venerdì 16 dicembre 2011

BROTHERS IN ARMS

WARRIOR di Gavin O'Connor, 2011

Due fratelli, uno reduce della guerra in Iraq, scontroso e pieno di rabbia, l'altro insegnate di fisica alle superiori, padre di famiglia che non riesce a tenersi a galla dai debiti con il misero stipendio da docente. Entrambe con un passato da giovani promesse della lotta greco-romana, grazie ai duri allenamenti di un padre alcolizzato e violento che ha finito per spaccare la famiglia allontanandoli e riducendoli ad un silenzio durato quindici anni. Da qui parte la pellicola di O'Connor, da queste due facce della crisi nella quale versano gli Stati Uniti, impantanati in un conflitto che sembra non avere mai fine e stritolati dalla morsa delle banche. Warrior affonda le proprie radici in una sceneggiatura solida e potente, certo non priva di ingenuità e piccole forzature, alle quali, in virtù di una onestà da vecchio classico che sa toccare tutte le corde giuste, si concede senza troppi ripensamenti la propria sospensione dell'incredulità. Una sceneggiatura che si prende i propri tempi nel costruire le fondamenta della storia in maniera da creare il giusto livello di empatia, che lavora su personaggi e motivazioni, che carica di aspettativa e tensione lo spettatore mantenendo i propri protagonisti su binari paralleli per poi farli collidere esplodendo in un turbinio di emozioni in una eccezionale parte finale che colpisce duro alla pancia per toccare il cuore. Un film che, complice una regia misurata che non calca la mano su inutili patetismi ma arriva dritta al sodo, riesce a far convivere un'ottima scrittura, fatta di dialoghi secchi e magistrali, con l'imponente fisicità dei propri protagonisti e di una lotta brutale e violenta come l'MMA. Ed è a un ottimo lavoro di casting che Warrior deve gran parte della propria intensità, merito di un terzetto di attori azzeccato e in splendida forma, dal veterano Nolte, padre sconfitto dalla vita che tenta di scrollarsi di dosso il gravoso peso dei propri errori cercando una tardiva riconciliazione, ad Hardy che, dopo lo stupefacente Bronson, regala l'ennesima grandiosa prova, una performance tinta di rabbia cieca e risentimento, per arrivare ad Edgerton, (per molti la vera sorpresa del film, non per chi, come me, l'aveva già notato in film come Animal Kingdom e The Square, del quale è anche co-sceneggiatore) l'outsider fuori tempo massimo carico di umanità che con l'acqua alla gola lotta per la propria famiglia, ruolo che spero riesca a far puntare definitivamente i riflettori sul talentuoso attore australiano. Altro motivo dell'ottima riuscita della pellicola è il proprio classicismo, il sapersi inserire, senza fronzoli e senza pretese autoriali, sulla strada battuta da cineasti come Eastwood, Darabont, Kazan, ma soprattuto Avildsen. Perchè è a Rocky che il film di O'Connor strizza l'occhio, non solo nell'ambientazione, la stessa città, Philadelphia, o nell'aperta citazione, la sequenza degli allenamenti (con l'orribile split screen), ma anche nel riaggiornamento dei temi della rivalsa del working class hero, sostituendo come veicolo del riscatto alla boxe uno sport da gladiatori come l'MMA, capace di dare una ventata di freschezza ad una vicenda che, sebbene abusata e risaputa, risulta essere proprio ciò che lo spettatore vuole vedere. Ed è davvero incredibile come in un film di colossi che lottano con ogni mezzo e con furia e ferocia spaventose, un semplice gesto, una piccola pacca sulla spalla, tra due uomini, due fratelli, stretti in una morsa che è un abbraccio, riesca a commuovere così profondamente.

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