venerdì 18 novembre 2011

PROVACI ANCORA, PAOLO

THIS MUST BE THE PLACE di Paolo Sorrentino, 2011

Ricordo come fosse ieri cosa provai mentre guardavo per la prima volta Il divo, il brivido (lo stesso provocato da Gomorra di Garrone, ottima annata il 2008), la stretta alla pancia, la netta sensazione di trovarsi finalmente di fronte un film italiano con nulla da invidiare ai ben più ricchi e blasonati amici americani. Le aspettative nei confronti di questa nuova opera di Sorrentino, alle prese con una coproduzione dal budget all'altezza delle proprie ambizioni, erano ovviamente altissime. Ed è un vero peccato siano state in larga parte disattese. Sia chiaro, This must be the place non è un brutto film (quando l'ho visto io l'altro film italiano  al cinema era Matrimonio a Parigi, ce ne fossero), è un film incompiuto e un po' ruffiano che flirta pesantemente con l'iconografia indie americana cogliendone però solo la superficie. Il regista campano, tecnicamente ineccepibile nella composizione del quadro e nell'utilizzo della macchina da presa, confeziona, anche grazie alla splendida fotografia di Luca Bigazzi, una lunga serie di istantanee perfette, da mozzare il fiato, che però risultano slegate tra loro, come anche la sovrabbondanza di dolly e carrelli risulta ridondante e svuotata di senso, non trovando nessun legame con il personaggio principale e la sua evoluzione. Questo insistito "virtuosismo" si cristallizza appieno nel piano sequenza, incredibile nella forma, elegante e bellissimo ma completamente fine a se stesso, del concerto di David Byrne. La mancanza di compattezza si riflette ovviamente anche sulla trama, ridotta all'osso, in favore di una serie di episodi legati insieme senza un filo logico e apparante continuità, se non la pretestuosa ricerca del protagonista. Come pretestuoso appare mettere una ex rock star al centro della vicenda, scelta che nulla aggiunge alla storia se non qualche spunto iconografico e visivo (se il protagonista fosse stato un impiegato non avrebbe fatto nessuna differenza, probabilmente ci sarebbe stato qualche ammiccamento in meno), uno Sean Penn, orribilmente affossato dal doppiaggio italiano, che parla per aforismi e ricalca Robert Smith nel look e il suo stesso Sam Dawson, del dimenticabile I am Sam, nella recitazione. Sorrentino firma un road movie sconclusionato dove l'America viene indiscutibilmente filtrata da uno sguardo europeo, nel cui setaccio restano però solamente i sedimenti più grossolani, motel da due soldi, stazioni di servizio, paesaggi mozzafiato e casette di periferia, il tutto condito da un gusto weird di derivazione lynciana (non è certo un caso l'incontro con l'Harry Dean Stanton di The Straight Story e Paris, Texas, altro road movie esistenziale di matrice europea), il ciccone vestito da batman o il trattore che passa in un lampo con sopra il redneck Hitler, l'episodio dell'indiano. In This must be the place è come se l'autore avesse voluto dire tante cose costruendo una sequenza attorno ad ognuna di esse, con il talento formale che lo ha sempre caratterizzato e che è sempre stato il fulcro del suo Cinema, senza però preoccuparsi dell'organicità della pellicola, della narrazione o dell'evoluzione interiore del proprio protagonista, relegandone la caratterizzazione ad una fisicità insistita e ad una metafora un po' greve come quella del trolley. Viene poi da chiedersi se inserire un tema così importante come la Shoah fosse necessario, visto il trattamento sommario e in odore di opportunismo (i più maligni parlano di puro espediente per mirare alla statuetta dorata), che si coagula in un confronto finale poco onesto ed emotivamente piatto fino a sfociare in una irritante presa di posizione bigotta e medioborghese che francamente stride parecchio con il resto della pellicola. Quest'ultimo lavoro di Sorrentino è un film sbagliato, non brutto, un film che in ogni caso si eleva ben al di sopra la media del nostro cinema e che nel bene e nel male fa e farà discutere. Per quel che mi riguarda un bersaglio non centrato che brucia tanto più in contrasto con le altissime aspettative, una piccola sbandata che certo non incrina la fiducia accordata al regista alla luce dei suoi precedenti capolavori e che sono certo servirà a correggere il tiro nei suoi prossimi lavori.

3 commenti:

  1. ok, sono in ritardo millenario, ma ecco i miei 2 centesimi sul film di Sorrentino: io mi ero divertito un botto, a parte il finale insulso, ma a mente fredda, rileggendo la tua recensione, mi sono reso conto di come molti aspetti in effetti stridano. La Shoa per esempio è davvero buttata li a fare bello e basta. Mannaggia a te, mi hai rovinato quello che credevo essere un bel film :-D
    Seriamente, bella recensione!

    RispondiElimina
  2. Ma pure io uscendo dal cinema ero un po' perplesso ma tutto sommato non particolarmente cotrariato, a furia di pensarci nei giorni successivi m'è venuto il nervoso. Magari ci sono andato troppo pesante perchè mi aspettavo tanto ma comunque 'sto film è una ruffianata bella e buona.
    E grazie per i complimenti, troppo gentile :)

    RispondiElimina
  3. E' incredibile, non c'è discussione riguardo a This Must Be The Place che non inizi con la premessa ''non è un brutto film'' e mi ci metto anche io nel mucchio, perché di un film di Sorrentino, di questo film, tutto puoi dire e tutti gli aggettivi puoi usare, tranne 'brutto', nel senso che anche qui dove la trama è più che debole e le implicazioni morali/sentimentali sono un po' da discount, sei comunque deliziato da fotografia e riprese, anche se spesso ridondanti, come hai giustamente fatto notare anche tu. Però quando sei così legato a un regista, quando ami tutta la sua filmografia e ti sembra che le sue produzioni siano state un crescendo di tecnica e cuore e pancia, ma di quella buona, inevitabilmente hai delle aspettative altissime e proprio perché di quel regista sei profondamente innamorato non riesci ad essere, forse, completamente oggettivo o meglio, spietato come saresti con un esordiente.
    Detto questo, condivido gran parte della tua recensione.

    RispondiElimina