mercoledì 30 maggio 2012

LA LUNGA NOTTE

ONCE UPON A TIME IN ANATOLIA (Bir zamanlan Anadolu'da) di Nuri Bilge Ceylan, 2011

Ammetto di non conoscere minimamente la filmografia di Ceylan (anche se questa sua ultima fatica mi ha sicuramente instillato la curiosità necessaria a recuperare le opere precedenti), forse è proprio per questo motivo che Once upon a time in Anatolia mi ha colpito in maniera così profonda. La pellicola parte come un poliziesco canonico, un manipolo di uomini di legge accompagna un reo confesso alla ricerca del corpo della propria vittima nelle aspre campagne attorno Keskin. Subito però una messa in scena millimetrica che alterna continuamente campi lunghi, a disegnare la splendida durezza della steppa turca, primissimi piani su volti che sembrano tagliati nella pietra (tutti elementi che mi hanno ricordato certe zone del sud Italia - Sardegna, Calabria, Sicilia sarebbero stati scenari altrettanto plausibili - e che mi han fatto riflettere sul perchè, qui da noi, certe variazioni sul tema di genere siano così rare) , la cura e la precisione nella composizione del quadro, l'attenzione all'uso del suono, la fotografia da togliere il fiato, la rarefazione dell'atmosfera e la spasmodica dilatazione dei tempi lasciano intendere di trovarsi di fronte qualcosa di diverso. Nel film di Ceylan la sottotrama procedurale cede presto il passo ad un altro tipo d'indagine, dove non sono le motivazioni degli assassini il fulcro della vicenda, al contrario, ad essere profondamente sondate sono le anime degli investigatori. Nel corso della lunga nottata il commissario, il procuratore e il medico che accompagnano i due criminali, in una sorta di divisione in tre atti, vengono messi di fronte alla propria umanità, alle proprie scelte e al proprio pesante passato, in un crescendo introspettivo che chiede davvero molto allo spettatore ma che è in grado di restituire attimi di pura bellezza e di lacerante intensità emotiva.
   

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