevole, avevo ai tempi tolto la fiducia, ma del quale conosco ahimè la trama. Robe di bambini autistici che non hanno nemmeno la decenza di essere Haley Joel Osment (che detto tra noi è invecchiato male male male) e nella loro testolina custodiscono numeri segreti. Qui al posto di un ragazzino c'è una ragazzina cinese ma il succo è quello. Jasone è il consueto superagente a cazzo durissimo che si trova in mezzo a svariati casini tra le triadi, la mafia russa, il governo e prende tutti a schiaffi creativi. Il livello di caciara è altissimo e secondo me può venir fuori un bel action sbarazzino come quelli dei bei tempi, ed un po' ci spero, perché i suoi due ultimi film non li ho visti - che mica ho tempo da perdere io! - ma ne ho letto gran male. Non vorrei ritrovarmi a togliergli la fiducia come a Bruce. Attento Jasone, hai le capacità ma non ti applichi abbastanza!


SNOW WHITE AND THE HUNTSMAN di Rupert Sanders, 2012

Sanders è il regista di svariati commercials di successo (alcuni veramente fighi, trovate tutto qui) e Hossein Amini ha curato anche lo screenplay di quella bomba che è Drive, questo in teoria dovrebbe bastarmi ma 'sto trailer non m'ha mica convinto a pieno. Cioè, figo eh, ci son trovate di sicuro effetto, due bellone,  quella specie di divinità di Charlize Theron e quella faccia da stronzetta di Kristen Stewart, ma anche un sacco di robe già viste e riviste, tipo i movimenti di macchina aerei anche BASTA! su gruppi di persone che camminano su colline verdeggianti (Grazie, Peter Jackson). L'effetto Sucker Punch, caciara a livello 11 ma totalmente random e fine a se stessa, è dietro l'angolo, quindi non so. Ho però il sospetto che lo scoprirò perché la mia morosa mi trascinerà per i piedi a vederlo. Sicuro.



GOON di Michael Dowse, 2011

Commedia ambientata nel mondo dell'hockey che se non siete canadesi (guarda caso regista e sceneggiatore lo sono entrambe) non ve ne può fottere di meno. A me, ad esempio, non me ne fotte niente. Nada. Niet. Zero. M'ha rotto le palle pure il trailer.



martedì 8 novembre 2011

LET THE RIGHT ONE IN RELOADED

LET ME IN (Blood Story) di Matt Reeves, 2010

Sono stato a lungo indeciso se vedere o meno il film di Reeves, non perchè dubitassi delle capacità del regista, Cloverfield a suo tempo mi entusiasmò parecchio, e nemmeno per scarso interesse, da queste parti un buon horror non si rifiuta mai, ma perchè la pratica del remake statunitense di cult movie stranieri (ma non solo, basta controllare le uscite degli ultimi anni per rendersi conto della spropositata quantità di remake prodotti, quasi tutti i classici horror a stelle e strisce sono stati nuovamente girati, chiaro sintomo di imbarazzante mancanza di idee e della paura di investire in qualcosa di nuovo) la trovo insopportabilmente arrogante e addirittura inspiegabile. Soprattutto se, come in questo caso, il remake esce praticamente a ridosso del film originale, lo stupendo Let the right one in (Låt den rätte komma in) dello svedese Tomas Alfredson, ampiamente circolato rastrellando riconoscimenti in tutto il mondo. Se è vero che la rilettura o il ripensamento di un'opera sono sacrosanti e che tale rielaborazione non inficia e non scalfisce l'originale, è anche vero che in ambito cinematografico i rifacimenti paiono, nel migliore dei casi, sì buoni aggiornamenti sul piano tecnico ma spesso pigri e strascicati su quello dei contenuti. Per un The Ring che supera l'originale, c'è una lunga schiera di inutili fallimenti. In questo discorso il film di Reeves si inserisce come  elemento atipico, perchè sebbene più che un nuovo adattamento del romanzo di John Ajivide Lindqvist sia una vera e propria riproposizione pedissequa e in alcuni passaggi addirittura inquadratura per inquadratura del film di Alfredson, il regista americano è riuscito a mantenere intatto lo spirito dolente e pacato dell'originale, il velato romanticismo di una storia d'amore impossibile, al contempo dolce e inquietante, intimista e delicata, inserendo qualche buona intuizione (la scena dell'incidente in auto, il fatto di lasciare la madre del piccolo protagonista sempre fuori dal quadro o dal fuoco) senza tradirne le suggestioni squisitamente europee. Ed è proprio qui la carta vincente di Let me in, quella di esser riuscito a tradurre una storia così distante dai canoni dell'horror hollywoodiano e dai tipici prodotti di genere in quello che, sebbene in maniera trasversale, è a tutti gli effetti un prodotto, certo bizzarro e inusuale, comunque statunitense. La buona riuscita del film, oltre alla cupa e raggelante fotografia di Greig Fraser e la musica del veterano Giacchino è senza alcun dubbio merito dell'icredibile cast (volti certamente più in linea ai gusti del pubblico rispetto a quelli del film svedese), a partire da comprimari di tutto rispetto come Elias Koteas e Richard Jenkins, autentiche facce da cinema, per arrivare ai due giovani e talentuosi protagonisti, l'etereo Kodi Smit-McPhee e Chloë Moretz la cui bravura ad ogni nuova interpretazione lascia sempre più a bocca aperta, attori capaci, con le proprie performance, di far chiudere un occhio su una CGI forse non sempre all'altezza, su qualche ruffiana furberia e sulle grossolane strizzate d'occhio agli appassionati di cinema horror, piccole stonature che, sebbene non rovinino il film, Reeves non ha potuto fare a meno di piazzare. Al mercato non si comanda.

