giovedì 31 maggio 2012

HOME IS WHERE THE HEART IS

MARTHA MARCY MAY MARLENE (La fuga di Martha) di Sean Durkin, 2011

"With a smile so inviting and a body so tall
She, she's just a picture
Just a picture
That's all"

Tre nomi che si susseguono senza punteggiatura a formarne uno, come una è la persona a cui appartengono. Al contrario del banale titolo italiano, l'originale restituisce in pieno la crisi d'identità e il senso di smarrimento vissuto dalla protagonista, una ragazza problematica che tagliati i ponti con quel che resta della propria famiglia decide di rifugiarsi per due anni in una comune sui monti dell'Upstate New York, salvo poi fuggire per tornare dalla benestante sorella maggiore. L'esordio di Durkin riesce a fondere in maniera magistrale gli stilemi tipici dell'art house film americano con quelli del thriller psicologico. Più dello scontro tra il nucleo familiare occidentale borghese e la perturbante carica della comune neo-hippie, all'autore interessa immergersi nella fragile mente della protagonista, per mezzo di a una messa in scena rigorosa (che gli ha garantito il premio alla miglior regia nella 27ª edizione del Sundance Film Festival) e di un magistrale utilizzo della luce naturale, Durkin crea un'atmosfera ipnotica  e raggelante, venata da un'ansia crescente che pervade la pellicola come una scossa elettrica sottopelle. Di grande aiuto in questo  la scelta di utilizzare l'analessi come motore narrativo, dosando in maniera intelligente l'alternanza dei piani temporali e gli elementi che lentamente hanno spinto la giovane Martha alla fuga, grazie ad un ottimo lavoro in fase di scrittura e a un montaggio chirurgico. Ma è indubitabile che il compimento della pellicola si debba all'incredibile cast. Se un attore il cui talento è ormai assodato come John Hawkes mette in scena una figura inquietante e carismatica che sembra fare il paio con il suo Teardrop dello splendido Winter's Bone, la vera sorpresa è la fragile, dolente e ambigua Martha, tratteggiata in maniera davvero intensa dalla bella Elizabeth Olsen, capace di spazzare via a colpi di bravura l'ingombrante ombra delle sorelle maggiori.

mercoledì 30 maggio 2012

LA LUNGA NOTTE

ONCE UPON A TIME IN ANATOLIA (Bir zamanlan Anadolu'da) di Nuri Bilge Ceylan, 2011

Ammetto di non conoscere minimamente la filmografia di Ceylan (anche se questa sua ultima fatica mi ha sicuramente instillato la curiosità necessaria a recuperare le opere precedenti), forse è proprio per questo motivo che Once upon a time in Anatolia mi ha colpito in maniera così profonda. La pellicola parte come un poliziesco canonico, un manipolo di uomini di legge accompagna un reo confesso alla ricerca del corpo della propria vittima nelle aspre campagne attorno Keskin. Subito però una messa in scena millimetrica che alterna continuamente campi lunghi, a disegnare la splendida durezza della steppa turca, primissimi piani su volti che sembrano tagliati nella pietra (tutti elementi che mi hanno ricordato certe zone del sud Italia - Sardegna, Calabria, Sicilia sarebbero stati scenari altrettanto plausibili - e che mi han fatto riflettere sul perchè, qui da noi, certe variazioni sul tema di genere siano così rare) , la cura e la precisione nella composizione del quadro, l'attenzione all'uso del suono, la fotografia da togliere il fiato, la rarefazione dell'atmosfera e la spasmodica dilatazione dei tempi lasciano intendere di trovarsi di fronte qualcosa di diverso. Nel film di Ceylan la sottotrama procedurale cede presto il passo ad un altro tipo d'indagine, dove non sono le motivazioni degli assassini il fulcro della vicenda, al contrario, ad essere profondamente sondate sono le anime degli investigatori. Nel corso della lunga nottata il commissario, il procuratore e il medico che accompagnano i due criminali, in una sorta di divisione in tre atti, vengono messi di fronte alla propria umanità, alle proprie scelte e al proprio pesante passato, in un crescendo introspettivo che chiede davvero molto allo spettatore ma che è in grado di restituire attimi di pura bellezza e di lacerante intensità emotiva.
   

lunedì 28 maggio 2012

APOCALYPSE NOW

TAKE SHELTER di Jeff Nichols, 2011

La vita di Curtis LaForche, operaio instancabile e padre di famiglia devoto, completamente assorbito assieme alla moglie dalla ricerca di un futuro migliore per la propria figlioletta nata sorda, viene sconvolta da improvvise visioni apocalittiche che squarciano la tranquilla routine quotidiana con violenza inquietante e distruttiva.  Il senso di minaccia incombe sempre più plumbeo e pesante, insinuandosi lentamente come catrame nella vita della famiglia, trascinando l'uomo in una spirale sempre più buia. Nichols, qui alla seconda prova (purtroppo non ho ancora visto il suo primo film, Shotgun Stories), con talento visivo invidiabile, tesse una trama fatta di immagini potentissime, fotografia cupa e musica stridente e angosciante, tutti elementi che creano una pesante atmosfera da catastrofe imminente, gestita con ritmo incalzante, teso e con un crescendo implacabile. A reggere quasi interamente la pellicola sulle proprie spalle c'è Michael Shannon, attore che amo molto e che di certo non ha più bisogno di dimostrare la propria bravura, alla seconda collaborazione con Nichols (e a quanto pare sarà anche nel suo terzo film, Mud, da poco presentato a Cannes) regala una prova d'attore davvero notevole. Con il viso dolente e scavato, Shannon è perfetto nel tratteggiare la psiche di un uomo che cammina sul filo della propria sanità mentale, un uomo tormentato e drammaticamente vittima di una situazione che sfugge al proprio controllo ma che lotta strenuamente per imbrigliare i demoni della propria mente. A dare spessore alla vicenda con le propie interpretazioni ci sono anche una splendida (e bravissima) Jessica Chastain, probabilmente la più interessante scoperta dell'ultimo periodo e Shea Whigham, ottimo caratterista già visto al fianco di Shannon nel maestoso Boardwalk EmpireTake Shelter, sfruttando sapientemente i meccanismi di genere del thriller psicologico, scava a fondo, con intensità ed equilibrio, nelle paranoie dello spettatore, conducendolo in un viaggio oscuro nei meandri della mente che culmina in una spiazzante ultima mezz'ora e in un finale di rara potenza drammatica.

SORRY, WE'RE OPEN



Gioia e tripudio, a tre mesi e una manciata di giorni dall'ultimo post Dissolvenza in Nero riapre i battenti (o almeno ci si prova)! Nell'ultimo periodo sono stato un bel po' impegnato, ho cambiato lavoro, ho aiutato a piazzare un consigliere comunale e un assessore nel comune della mia città (lavorando da volontario alla campagna elettorale eh, niente mazzette e sotterfugi), ho dato asilo assieme alla mia ragazza a due splendidi gatti trovati per strada in condizioni decisamente precarie, ho aperto un altro blog e cose così. Ora la situazione pare essersi assestata e dovrei avere un po' più di tempo per scrivere le quattro fesserie che scrivo, quindi si riparte!

Cheers