giovedì 17 novembre 2011

GIOCO AL MASSACRO

CARNAGE di Roman Polanski, 2011

Due ragazzini si accapigliano nel parco, uno ci rimette gli incisivi e i genitori si danno appuntamento nell'appartamento della parte lesa per cercare di appianare le cose. Questo il semplice incipit dell'ultima opera del maestro polacco, un kammerspielfilm tratto da una piece di Yasmina Reza (che con Polanski ha collaborato allo screenplay), Le Dieu du carnage. Pellicola che parte sommessamente Carnage, mettendo in scena le due coppie, un importante avvocato Blackbarry dipendente e una promotrice finanziaria, una scrittrice e un venditore di articoli per la casa, completamente ingessati da forzate buone maniere borghesi, nel tentativo, per amore delle apparenze, di passar sopra all'accaduto, indossando la maschera di una ipocrita falsa ragionevolezza che a poco a poco s'incrina fino a deflagrare clamorosamente come un fiume (di vomito) in piena. Andamento che Polanski rende al meglio con la propria macchina da presa, in principio impegnata in inquadrature lineari, statiche, che si fanno sempre più concitate e cinetiche col divampare delle braci sotto la cenere di un perbenismo che, lubrificate col whisky e annebbiate dal fumo dei sigari che riempie il sempre più claustrofobico appartamento, rimescolando le dinamiche di coppia ne instaurano di nuove basate sulle complicità di genere e sul caustico sfogo di rancori e tensioni mai sopite. Carnage è un film verboso, che riesce a smorzare la matrice teatrale grazie alla maestria del proprio autore, in grado di tenersi ben lontano dal mero esercizio di stile ma soprattutto grazie all'immensa bravura del quartetto di protagonisti, su tutti un gigantesco Christoph Waltz (ineccepibile il lavoro fatto sull'accento che mai farebbe intendere le origini teutoniche dell'attore), con l'unico appunto di una Foster che corre sul filo della sovra recitazione rischiando di andare in un paio di passaggi un po' troppo sopra le righe. La satira di Polanski fa ridere a denti stretti pensando all'amaro realismo  di questo piccolo spaccato di società moderna, graffia e stringe come un Nodo alla gola di Hitchcockiana memoria, non lesinando stoccate di abrasivo cinismo sulla borghese facciata di finti sorrisi che rivela quattro adulti frustrati, permalosi e irragionevoli, più capricciosi dei figli che hanno la pretesa di voler educare. Uno dei migliori film dell'anno.

Ps: questo post si riferisce alla versione originale, per quanto mi riguarda l'unica versione che ha senso vedere trattandosi di un film dove la parola è così centrale. Basta dare un'occhiata al trailer internazionale e compararlo a quello italiano per rendersi subito conto di trovarsi di fronte due film molto differenti.

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