Ps: se poi volete si potrebbe aprire una parentesi sul perchè i titolisti italiani abbiano scartato il titolo originale per utilizzarne un'altro sempre in inglese ma completamente a caso, basta però pensare abbiamo rischiato uscisse col titolo Amami sono un vampiro, per tirar quasi un respiro di sollievo. Direi che c'è andata quasi bene...

lunedì 7 novembre 2011

THE GREATEST AMERICAN SUPERHERO

SUPER di James Gunn, 2010

Solamente chi non conosce Gunn poteva pensare di trovarsi di fronte l'ennesima rilettura in salsa indie fuori tempo massimo del supereroe urbano, sulla scia di film come Defendor Kick-Ass. Certo, nelle mani di qualcun'altro Super avrebbe potuto benissimo prendere una piega del genere, i titoli di testa animati sembrerebbero andare in quella direzione, ma il regista di St. Louis non è il tipico filmaker indipendente coccolato dal Sundance, è completamente folle (si è persino ritagliato un cameo come viscido diavolo nella sit-com cristiana che da il la al trip allucinatorio del protagonista), follia ampiamente coltivata facendosi le ossa alla corte di Lloyd Kaufman, partecipando a svariati progetti targati Troma ricoprendo molteplici mansioni e dirigendo quel divertentissimo piccolo gioiello che è Slithere il risultato, in questo suo nuovo lavoro, si vede. Il film di Gunn è si divertente e ammiccante, ha le  onomatopee animate come nel Batman degli anni '60 che esplodono come colorati pop-up in sovraimpressione, ma invece di baloccarsi con i meccanismi del cinema indipendente e delle fumettose trasposizioni supereroistiche, mette in scena un protagonista sociopatico passivo aggressivo e nichilista, bigotto e insicuro, un grandioso Rainn Wilson, che non riuscendo a far fronte alle difficoltà della vita si reinventa vigilante vendicandosi dei torti subiti sfondando teste a colpi di chiave serratubi, aiutato dalla sempre formidabile Ellen Page, squilibrata commessa di un negozio di fumetti che lo incoraggia. Super flirta con la commedia calcando la mano con disinvoltura in termini di violenza e sangue, creando una strana miscela, a tratti disturbante e corrosiva ma anche amaramente divertente e dissacrante, di certo non per tutti gli stomaci. Gunn se ne frega delle aspettative dello spettatore e cavalca il disagio del proprio disturbato protagonista e della sua schizzatissima spalla in un turbinio grottescamente splatter fino al cupo finale, amarissimo e per nulla consolatorio che colpisce davvero duro. Super certamente non è un capolavoro ma è un film che non ha paura di osare o di prendere direzioni poco battute e senza dubbio l'ennesima conferma del palpitante e graffiante talento del proprio giovane regista.

