giovedì 22 dicembre 2011

THE SHAPE OF CINEMA TO COME

LE AVVENTURE DI TINTIN: IL SEGRETO DELL'UNICORNO (The adventures of Tintin)
di Steven Spielberg, 2011

Per chi, come me, è nato al limite degli anni '70, Spielberg è stata una sorta di seconda figura paterna, e il suo Cinema, sia diretto che prodotto, un luogo sicuro nel quale coltivare i propri sogni, il proprio immaginario e il senso di meraviglia che si prova da ragazzini. Non può quindi che essere una graditissima sorpresa, dopo  la frequentazione con tematiche più adulte degli ultimi anni, questa sua prima incursione nel campo dell'animazione. Il regista, coadiuvato da un terzetto di scrittori tra i migliori attualmente sulla piazza (Wright e Moffat che certo non hanno bisogno di presentazioni e Cornish che, con l'esordio Attack the Block, guarda senza nasconderlo al riaggiornamento del cinema targato Amblin degli anni '80) e con un produttore, Peter Jackson, totalmente in linea con la sua idea di Cinema, ha gioco facile nel portare sullo schermo una storia d'avventura dal sapore classico, come quelle che da ragazzini ci facevano spalancare la bocca dallo stupore, ma con lo sguardo ben rivolto al futuro. La performance capture, tecnica che non mi ha mai fatto impazzire, complice il fatto sia stata impiegata in produzioni abbastanza mediocri (la brutta piega presa dal cinema di Zemeckis, quello che per un certo periodo abbiamo pensato potesse essere proprio il delfino di Spielberg ma che nel decennio scorso si è perso per strada), ha riportato il regista ai fasti dei tempi d'oro, quelli dell'indimenticabile trilogia di Indiana Jones, peraltro esplicitamente e felicemente omaggiata. Le infinite possibilità legate all'animazione e il poter finalmente svincolare i propri personaggi e la macchina da presa dalle leggi della fisica, permette a Spielberg di lanciarsi a briglia sciolta in tutta una serie di spettacolari, mirabolanti, invenzioni visive, con la propria fantasia come unico orizzonte, lasciando  intuire più di una possibilità sui rivoluzionari impieghi una simile tecnica, se ben sfruttata come in questo caso, possa avere sul cinema futuro (che gli Idoru profetizzati da Gibson non siano poi così lontani?), a partire dall'autocitazione nei titoli di testa fino ad arrivare all'ormai celebre piano sequenza dell'inseguimento, un impossibile e incalzante pezzo di bravura come non se ne vedevano da parecchio. Tintin è un ottovolante che con un ritmo forsennato trasporta lo spettatore lungo un viaggio fantastico che non lascia tregua e mozza il fiato, una splendida corsa sulle montagne russe, un'avventura di quelle che a tredici anni, ma pensandoci bene anche ora che di anni ne abbiamo più del doppio, non ci dispiacerebbe vivere. Bentornato Steven, e grazie. 

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