giovedì 15 dicembre 2011

UNA STAGIONE SELVAGGIA

THE WOMAN di Lucky McKee, 2011

Il chiacchiericcio nato attorno l'ultimo film di McKee non è molto diverso da quello che accompagnava The killer inside me di Winterbottom. Anche qui la proiezione in anteprima al Sundance ha scatenato un putiferio (se siete appassionati di film di genere sapete già tutto, il video di questo signore decisamente contrariato dopo la visione di The Woman è girato parecchio in rete spaccando in due gli appassionati, tra chi crede sia tutto vero e chi pensa sia un virale fatto girare ad hoc per promuovere la pellicola) e proprio come feci nella recensione del film tratto dal romanzo di Thompson è bene fare subito un po' di chiarezza. The Woman non è film per tutti gli stomaci, colpisce davvero duro, questo sì, ma le accuse di misoginia piovute da più parti non hanno alcun fondamento. Da parte di McKee non c'è nessuna ambiguità o ammiccamento, nessun compiacimento nelle scene di violenza, i personaggi maschili sono indubitabilmente negativi, spregevoli e (a meno di essere mentalmente disturbati) non c'è la benché minima immedesimazione da parte dello spettatore nelle loro azioni. Dopo questa doverosa premessa veniamo alla storia, che è quella di una famiglia middle class della provincia americana il cui patriarca, un brillante avvocato, durante una battuta di caccia, trova nei boschi una donna regredita allo stato ferino, un'animalesca e irriconoscibilmente spaventosa quanto conturbante Pollyanna McIntosh, la cattura e la segrega nello scantinato con l'intenzione di rieducarla a furia di abusi e sevizie. Chiaramente per accettare questo assunto bisogna venire a patti con la propria sospensione dell'incredulità, è doveroso però aggiungere che, nonostante venga presentato come capitolo a se stante, il film, tratto da un libro scritto dallo stesso McKee e da Jack Ketchum, corrosivo scrittore horror tanto controverso quanto blasonato, va a inserirsi come terzo capitolo nella sua saga dei selvaggi cannibali di Dead River iniziata con Off Season e The Offspring (dai quali sono stati tratti due film che però non ho visto). Nonostante ci sia alla base questo sottotesto la pellicola ha però la forza necessaria a reggersi sulle proprie gambe e, anzi, l'apparizione improvvisa di questa donna "primitiva" è più potente di qualsiasi spiegazione e contestualizzazione spiccia. The Woman è una pellicola difficile da inquadrare, la sequenza onirica in apertura, chiaro riferimento agli horror dei 70's, fa quasi da manifesto programmatico in quanto a ritmo e toni,  mentre fotografia, montaggio e musiche sembrano diretta emanazione degli art house film degli anni '90. Se questa commistione può sembrare spiazzante, trova completo corrispettivo nelle svolte narrative, mai scontate (il protagonista ad esempio, invece di nascondere la propria preda, la presenta subito alla famiglia coinvolgendola in quello che sarà il progetto di rieducazione) e gestite con padronanaza dal regista. Ciò che preme a McKee è raccontare la dissoluzione della famiglia borghese, grattare sotto lo smalto luccicante della classe media statunitense, tutta apparenza e sorrisi dietro i quali si nascondono esistenze molto meno rispettabili di quanto ci si affanni a mascherare. I Cleek potrebbero benissimo essere la famiglia protagonista di una pubblicità o i nostri vicini di casa, ed è proprio questo alone di normalità a colpire profondamente e dolorosamente in contrasto con le efferatezze perpetrate dal capofamiglia, un grandioso Sean Bridger, sorta di Will Ferrell disturbante e psicopatico, con l'aiuto del figlio adolescente e con il muto benestare della fragile moglie, una straordinaria Angela Bettis (già collaboratrice di McKee in Masters of Horror e nello spiazzante May) e della figlia maggiore, completamente sottomesse e vessate. Proprio nelle dinamiche familiari, ancora più che nelle scene di violenza, brutale e crudele, nei confronti della prigioniera, il regista con mano sicura spinge senza tirarsi indietro e senza timore di sporcarsi le mani, portando alla luce il malessere strisciante che sta alla base del film. In un crescendo teso e incalzante, con le ballate indie a far da contrappunto nella colonna sonora, la famiglia patriarcale, misogina e razzista, non soltanto retaggio degli anni '50 ma ancora ben presente (non soltanto negli Stati Uniti) ai giorni nostri, viene fatta a fette ed eviscerata senza pietà culminando nell'esplosione di violenza dell'ultima mezz'ora, in un finale sanguinoso, feroce ma liberatorio.
 

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