Ps: in questa recensione mi riferisco alla versione originale, il film l'ho visto una decina di giorni prima dell'uscita nelle sale italiane e francamente pensavo qui da noi non sarebbe nemmeno mai arrivato. In ogni caso, anche solo vedendo la locandina, sulla quale campeggia il fuorviante accostamento a Juno, l'adattamento italiano non l'avrei toccato nemmeno con un bastone.

domenica 6 novembre 2011

WEEK END TRAILER EXTRAVAGANZA #37


WE NEED TO TALK ABOUT KEVIN di Lynne Ramsey, 2011

Questo trailer è proprio una ficata, belle immagini fotografate coi controcazzi che contrastano alla grande con Everyday di Buddy Holly, mamma che ansia e, sarà la culla, m'ha pure ricordato Rosemary's Baby (butta via!). La Ramsey non so chi sia ma scorrendo i suoi precedenti lavori sembra una con gli occhiali spessi un centimetro quindi non so perchè si sia buttata sul thriller, magari è una che spara metafore a uso ridere, che attraverso il genere vuol dirci qualcosa d'intelligente, non lo so. So solo che ci sono Tilda Swinton, John C. Reilly e il trailer è proprio una ficata.



Cast originale, scritto dallo sceneggiatore del primo capitolo e girato da due regaz legati a doppio filo alla saga di Harold & Kumar, se siete fan della serie immagino questo trailer sarà LA BOMBA! A me di tutta la baracca invece me ne fotte proprio poco e il tutto m'è parso un po' scialbo. Ma magari sono io eh.



Questo non è, come potrebbero pensare i più scafati di voi, un documentario sulla leggendaria band hardcore newyorkese, ma, a quanto pare, l'applicazione della camera in prima persona alla commedia. Niente più gente dispersa nei boschi che muore male o alieni godzilliformi incazzati come pantere che invadono città, questa è roba alla diedlastnight meets College Fuckfest (me l'ha detto un mio amico, io quelle cose manco so che siano!), gonzo movie all'ennesima potenza prodotto dal tipo di Hangover - che, ve lo dico, io tutto 'sto cazzo di hype per quel film mica l'ho capito ma vabbè - con al centro una mega festa, uno spaccato degli usi e costumi delle nuove generazioni, quelle del balconing e della vodka sparata nei bulbi oculari, la manica di stronzi che erediterà il mondo. A 1.20 non ho ben capito cosa diamine succeda ma spero arrivi qualcuno a vaporizzare tutti col napalm per poi spargere sale sulle macerie. A firestorm to purify.



Quando è uscito il primo trailer ho fatto finta di niente ma dato che qua si insiste lo devo proprio dire: 'sta roba è una monnezza. Non riesco a capire cosa abbia spinto attori di tutto rispetto come Matt Damon, Tomas Haden Church e Elle Fanning e attrici molto fighe come Scarlett Johansson ad imbarcarsi in un progetto del genere. Già lo spostare la vicenda originale dal Devon alla California del sud perchè è più cool mi fa venire un nervo impiccato, ma poi cosa me ne dovrebbe fregare di questa famiglia zuccherosa e simildisneyana che s'è comprata uno zoo? Per me gli zoo manco dovrebbero esistere, fate voi. 


UNDERWORLD AWAKENING di Måns Mårlind e Björn Stein, 2012

MA BASTA! Non gli è bastato dopo il primo (che, devo ammettere, ai tempi non m'aveva fatto nemmeno troppo cagare) beccarsi una denuncia dalla White Wolf per aver rubato a piene mani e senza remore dal loro gioco di ruolo Vampire the Masquerade, han dovuto fare altri tre fottuti film. Qua se non altro, dopo il prequel nel quale han dovuto piazzare Rhona Mitra perchè lei faceva la schizzinosa, è tornata quella creatura celestiale - col senno di poi, unica probabile ragione per cui m'ero sciroppato il primo capitolo - di Kate Beckinsale che ha capito che a furia di far la figa non gira mezzo film. A dirigere, invece del di lei marito Wiseman, impegnato sul set del remake di Total Recall che iddio lo maledica, una coppia di regaz svedesi dei quali non mi vergogno di dire non ho mai cagato mezzo film nemmeno di striscio. Il risultato comunque pare più che prevedibile, accozzaglia action condita da CGI brutta, rallenty a vanvera ed effettacci 3D che ti fan volare roba in faccia ogni due secondi in maniera totalmente random. Poi l'ibrido è sua figlia mi ci gioco le palle.  



Io ero piccolino ma 21 Jump Street me lo ricordo e a parte la faccenda dei poliziotti sotto copertura nella scuola con questo trailer ha proprio poco a che fare. Mi sa che hanno applicato il malaugurato metodo Starsky & Hutch, ovvero prendere un serial di culto e trasformarlo in una cazzata senza ne capo ne coda per amore del LOL caciarone, fallendo miserabilmente dato a parte questa scena (che a rivederla adesso mi ha provocato imbarazzo misto ad angoscia), il film di quel cane malato di Phillips, non fa ridere manco per il cazzo. Che poi io a Jonah Hill gli voglio un gran bene, anche se da dimagrito mi fa un po' impressione, ma Collo perdio, Collo NO! 



