martedì 8 novembre 2011

LET THE RIGHT ONE IN RELOADED

LET ME IN (Blood Story) di Matt Reeves, 2010

Sono stato a lungo indeciso se vedere o meno il film di Reeves, non perchè dubitassi delle capacità del regista, Cloverfield a suo tempo mi entusiasmò parecchio, e nemmeno per scarso interesse, da queste parti un buon horror non si rifiuta mai, ma perchè la pratica del remake statunitense di cult movie stranieri (ma non solo, basta controllare le uscite degli ultimi anni per rendersi conto della spropositata quantità di remake prodotti, quasi tutti i classici horror a stelle e strisce sono stati nuovamente girati, chiaro sintomo di imbarazzante mancanza di idee e della paura di investire in qualcosa di nuovo) la trovo insopportabilmente arrogante e addirittura inspiegabile. Soprattutto se, come in questo caso, il remake esce praticamente a ridosso del film originale, lo stupendo Let the right one in (Låt den rätte komma in) dello svedese Tomas Alfredson, ampiamente circolato rastrellando riconoscimenti in tutto il mondo. Se è vero che la rilettura o il ripensamento di un'opera sono sacrosanti e che tale rielaborazione non inficia e non scalfisce l'originale, è anche vero che in ambito cinematografico i rifacimenti paiono, nel migliore dei casi, sì buoni aggiornamenti sul piano tecnico ma spesso pigri e strascicati su quello dei contenuti. Per un The Ring che supera l'originale, c'è una lunga schiera di inutili fallimenti. In questo discorso il film di Reeves si inserisce come  elemento atipico, perchè sebbene più che un nuovo adattamento del romanzo di John Ajivide Lindqvist sia una vera e propria riproposizione pedissequa e in alcuni passaggi addirittura inquadratura per inquadratura del film di Alfredson, il regista americano è riuscito a mantenere intatto lo spirito dolente e pacato dell'originale, il velato romanticismo di una storia d'amore impossibile, al contempo dolce e inquietante, intimista e delicata, inserendo qualche buona intuizione (la scena dell'incidente in auto, il fatto di lasciare la madre del piccolo protagonista sempre fuori dal quadro o dal fuoco) senza tradirne le suggestioni squisitamente europee. Ed è proprio qui la carta vincente di Let me in, quella di esser riuscito a tradurre una storia così distante dai canoni dell'horror hollywoodiano e dai tipici prodotti di genere in quello che, sebbene in maniera trasversale, è a tutti gli effetti un prodotto, certo bizzarro e inusuale, comunque statunitense. La buona riuscita del film, oltre alla cupa e raggelante fotografia di Greig Fraser e la musica del veterano Giacchino è senza alcun dubbio merito dell'icredibile cast (volti certamente più in linea ai gusti del pubblico rispetto a quelli del film svedese), a partire da comprimari di tutto rispetto come Elias Koteas e Richard Jenkins, autentiche facce da cinema, per arrivare ai due giovani e talentuosi protagonisti, l'etereo Kodi Smit-McPhee e Chloë Moretz la cui bravura ad ogni nuova interpretazione lascia sempre più a bocca aperta, attori capaci, con le proprie performance, di far chiudere un occhio su una CGI forse non sempre all'altezza, su qualche ruffiana furberia e sulle grossolane strizzate d'occhio agli appassionati di cinema horror, piccole stonature che, sebbene non rovinino il film, Reeves non ha potuto fare a meno di piazzare. Al mercato non si comanda.

Ps: se poi volete si potrebbe aprire una parentesi sul perchè i titolisti italiani abbiano scartato il titolo originale per utilizzarne un'altro sempre in inglese ma completamente a caso, basta però pensare abbiamo rischiato uscisse col titolo Amami sono un vampiro, per tirar quasi un respiro di sollievo. Direi che c'è andata quasi bene...

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