La prima cosa che mi son chiesto vedendo il trailer è cosa diavolo sia saltato in mente a chiunque abbia scelto di mettere come musica No church in the wild di Kanye West e Jay-Z, cioè, ma cosa cazzo? Sembra buttata lì a caso, siete sordi o totalmente cerebrolesi? Ma vabbè, passi. Per il resto cos'abbiamo, c'è l'ambientazione sudafricana esotica, gli attoroni, il super agente a cazzo durissimo che però è sbroccato ed è una scheggia impazzita, c'è l'umarell della strada, il medioman che fa un lavoro poco gratificante ed è pertanto preso male, incarnato nella figura di Ryan Reynolds, proprio uno di tutti i giorni, ci sono i bad guys (giuro, nella sinossi su IMDb vengono proprio definiti così, leggete) poco ragionevoli e propensi ad accoppare gente un tanto al kilo. Denzel è Denzel eh, ma a me 'sta roba non gasa per niente, ma proprio zero. poi boh, magari viene fuori che è una bomba ma anche no.



Questa è la nuova commedia di Jennifer Aniston, un vero e proprio sottogenere cinematografico, roba che a guardarla vi scontano un paio d'annetti di purgatorio. Personalmente preferirei appoggiare le palle su una piasta bollente per tutta l'eternità piuttosto che averci a che fare, pensate un po'.


mercoledì 2 novembre 2011

MONKEY SHINE

L'ALBA DEL PIANETA DELLE SCIMMIE (Rise of the planet of the apes) di Rupert Wyatt, 2011

"Evolution becomes Revolution"

Non nutrivo particolari aspettative riguardo questo nuovo capitolo nella saga de Il pianeta delle scimmie, saga che vidi quand'ero ragazzino e della quale ho ricordi abbastanza confusi e nebulosi. Mi aspettavo il tipico blockbuster tutto azione ed esplosioni e invece sono rimasto piacevolmente sorpreso di fronte ad una storia, quella dello scimmia Cesare, che, con tutti i difetti del cinema nordamericano mainstream e che, nonostante resti fedele alla logica del prequel/reboot, risulta davvero coinvolgente e costruita in maniera intelligente. Se come in ogni nuovo capitolo di un franchise che si rispetti i rimandi e le strizzate d'occhio ai predecessori non mancano, dalla cattura iniziale al volto di Charlton Easton che fa capolino dagli schermi, Rise of the planet of the apes riesce comunque a trovare una propria dimensione non limitandosi a citare in maniera vuota e pedissequa ma facendo un passo verso nuove direzioni. Mescolando sci-fi anni '70 a suggestioni degne di un moderno Frankenstein e riaggiornando il tema del mostro incarnandolo nella figura del primate che poco alla volta prende coscienza di se, della propria condizione e del mondo che lo circonda, Rupert Wyatt, regista britannico con all'attivo un solo film (The Escapist, film che purtroppo non ho ancora recuperato ma che, trattandosi di un escape movie, lascia pochi dubbi sul perchè il regista sia stato scelto e sul motivo sembri essere più a proprio agio nella seconda parte di Rise of the planet of the apes, più riuscita e avvincente), riesce a coinvolgere lo spettatore, grazie a notevoli trovate di regia, come la soggettiva dello scimmia,  o un utilizzo parecchio dinamico della macchina da presa che aiuta l'identificazione con Cesare, a dispetto della non troppa profondità nel tratteggiare i personaggi, su tutti la dottoressa interpretata da Freida Pinto, tanto bella quanto inutile e legnosa, o dell'eccessivo didascalismo. Nonostante la presenza nel cast del pur sempre bravo James Franco, gran parte dei meriti della buona riuscita della pellicola vanno al gigantesco Andy Serkis, vero e proprio protagonista del film, coadiuvato per l'ennesima volta, dopo la trilogia de Il Signore degli Anelli e King Kong, dagli incredibili tecnici degli effetti speciali di Weta Digital. Serkis, ormai completamente a suo agio con i meccanismi recitativi propri della performance capture, da vita ad un personaggio a tutto tondo, uno scimpanzè vivo e reale, capace di emozionare e coinvolgere, interagendo con gli altri attori e il set in maniera stupefacente, un personaggio il suo Cesare, che di digitale ha solo la texture. Il film di Wyatt quindi, non certo scevro da imperfezioni o grossolanerie, è comunque un ottimo esempio di come costruire un blockbuster in maniera intelligente e con gli occhi rivolti al presente.